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Protezione delle biodiversità e strategie aziendali Top Contributors

novembre 4, 2010 Rubriche, Top Contributors

Courtesy of Pedro cavalcanteIl 2010 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite l’anno della biodiversità con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sulla rilevanza di questo tema, fattore fondamentale per il mantenimento di ecosistemi vitali e produttivi, in grado di generare i servizi ecologici alla base del nostro benessere.

In questo quadro, un numero crescente di multinazionali ha iniziato ad affrontare il tema sviluppando specifiche strategie e progetti. Ma che tipi di iniziative vengono messe in atto dalle imprese? Quali settori e quali attori sono più attivi? Quali motivazioni guidano questi programmi?

Il tema è stato oggetto di uno studio realizzato presso l’Università Bocconi, che ha puntato ad esaminare i comportamenti delle prime 50 imprese della classifica di Fortune. Dai dati raccolti emerge che 27 aziende su 50 sono attive sul fronte della biodiversità, con una politica strutturata o con azioni specifiche. Si tratta prevalentemente di realtà appartenenti a settori ad alto impatto ambientale quale oil & gas ed energia, seguite da food e grande distribuzione. Banche e assicurazioni, assieme alle aziende di telecomunicazioni sono invece meno impegnate.

Per quanto concerne i tipi di intervento, prevalgono azioni dirette alla conservazione degli habitat e alla salvaguardia di specie animali in via di estinzione o di specie indigene. Queste due tipologie di programmi rappresentano più del 54% di quelli osservati e vengono realizzati in prevalenza mediante interventi di riforestazione o di conservazione delle foreste. Seguono azioni di ripristino di aree degradate, progetti di monitoraggio della qualità ambientale e della biodiversità, interventi di educazione e iniziative dirette ad esercitare pressioni sui fornitori. A livello geografico, le aree in cui vengono realizzati i progetti riguardano ancora prevalentemente le zone vicino alle quali le imprese svolgono le proprie operations. Nel caso delle aziende petrolifere ed energetiche, ad esempio, la stretta relazione tra la localizzazione geografica degli interventi e quella degli impianti sembra dettata da una logica di compensazione, con l’obiettivo di acquietare le associazioni ambientaliste e le comunità locali.

In termini organizzativi, gli interventi indicati vengono realizzati quasi sempre mediante partnership con agenzie di chiara fama internazionale, con governi e con il coinvolgimento di ONG locali. L’efficacia dell’alleanza dipende infatti molto dalle competenze e dalla reputazione del soggetto coinvolto. Ciò ha creato un mercato ristretto intorno alle ONG, dove prevalgono poche associazioni di chiara fama internazionale quali WWF, The Nature Conservancy e National Fish and Wildlife Foundation. In un numero minore di casi le aziende impegnate in questo ambito hanno creato specifiche fondazioni che operano direttamente sul campo. Dal 1992, ad esempio, Total ha costituito la Total Foundation, un’organizzazione che in questi anni ha investito oltre 24 milioni di dollari in numerosi progetti – dallo Yemen alla Francia, dalle Fiandre al Gabon – di conservazione e ripristino degli ecosistemi, supportando la ricerca scientifica in questo contesto. Toyota nell’Aprile 2009 ha lanciato la Toyota do Brasil Foundation con l’obiettivo di proteggere la Foresta Atlantica, di cui oggi rimane meno dell’8% della superficie originale. Nel settore alimentare, Nestlé è una delle imprese più attive, con molteplici progetti realizzati in tutto il mondo (Marocco, Argentina, Indonesia, Messico, Colombia, ecc.) che includono la riforestazione e conservazione di più di un milione di alberi, la protezione di habitat naturali e la salvaguardia della fauna locale, la protezione delle acque. Shell coopera con oltre 100 organizzazioni scientifiche e di conservazione in 40 paesi. Exxon ha investito oltre 1 milione di dollari all’anno nel fondo “Save the Tiger”, dalla sua costituzione ad oggi, e oltre 13 milioni in progetti realizzati nei paesi dove vive questo felino, in serio pericolo di estinzione. Nel settore finanziario, Bank of America ha sviluppato un interessante progetto, ormai ventennale, di riforestazione e sfruttamento sostenibile di un’area boschiva nel Nord California con un investimento di 65 milioni di dollari.

Si tratta, chiaramente, solo di alcuni esempi che testimoniano un’attenzione crescente verso il tema, anche se restano molti dubbi sulle finalità di queste strategie. La media degli investimenti, infatti, è ancora estremamente limitata, nell’ordine di 30 milioni di euro a decennio. Una cifra assolutamente marginale rispetto ai profitti che queste multinazionali registrano annualmente (il valore medio dei progetti monitorati è dell’ordine 0,0003% del fatturato). In questo senso, per molte imprese le motivazioni che sembrano prevalere sono legate più all’immagine e alla logica della sponsorizzazione che ad un’integrazione reale nelle politiche sviluppate sul fronte della sostenibilità.

La protezione della biodiversità rappresenta una delle sfide fondamentali dei prossimi decenni. La sopravvivenza di un’ampia diversità biologica è la chiave di volta della resilienza del nostro pianeta e del suoi ecosistemi. Ridurre le emissioni di processo o di prodotto, riciclare le risorse, aumentare l’efficienza energetica sono iniziative fondamentali che le imprese stanno attuando in modo sempre più intenso e continuativo anche a fronte di risposte positive da parte dei consumatori, dei mercati finanziari, delle istituzioni. Tuttavia, queste strategie non bastano. Senza contrasto alla devastazione degli ecosistemi e alla perdita di biodiversità il lento cammino autodistruttivo del nostro pianeta non si fermerà. Come scriveva Edgard Morin nel 1980 “l’umanità è passata dall’attività integrata entro gli ecosistemi alla conquista della biosfera, ma non è riuscita a sfuggire alla biosfera. La società umana ormai racchiude gli ecosistemi nelle sue maglie, ma non sfugge ai principi fondamentali della relazione ecologica. L’uomo é salito in cima alla natura, ma rimane all’interno della natura”.

Stefano Pogutz e Walter Mottola

Stefano Pogutz è direttore del Master MEMAE Bocconi, Walter Mottola è assistente dello stesso master.

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