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Una vita sperimentale: l’arrivo di Orlando a Santiago

Ecco il racconto dell’arrivo di Orlando Manfredi – Duemanosinistra – a Santiago de Compostela, ultimo capitolo della “viandanza cantautorale” a piedi, che Greenews.info ha documentato a partire dal 6 luglio scorso. Orlando racconterà al pubblico le sue esperienze di viaggio in occasione del festival Torino Spiritualità, il 28 settembre prossimo (ore 22.30) alla Cavallerizza, Manneggio reale.

Tutto inizia da una panchina nel centro di Leon, insieme con Pier Paolo – giusto prima di entrare in quella cattedrale di luce radiante, che ricorda quella di Reims (quando si dice “vedere per credere”).

Durante il Cammino corrono le informazioni: ci si passa la voce, si conoscono storie di cui non si é stati testimoni diretti. E così sono giorni e giorni che sento parlare di questo ragazzo italiano – che potrebbe sembrare un tedesco, un austriaco, uno svizzero, ma non un veneto – in grado di suonare divinamente il mandolino all’improvviso. Pier Paolo, appunto. Seduti sulla panchina, con due tristissime ciambelle per le mani, ci coglie quel momento fantastico in cui si parla a voce alta, come tra sè e sè, di quello che si sta vivendo lungo il Cammino.

Ci pare di stare dentro una vita sperimentale, dove tutto quello che ti succede in anni e anni capita in appena trenta-quaranta giorni; dove in ore condensatissime si stabiliscono complicitá, si stringono legami con persone di tutto il mondo; dove ci si mette davanti a uno specchio, si va a nuoto dentro se stessi – camminando. Dopo, si può tornare alla vita normale, cercando di conservare un distillato di Cammino, con la sensazione di poter iniziare una vita nuova, cosciente di quella precedente. ”Prima di partire un amico mi ha detto: stai per fare la cosa migliore della tua vita”, conclude Pier.

Leon, Astorga, Ponferrada: le ultime grandi città sul Cammino per Santiago de Compostela. Qui si srotolano nuove regioni, nuove identità. La velocità dei passi è la sola cosa che ti permette sempre di assistere a questo scivolamento.

Dalla Castilla y Leon si passa alla Maragateria, zona del famoso “cocido maragato” (piatto esplosivo, composto di tutte le carni possibili e uova, pane, aglio – assolutamente abusato in qualsiasi luogo della Spagna, al di fuori della Catalogna), fino a El Bierzo, appartenente alla provincia di Leon ma già preludio di nuovi colori galiziani, terra di vini rinomati, che contendono il primato alla Rioja. Vera sorpresa, questo Bierzo: terra mite, rigogliosa, piena di corsi d’acqua, dove saltare sulle rocce e fare sponda col presente.

Qui le persone vivono fiumi e torrenti come facevamo noi nel dopoguerra: tutti a fare i bagni. Che strana visione, come da un altro tempo, o forse una visione di un futuro ancora possibile. L’acqua è limpida, la carezza delle correnti è salubre. Mettere i piedi può bastare. Per il pellegrino è una lavanda rigenerante. Come azzerare il contachilometri.

Ho sempre avuto un debole per quelli che si arrampicano sugli alberi.Io mi arrampico solo se non mi vede nessuno, data la mia eleganza da koala. Comunque, ho scoperto che questi “scalatori arborei” sono statisticamente piuttosto interessanti. Degli specie di Huck Finn filosofi. Sono tre giorni che cammino insieme con l’amico fotografo Stefano Roggero e Daniela, sua compagna e, per l’occasione, valente assistente. Abbiamo concertato questi tre giorni di comitiva per produrre un po’ più di materiale audio-video di quanto non riesca a fare io da solo.

