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Troppo, troppi: come rispondere al fabbisogno alimentare di 7 miliardi di persone

giugno 24, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

La popolazione mondiale aumenta a ritmo costante, le risorse scarseggiano, la crisi spinge molti paesi verso un baratro imminente. A questa emergenza le élite economiche e politiche – i cosiddetti potenti della terra – rispondono con un appello comune: bisogna affrontare il problema della sovrappopolazione del pianeta. Ma se siamo troppi, chi tra noi è di troppo? La legge suprema del neoliberismo parla chiaro: è superfluo chi non consuma e non produce. Questo significa sacrificare i contadini del terzo mondo che praticano un’agricoltura di sussistenza, abbandonare i poveri che vegetano ai margini delle grandi metropoli, trascurare il sempre più nutrito esercito di disoccupati e precari che popolano i paesi occidentali. Considerare di troppo chi non vuole o non può prendere parte al grande gioco del consumo. Del resto, non è così che si garantisce la comoda sopravvivenza di quella ristretta minoranza che da sola detiene e controlla gran parte dei beni del pianeta? Nel saggio “L’uomo superfluo“, da poco pubblicato dalla casa editrice Nutrimenti, lo scrittore Ilija Trojanow analizza la crisi del sistema capitalistico e lancia un grido d’allarme sul futuro dell’umanità: non ci sarà pace né benessere senza un cambio di rotta, senza una più equa distribuzione delle risorse, senza un cambiamento radicale del nostro modello di sviluppo. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente“, pubblichiamo oggi il capitolo che illustra il problema della produzione del cibo per una popolazione in aumento, dal titolo “Troppo, troppi“.

Grazie al clima mite e al terreno fertile, l’Irlanda potrebbe nutrire il triplo della sua popolazione e nessuno, se non un funzionario del governo inglese, potrebbe sostenere che tra i suoi abitanti ridotti in servitù è impossibile cogliere un anelito di libertà o una scintilla di vita. Si può solo sperare che questi stolidi e tirannici padroni siano cacciati una volta per sempre dal suolo irlandese. Com’è brava l’aristocrazia inglese a moraleggiare sulle classi dominanti di Napoli, del Dahomey e di altri regni! Guardate alla vostra terra, guardate a Londra, e osservatele moltitudini con i volti segnati dall’incubo della fame; osservate le donne – un tempo graziose, virtuose e laboriose– ora costrette a veder morire i loro figli perché non c’è di che nutrirli. Guardate a tutt’e due le facce della medaglia: la sublimità del diritto e la miseria senza fine di un nobile popolo.

Le ultime parole del rivoluzionario irlandese Michael O’Brien

Il concetto di ‘sovrappopolazione’ si sviluppò con l’età moderna. La progressiva industrializzazione spazzò via buona parte della piccola agricoltura e dell’artigianato rurale, gli esseri umani privati delle loro radici formarono la riserva di un proletariato urbano che, in quanto manodopera a basso prezzo, rendeva possibile un’esplosione della crescita economica ma al tempo stesso racchiudeva un notevole potenziale rivoluzionario. La soluzione a portata di mano era l’espansione coloniale: le regioni arretrate del mondo ebbero la funzione di assorbire la popolazione in eccesso delle società sviluppate, ragion per cui gli antenati degli abitanti del Nord America e dell’Oceania provengono dalle nostre latitudini. Durante la Great Famine del 1845-49, che provocò la morte per denutrizione di un milione di irlandesi, 800.000 tra uomini e donne emigrarono in Nord America. Il governo britannico non compì alcuno sforzo serio per mitigare o addirittura superare la carestia,una politica imperialista di genocidio per omissione che fu imitata già nel diciannovesimo secolo.

Quindi, all’inizio, la sovrappopolazione era un problema europeo, il che può sembrare ironico a noi in Mitteleuropa,costretti oggi, semmai, a fare i conti con funeste novelle sulla nostra imminente estinzione. Quando, poco a poco, la rivoluzione industriale si affermò, si presentò sulla scena l’economista e filosofo inglese Thomas Robert Malthus e formulò il suo principio della popolazione,riassumibile nella famosa sintesi: “Un essere umano che nasce in un mondo già popolato, se la sua famiglia non ha i mezzi per nutrirlo, o se la società non ha bisogno del suo lavoro, non ha il benché minimo diritto di pretendere la più piccola particella di nutrimento ed è realmente‘di troppo’ sulla terra. Nel grande banchetto della Natura non c’è un coperto per lui. La Natura gli ordina di farsi da parte e non esita a eseguire personalmente l’ordine”. In altre parole: la produzione alimentare non può tenere il passo con la crescita della popolazione, poiché “il Creatore infinitamente buono […], nella sua misericordia,non ha voluto mettere a nostra disposizione, in quantità sufficiente, tutto ciò che serve per vivere”. Anche senza chiederci com’è possibile che un Creatore così carente nella programmazione sia infinitamente buono e misericordioso, ciò che risulta particolarmente irritante in questa tesi è l’affermazione dell’inevitabilità: la morte per fame diventa una panacea in caso di difficoltà economiche. Una parte della popolazione dev’essere sacrificata per il bene della maggioranza come sulla zattera della Méduse? Se così fosse, bisognerebbe essere coerenti e rifiutare nella maniera più rigorosa qualsiasi ipotesi d’intervento sociale per rendere più sopportabili gli effetti della povertà. “Se un uomo non riesce a vivere del suo lavoro, né lui né la sua famiglia possono farci niente […]. La legislazione sociale è pericolosa […]. Consente ai poveri di mettere al mondo figli”. E questo bisogna assolutamente evitarlo, perché i miserabili si riproducono senza freni – un mito che è un compiaciuto ritornello delle classi superiori – sono ignoranti,volgari, rozzi, brutti.

