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“Un anno col baio”: viaggio con un pastore errante dalle Dolomiti all’Adriatico

agosto 5, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

In “Un anno col baio“, recentemente pubblicato dalla casa editrice Ediciclo, Valentina Musmeci racconta, con immagini e testi, un anno di transumanza e alpeggio al fianco di un pastore della Val di Fiemme, Ruggero Divan, e le sue 2200 pecore, 15 capre e 16 asini dal Parco di Paneveggio-Passo Rolle Pale di San Martino verso la pianura Padana e il mar Adriatico. La prima parte del volume, prevalentemente fotografica, segue lo scorrere del tempo della transumanza, dalla partenza sull’Alpe Lusia in ottobre all’alpeggio estivo e la nuova partenza l’anno successivo. Ad alcuni momenti importanti – la nascita e la morte, la tosatura, l’allattamento, la preparazione dell’aia per la notte – sono dedicate pagine speciali. Le fotografie, rubate a una quotidianità semplice e rude, permettono di entrare in un mondo antico e poco conosciuto e in contatto diretto con una geografia naturale e culturale che solo il tempo lento del viaggio a piedi consente di apprezzare a fondo. Al termine della narrazione fotografica l’intervista al pastore, sui suoi 35 anni di vita nomade, avvicina i lettori al lavoro della pastorizia in questi ultimi decenni e mette in risalto le sue peculiari caratteristiche umane e culturali. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente”, pubblichiamo oggi un estratto del libro, in cui l’autrice presenta il suo viaggio.

La decisione di seguire il baio in transumanza, man mano che conoscevo questo omone dalla corporatura alta e forte, dai lunghi capelli biondi, definito il Re Leone dell’Alpe Lusia, è nata dalla consapevolezza che si stesse svolgendo sotto i miei occhi la rappresentazione di un mondo che non esiste più.

L’immagine che ho di una cosa condiziona il mio sentire. Si parla spesso dei pastori come di uomini al margine, vite sul confine, al di fuori delle regole e del controllo sociale. E di pastori avevo sentito parlare da piccola, quando passavo le estati dalla nonna in collina e in montagna. Due figure dovevano fare paura a noi bambini: gli zingari e i pastori. Di questi ultimi si doveva avere timore in quanto personaggi strani, imprevedibili e bugiardi.

Il mio pregiudizio è stato subito vinto dal pastore Ruggero. Nella sua rude franchezza, è puro e cristallino. Incontrandolo sulla strada può sembrare un buffone poco serio, ma è nella sincerità che Ruggero ha trovato la chiave dell’esistenza. Ha imparato che prendere la vita sul serio significa dire ostinatamente la verità, dissimulandola talvolta nel guizzo di una battuta che scroscia in una risata.

E della vita sulla strada Ruggero non mi ha nascosto nulla.

La transumanza a piedi, per una come me che ha avuto la possibilità di viaggiare in alcuni Paesi del mondo, rappresenta l’avventura alle porte di casa. Non occorre prendere un aereo ed entrare, di aeroporto in aeroporto, nelle “autostrade” del ricco turismo occidentale per scoprire un itinerario esotico. A piedi l’imprevisto può sorprenderti anche a due chilometri da casa, se devi mangiare accampato a lato della strada, pisciare nei boschi, lavarti i denti con l’acqua della bottiglia o dormire sotto le stelle.

La transumanza ha poi un aspetto di gruppo che non conoscevo: tutto deve essere coordinato e gestito da una mente che organizza il branco uomo-pecore per il bene comune. Sapienza che si conquista con l’esperienza: è qui che Ruggero dà prova del suo essere, nelle piccole e nelle grandi cose, orgogliosamente presente e responsabile, pur con quell’aria scanzonata e leggera che lo contraddistingue.

La sorpresa più grande è stata per me l’animale “pecora”. Da sempre importante per il sostentamento dell’uomo, come testimoniato dalla sua presenza nella letteratura, nell’arte e nella mitologia, la pecora è stata il fulcro della vita materiale della società agraria fino a cinquant’anni fa. Non solo per il latte, ma anche per la carne e per la preziosa lana, che offre in cambio di semplice erba. È un animale arcaico, sobrio ma divoratore, mai sazio, umile e deciso.