Ora stiamo spezzando la nostra ascesa a Rabanal del Camino (1.160 metri circa) con una pausa all’ombra del bosco che addenta la montagna. Nella piccola macchia sottostante spicca un albero “maestro”, un ippocastano, vecchio e saggio come nessuno degli altri intorno. Decidiamo di metterci lì a registrare qualcosa, con l’attrezzatura di Stefano. Facciamo un po’ di prove e dietro di noi spunta un ragazzo “pelirojo” (qui li chiamano così i “pel di carota”), leggero, calzato di sandali e vestito di cenci, con addosso la polvere del cammino. Con sè ha solo un piccolo zaino e una giacca di cerata. Manco un sacco a pelo. Si sdraia su una panca di pietra a riposare, e ascolta.

Si chiama Sanjari. Il nome è indiano ma lui è originario della svizzera francese. E’ diretto in Portogallo per raggiungere un amico col quale si cimenterà in un docufilm lisergico sul Boom Festival: il più importante festival europeo di musica elettronica. Ci va a piedi, claro. Ma soprattutto ci va senza un soldo e senza chiedere niente a nessuno. Detto che il ragazzo è di un candore commovente, simpatico, educato e mi fa pure i complimenti per la canzone (gli ha dato le stesse emozioni di Akuna Matata!), scatta ben presto un interrogatorio in stile “Ecce Bombo” di Nanni Moretti. “Ma…dove dormi la notte?” “Quando è possibile dormo fuori.” “Sì ma come fai senza tenda?” “Non ho bisogno della tenda: mi cerco un posto morbido.” “Capito – un posto morbido. Ma come fai se non  hai neanche un sacco a pelo, di morbido?” “Ho questa giacca: se ho caldo me la metto sotto come materasso. Se ho freddo mi riparo.” “E se piove?” “Dormo sotto una tettoia o me la costruisco.” ”Te la costruisci – e se fa freddo o hai bisogno di lavarti?” “Provo negli albergues religiosi o a donativo. Il donativo lo dai se ce l’hai. E se sono davvero religiosi, devono dare un riparo a un pellegrino.” Sono tentato di chiedergli come diavolo abbia fatto a procurarsi il tabacco con cui si sta girando una sigaretta, ma non lo faccio. Di sicuro risponderebbe “me l’ha regalato un amico”, e allora saremmo proprio sul set di Ecce Bombo.

Dunque “è ancora possibile fare un pellegrinaggio nell’autentico spirito della viandanza?” “Certo che è possibile. E’ difficile ma è possibile.” E dopo questa folata di lucido realismo, stimo molto quest’uomo. Ci salutiamo così. Noi ci fermeremo a Rabanal del Camino. Lui dice di voler proseguire fino alla Croce di Ferro, chissa per lasciare quale peso, visto che non ha nulla con se’ (è antica usanza lasciare una pietra, come fioretto, ai piedi della famosa croce, issata su un tronco di quercia, in cima al Monte Irago).

A Rabanal, troviamo posto in un albergue religioso, gestito dalla confraternita inglese di St. James. Poi ci ritroviamo attorno al tavolo della cena, stanchi e felici e, soprattutto, con le idee poco chiare: ognuno ha una sua versione del coprifuoco del nostro albergue. In genere queste strutture chiudono luci e porte alle 22.00, ma può capitare l’albergue più restrittivo (21.30),  quello più permissivo (22.30), quello decisamente libertario (quasi nessuno). Riusciamo a perderci abbastanza in discussioni per arrivare cinque minuti dopo la nostra serrata. Ecco: il coprifuoco era alle ventidue. Te pareva. Ora dovremo fare la solita figura degli italiani. Ci mettiamo a bussare, poi a suonare il citofono. Niente. La prospettiva è quella di dormire fuori, all’addiaccio visto che siamo in montagna, senza sacco a pelo e senza nulla.

Mondo crudele. Dobbiamo giocare il tutto per tutto. Spingo l’acceleratore sull’”italiano” e mi metto a suonare la chitarra. Nessuno: la porta rimane chiusa, le luci spente, il silenzio abissale. Poi, con lentissimo cigolìo, si apre una finestrella al piano terra. Sbuca in penombra un viso irsuto. E’Sanjari. E’ lui, non posso crederci. Sbucato dal sonno come una creatura del “Flauto Magico”. Deve aver cambiato programmi, e si è fatto ospitare direttamente da St.James. Gratis, naturalmente. Cose tra pellegrini. Gli spieghiamo brevemente la situazione. E lui, da vero Tom Sawyer, ci fa passare dalla finestra. E dopo un tale lucido gesto di misericordia, amo quest’uomo.