Non deve stupire che le tesi di Thomas Robert Malthus siano rispolverate oggi, perché ormai la globalizzazione, esito finale della colonizzazione, ha colmato tutti i bacini migratori e la modernità non è un privilegio regionale ma una condizione universale. Quale potrà essere in futuro la valvola di sfogo per l’eccessiva pressione demografica? Individuarla, evidentemente, è compito delle élite. Questa discussione, all’apparenza franca e innocente, permette di porre ‘questioni spiacevoli’ e contemporaneamente di insistere sulla retorica dei diritti umani, sulla superiorità del proprio illuminato sistema di valori e sulla natura umanitaria del proprio impegno. Carestie e altre catastrofi sociali non sono percepite come difetto del sistema o sottoprodotti patologici dell’agenda delle classi dominanti, ma a seconda dei casi come eventi determinati da leggi naturali oppure conseguenze dell’eccessiva fertilità dei poveri. Chi di noi non ha udito di passaggio almeno una18volta questa frase: “Gli africani (o gli indiani o i rom ecc.) mettono al mondo troppi figli”? Malthus è il grande Liberatore, non solo dalla cattiva coscienza, come scrive Jean Ziegler, ma dal rischio di doversi giudicare responsabili o addirittura colpevoli.

Secondo stime della Fao (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), ogni anno muoiono per mancanza di cibo 18 milioni di persone. Certo, il numero di quanti soffrono la fame si è ridotto in percentuale, dal 26 per cento nel periodo 1969-1971 fino al 13 per cento negli anni 2005-2007, soprattutto grazie alla‘rivoluzione verde’, una spinta verso l’efficienza nell’agricoltura industriale; e tuttavia: ogni cinque secondi muore di fame un bambino sotto i dieci anni di età; ogni anno innumerevoli madri denutrite mettono al mondo innumerevoli figli denutriti. Circa un miliardo di persone soffre di fame. Per molti l’unica via autonoma d’uscita è il suicidio: nel 2009 si sono suicidati 17.368 piccoli agricoltori indiani. Nel 2010, secondo la rivista specializzata di medicina The Lancet, erano stati quasi 19.000. Complessivamente dal 1995, solo in India, circa 270.000 persone si sono tolte la vita in preda alla disperazione per le condizioni di vita prevalenti.

È realmente possibile impedire la morte di massa per fame? Dal punto di vista quantitativo, certo che sì. Nel mondo si producono abbastanza alimenti per evitare che muoia di fame anche una sola persona. Soltanto gli alimenti gettati via in Europa e Nord America sarebbero sufficienti per nutrire tutti gli affamati sulla terra, anzi,qualcosa ne avanzerebbe. La maggior parte delle malattie di cui muoiono i bambini del terzo mondo potrebbe essere prevenuta o curata con una spesa di pochi dollari per bambino. Ogni anno 2,2 milioni di esseri umani, prevalentemente lattanti e bambini piccoli, muoiono per dissenteria, conseguenza della contaminazione dell’acqua, dato che circa la metà della popolazione mondiale non dispone di adeguate riserve d’acqua. Né la fame né la miseria sarebbero una necessità. Non si tratta di una legge di natura, ma di una strage realizzata per omissione. Le carestie in Cina, nell’India britannica, nell’Unione Sovietica come nei territori dell’Europa orientale occupati dalla Wehrmacht sono oggi considerate genocidi dagli storici, indipendentemente dal fatto che, aspetto ancora controverso, fossero state o meno pianificate per ottenere determinate conseguenze. Avrebbero potuto essere evitate, ma vennero messe nel conto come male necessario per difendere gli interessi della comunità ‘sana’ o ‘progredita’.

Ilija Trojanow*

* Nato a Sofia nel 1965. A sei anni fugge con la famiglia dalla Bulgaria e ottiene asilo politico in Germania, ma presto si sposta in Kenya, dove il padre trova lavoro come ingegnere. Nel 1985 lascia Nairobi e torna in Europa per studiare legge e antropologia a Monaco di Baviera. Qui fonda e dirige per alcuni anni due case editrici specializzate in letteratura africana. Dopo aver vissuto a Mumbai, Città del Capo e Magonza, si stabilisce infine a Vienna, dove risiede attualmente. Autore di più di venti libri tra romanzi, saggi e diari di viaggio, è stato tradotto in tutto il mondo e ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il Berliner Literaturpreis, il Preis der Leipziger Buchmesse e l’Adelbert-von-Chamisso-Preis. Il suo romanzo più noto, Il collezionista di mondi (Ponte alle Grazie, 2007), sulla vita dell’esploratore Sir Richard Burton, è stato un best seller internazionale.

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