Quasi impossibile incontrarne una sola, la pecora vive e respira in gruppo. A volte il gregge parte in accelerazioni di cui si stenta a comprendere il motivo, a volte è costante nell’avanzare scorrevole sul sentiero. Un insieme disordinato di elementi che vivono condividendo. Non solo lo spazio e le informazioni, che si scambiano continuamente, ma anche l’equilibrio difficile e delicato che permette loro di muoversi sulla strada in uno stato di ricettività totale.

In questa dimensione di gruppo, anche se riconosce un leader, la pecora ha un legame esclusivamente con la madre: forse per questo rispetto al mondo dei bipedi ha lo stesso rapporto esclusivo con il pastore. Difficile per un estraneo stabilire un rapporto emotivo: solo alcune di loro, dopo una settimana di cammino insieme, mi riconoscevano.

Non così per l’asino: socievole e mite, riesce a stabilire subito un contatto, avvicinandosi per farsi accarezzare o, quando può chiedere qualcosa da mangiare, nutrire. L’asino è un elemento importante della transumanza del pastore, da sempre ha svolto la funzione di mezzo di trasporto per tutto il necessario alla sopravvivenza: coperte, pentole, abiti di ricambio, scarpe, cibo. Il pastore nomade nel suo spostarsi era costretto a limitare al minimo indispensabile le carabattole da scarrozzare in giro. Ruggero porta sedici asini con sé, per allevarli e, come dice lui, «per il gusto della tradizione».

Non c’è gregge senza cani, non c’è pastore senza amore per il suo cane. Essi vivono un rapporto simbiotico, biunivoco. Per il pastore il cane è qualcosa in più, serve per “girare” le bestie, è il braccio che si può allungare, l’estensione del proprio corpo. Il gregge è un’entità che esiste con il cane, fondamentale perché la pecora possa produrre lana, carne o latte. Per noi che non produciamo ciò che consumiamo, la pressante ricerca di erba del gregge è stupefacente, la perduta necessità di sopravvivenza primaria ci sfugge, ci è aliena.Questa è la storia di un pastore e di tutti i pastori.

Ruggero, per scelta, può assistere dall’angolatura di confine della sua posizione alla rappresentazione del mondo dei “normali”. All’infinito corteo delle virtù altrui: io ho, io ho fatto, io ho visto, io so. Parametri che servono al mondo civilizzato per collocare qualcuno nella classifica della normalità. È normato, ha delle norme il nostro mondo di marionette. Sta a delle leggi invisibili che sono quelle del paradigma. E il paradigma, quale che sia, richiede una soluzione, nel suo duplice significato di risolto e di sciolto, finito. Il nomade, invece, sta alle leggi della Natura e basta.

Nella contemporaneità la cultura dominante implica che ci si vergogni delle origini contadine o di non possedere un sapere accademico. Il sapere agricolo è fortemente svalutato, corroso da una serie di dogmi moderni che l’hanno demonizzato. Quando si arriverà alla fine di questa strada a senso unico creata dal consumismo, ci si accorgerà che la cultura dell’agricoltura e dell’allevamento sarà l’unica che potrà indicare la strada del ritorno.

Nell’accudire le pecore sono stata accudita, nel nutrirle sono stata nutrita, nel curarle sono stata curata. Nella valutazione di dover decidere rapidamente dove andare, ho imparato l’arte della scelta. Nell’aspettare di partire, anche per ore, senza sapere perché si tardava, ho imparato la pazienza. Nel non ritrovarmi all’interno di un altro schema sociale ho scoperto l’autoironia. Ho preso la misura di un “altro” che non sapevo ancora fare e ho imparato l’umiltà.

Per far entrare qualcosa di nuovo deve esserci uno spazio, un vuoto. Vuota alla partenza.

Silenzio e pazienza. Aspettare. Osservare. Agire al momento giusto. Accogliere le intemperie con il sorriso. Ridere di me. Questo ho imparato. Ecco il vuoto che diventa pieno all’arrivo.

Valentina Musmeci*

* Vive a Trento con i 3 figli e insegna inglese. Ha viaggiato in Europa, Libia, Egitto, Sudan, Yemen, Oman, Qatar, Cipro, India, Malesia, Birmania, Laos, Thailandia, Stati Uniti, Sud America, Isole Caraibiche. Ha scritto e fotografato per la Rivista del Trekking, L’Adige e siti di viaggio. Collabora con APT Trentine, Centri di ricerca e Associazioni. Conduce da anni ricerche sull’attività didattica per bambini in ambito artistico e naturalistico. Si occupa di volontariato e clownterapia.

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