La Galizia, regione autonoma, sembra piovuta in Spagna per un insieme di equivoci. Con una lingua – il gallego – che ricorda più da vicino il portoghese e il sardo che non lo spagnolo. Un’economia divisa tra industria ittica fiorente, e agricoltura e pastorizia piuttosto povere. Un reddito procapite inferiore a quello delle Marche. E, tuttavia, un certo turismo costiero e, naturalmente, il Cammino che porta a Santiago, la città santa (insieme con Roma e Gerusalemme), capitale della Galizia. Andando sui sentieri più verdi di tutto il Cammino, si attraversa realmente la vita della gente: nel bel mezzo di boschi di querce, eucalipti e ippocastani, spunta un villaggio ogni tanto, fatto di case di pietra e fango, pioggia, nebbia, mani callose, bestiame, cani sciolti, una chiesa come un confetto nero e, di fianco, un piccolo camposanto. Anche il carattere gallego risente di certe asprezze: garbato e semplice, ma non proprio caloroso. In questo angolo di terra, retaggio di cultura celtica, di paganesimo e di streghe, ogni fibra del bosco danza in forme di spirito. (se non potete vedere la Galizia ma volete “sentire” tutto questo, consigliatissima la lettura di un libro qualsiasi di Camilo Josè Cela, il più grande scrittore gallego). Ogni albero sembra una scultura, un dolmen, una bocca del diavolo. Chissà quanti ne avrà arrampicati Sanjari. E chissà quante case sugli alberi si potrebbero immaginare.

La mattina in cui affronto il famigerato Passo del Cebreiro (è la prova definitiva del pellegrino: se ci si arriva “vivi”, si arriverà a Santiago), non resisto alla tentazione delle creste montuose alle mie spalle e della luce sorgente del mattino, così mi fermo a registrare una canzone nuova, dal titolo “Fulgida Stella” (chiaro lo zampino della via lattea?).

Perdo un sacco di tempo in questa operazione che comporta la scelta di un posto adeguato, di una luce adeguata, e una serie di tentativi. Insomma scendo a Triascastela che è primo pomeriggio, quando ormai tutti i pellegrini sono già fermi per la notte.  Ma il posto è triste e, per di più, completamente pieno in ogni sua struttura di accoglienza. Dunque scelgo una deviazione, con l’idea di passare la notte nel monastero di Samos, il più antico che si possa incontrare lungo il Cammino (edificato nei secoli V e VI, contenente all’interno un organo ancora funzionante di 3850 canne!).

Dopo un primo breve tratto di strada provinciale, è tutta una corsa tra sentieri boschivi, pigne grandi da giocarci a rugby, aghi di pino, gocce nelle ragnatele. Pure noi pellegrini siamo gocce nella ragnatela: qualcuna scivolerà fino al centro, fino a sfiorare un’altra goccia. Ecco perchè, in quel reticolo di possibilità che è il Cammino, ciascun incontro non sembra casuale. La strada che ti porta a Samos scivola giù fino all’ultimo vallone che affaccia proprio sull’enorme monastero, adibito ora ad albergue dei pellegrini. Visto da quassù è uno spettacolo che vale la fatica di quaranta chilometri di scarpinata.

Sono le sette della “tarde” e, anche stavolta, arriva fatale la notizia che l’albergue è completo. Impensabile fare altri dieci chilometri per raggiungere il prossimo paese. Ti devi arrangiare. Anche se è strano che un monastero non possa offrirti neanche un angolo di pavimento, o un materassino o una coperta per dormire fuori. Niente. Ma dov’è finito lo spirito del soccorso al pellegrino? Mah…burokrazjia del kamino.

Dopo l’ultimo inesorabile divieto a dormire accampato nelle strette vicinanze del monastero, mi avvio verso un prato steso lungo le sponde del rio locale. Percentuale di umidità del duecento per cento. Proprio mentre inizio a familiarizzare con il lato ironico della faccenda, mi sento chiamare “peregrino?”. Non lontano da me una piccola comitiva riunita attorno a due tende. “Non hai un posto da dormire? Benvenuto, questo è l’albergue mobile”, dice la stessa voce maschile di prima. ”Puoi dormire con noi, se ti va.” Questa si chiama Provvidenza!

A un primo sguardo l’accolita è davvero improbabile. Un uomo a metà strada tra un fricchettone e un druido, due bimbe che sembrano tenerissime zingarelle, e due giovani allampanati, pellegrini radicali, ridotti al minimalismo più estremo. Il druido si chiama Hubert e le due zingarelle sono le sue bimbe, Nieves – dieci anni –  e Eva sette. Francesi i tre. Mentre i ragazzoni sono Samuel, francese anche lui, e Alex, spagnolo di Bilbao. Girano assieme come un piccolo nucleo. Decidono che dormirò nella tenda di Samuel e Alex. Noi quattro maschietti ce ne stiamo ancora un po’ all’aperto, facendo girare una bottiglia di vino. Le bimbe dall’interno della loro tenda, ci ricordano che “l’albergue mobile chiude alle dieci!” Che stelle.

La mattina seguente, appena sveglio, esco dalla tenda e vedo Eva – la piccola – abbracciare un albero enorme, tanto che le sue braccia non riescono a cingere nemmeno la metà del fusto. Hubert mi fa notare che quello è un albero antichissimo, pieno di energia. Insisto per offrire a tutti la colazione. Le bimbe son felicissime. E’ ovvio che si finisce immediatamente per preoccuparsi un po’ per loro, perchè viene difficile pensare che il Cammino sia un’esperienza “adatta”. Oltre ad essere molto educate e sveglissime, vivono questa vita “di strada” come “protette”, in una specie di rete di sicurezza, procuratale dal mondo circostante e dalla loro stessa “disciplina”. Apparentemente il padre sembra essere l’anello debole della faccenda. Eppure provvede a tutte le questioni organizzative e logistiche delle bimbe, con estrema naturalezza e coscienza. Per il resto, è come se deponesse un’enorme fiducia in tutto: se’ stesso, le bambine, la strada.

La prima volta Hubert ha fatto il Cammino quando Nieves aveva sei anni circa. Anche quella volta Nieves c’era. Quando era stanca di camminare, Hubert la portava dentro lo zaino. Trentacinque chili di soma. Arrivati a Santiago, è stata salutata da tutti come la più giovane pellegrina di sempre, con tanto di intervista della televisione ecc. Alla domanda “perchè hai fatto il cammino pure tu che sei così piccola?” ha risposto: “per l’amore di Dio, che è grande e ne ha per tutti”. Sottotesto: quindi ne ha anche per me.

Alla fine delle scuole, quando farà quindici anni, Nieves, che già parla benino lo spagnolo, verrà da qualche parte sulla via francese, a lavorare per i pellegrini, a continuare a imparare. Perchè per lei la vera scuola è il Cammino. Dopo il suo primo pellegrinaggio, Hubert ne ha compiuti molti altri, sempre sulla via francese, perchè originaria, più antica e, come dice lui, “piena di energie della puta madre“.

Ha deciso di dedicare la sua vita a portare sul Cammino le persone in difficoltà, di aiutarle a realizzare quel grande Desiderio che è il Cammino. Ci ha già portato un infermo (!) e un malato grave. Anche Samuel e Alex se la sono vista brutta e sono qui con l’aiuto di Hubert. Lo fa perchè il Cammino gli ha cambiato la vita, gli ha fatto crescere dentro coraggio e fiducia (non è anche un po’ questo la Fede?) “E se non hai paura e hai fiducia, il cammino e la vita ti danno quello di cui hai bisogno, come è successo a te, ieri notte, quando ci siamo incontrati.”

Santiago è lì: posso vederla dalla cima del Monte Gozo, a cinque chilometri. Ogni giorno ci arrivano centinaia di pellegrini, e ognuno ha davvero il suo modo di mettere al suolo l’ultimo passo, davanti alla maestà della Cattedrale. Io, in genere, le mie lacrime e le mie esultanze, le mie febbri e i miei ardori li faccio uscire tutti prima, da solo. Ho dato al Cammino tutto quello che dovevo dare.

Farò tutte le cose per bene, andrò negli uffici di certificazione del pellegrino, mi farò apporre sulla “credencial” il mio ultimo “sello“. Mi chiederanno i motivi per cui ho fatto questo viaggio e dirò probabilmente che sono motivi spirituali e artistici. Ma potrei dire che il motivo sono io. Come il motivo è ogni pellegrino. Alla fine, mi consegneranno la mia Compostela, documento ufficiale, vergato in latino. Io mi procurerò un tubo per non rovinarla e chissà se la tirerò mai fuori di lì. Spero di sì, ma tutto questo è solo onore di cronaca e documentazione. Il Cammino resta dentro ognuno di loro, i viandanti, i desideranti. Staranno lì, sdraiati davanti alla Cattedrale, a respirarci dentro, così come il Cammino ha fatto respirare loro.

Epilogo.

Lo pensavo prima e ne sono ancor più convinto ora, a posteriori: il Cammino va fatto da soli, lasciando alle spalle tutto il possibile. Chiaro, ci si porta con se’ la propria storia, le proprie domande, le proprie aspettative. Ma è meglio che tutto il resto stia fuori. A maggior ragione i condizionamenti, i vincoli, le cattive abitudini.

Questo in generale. Esiste, però, la magnificenza dell’eccezione, che di norma conferma la regola. Immaginatevi tre esseri umani, un cane e una tenda. Polacchi. Anche il cane, azzardo: un alano polacco. Enorme, più simile a un asino che a un cane – ma come mai più un cane è grande e più pena mi fa? La tenda non strettamente polacca. I tre esseri umani sono un ragazzo e una ragazza – fidanzati – più un altro ragazzo. Impossibile pensare a due coppie, anche se non si può mai sapere. Invece no: il secondo ragazzo è il testimone di nozze della coppia. Finito il Cammino a Santiago, la coppia andrà a sposarsi sull’Oceano. Scortata dai due testimoni, ovviamente: l’uomo e il cane. Un po’ come avere testimoni Cultura e Natura. In più mettici l’Oceano. Insomma, puro romanticismo polacco. Sublime. E’l'unico viaggio di nozze al mondo che mi sia sembrato sensato e degno di essere fatto con impegno e gioia (non me ne vogliano tutti gli altri sposi del mondo). Tanto che spero, un giorno, di poter fare qualcosa del genere anch’io. Magari senza alano.

Orlando Manfredi

Il pellegrinaggio con gli strumenti del cantautore finisce qui. Ma “FromOrlandotoSantiago”  va avanti, con molte sorprese a venire. Potete continuare a seguire gli sviluppi sul sito www.fromorlandotosantiago.com e sul gruppo facebook http://www.facebook.com/groups/178252388969461/

- From Monte Gozo to Santiago: km 3,7; steps: 8847; playwish: “Ovunque proteggi” by Vinicio Capossela

-  From Boende to Monte Gozo: km 40; steps: 95320; playwish: “Festival“ by Sigur Ros

- From  Areixe to Boente: km 25; steps: p59584; playwish: “The Road“ by Eddie Vedder and Nusrath Fateh Alí Kahn
- From Ferreiros to Areixe: km 26,9; steps: 64268; playwish: “Sons and daughters” by Decemberists
- From Samos to Ferreiros: km 28,2; steps: 67313; playwish: “Non potho reposare” by Andrea Parodi
- From Ruitelan to Samos:km 41; steps: 97621; playwish: “L’illogica allegria” by Gaber
- From Cacabelos to Ruitelan: km 28; steps: 66668; playwish: “Whatever” by Xavier Ruibal
- From El Acebo to Cacabelos: km 31; steps: 74382; playwish: “Go with the flow” by Queens of the Stone Age
- From  Rabanal del Cammino to El Acebo: km 16,6; steps: 39558; playwish: last track of “Consolers of the lonely” by Raconteurs

 

 

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