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Davide Demichelis, da documentarista esotico a testimonial di “Corona Verde”

maggio 10, 2013 Very Important Planet

“E’ prima di tutto per questo che l’uomo emigra, lascia la sua terra natale, per andare alla ricerca di lavoro, relazioni, sicurezze”. E’ così che è nato il suo Radici, il programma di Rai3 dove gli immigrati che vivono in Italia fanno con il conduttore un “viaggio di ritorno” verso le loro origini lontane. E’ un viaggiatore instancabile, Davide Demichelis,  un vero esploratore dei tempi moderni. Avventuriero dei paesaggi incantati e sperduti, dei luoghi, dai popoli che raramente vengono raccontati.

Lo intervistiamo di ritorno dalla Cina, in qualità di testimonial di un progetto “verde” che per una volta è pensato nei confini di casa nostra: il principe gentile dei documentari, che con la sua voce ha incantato milioni di telespettatori su National Geographic, France 5, la Rai, la Televisione Svizzera Italiana, è il volto della neonata Corona Verde della prima cintura del torinese, un piano di tutela e riqualificazione ambientale lanciato dalla Regione Piemonte, che coinvolge ben 93 comuni, connettendo tra loro parchi, fiumi, habitat naturali, aree agricole, paesaggi rurali e residenze reali dell’intera area metropolitana e della collina, per 90 chilometri e 165 mila ettari di terreno.

D) Dalla natura che sembra incontaminata alle metropoli più inquinate della terra, come Shangai. Quali sono le zone più devastate dall’uomo?

R) La Repubblica del Congo, nella zona di Goma, città situata nella parte orientale, sul lago Kiva, è una delle aree più sfregiate dalla mano dell’uomo. Al confine con il Ruanda, con l’Uganda, dove c’è la natura più fantastica dell’Universo, con foreste incredibili, le miniere di coltan hanno segnato una ferita profondissima. Cos’è il coltan? Perché ci dovrebbe interessare? E’ una sostanza che utilizziamo tutti noi tutti i giorni. Serve per allungare la vita alle batterie dei telefonini. Si trova solo lì. Finché c’è guerra non c’è speranza in Congo, finché non ci sarà un governo forte, piccole bande avranno la giurisdizione per quattro soldi su una zona che stanno deturpando, saccheggiando.

D) Lei torna spesso in Africa, soprattutto per documentarne la fauna, che ha del leggendario: tigri, gorilla, leoni. La quintessenza del documentario, forse, ha come casa il Continente Nero. C’è una terra, un Paese, in cui gli uomini vivono in armonia con la natura?

R) Ce ne sarebbero tanti, ma a pensarci bene racconterò un episodio particolarmente divertente. Ero in viaggio in Camerun, nella foresta tropicale africana, nel bacino del Congo. Giravamo con alcuni pigmei che dovevano mostrarci la strada per raggiungere i gorilla di pianura, animali timidissimi, difficilissimi da avvistare. Un pigmeo di nome Maurice ci aveva presi in carico. Dovevano guidarci lungo tutto il percorso, ma quei giorni lì era di scena una grande festa, così Maurice ci ha portato al festeggiamento e si è ubriacato bevendo marissa, la birra prodotta dalla fermentazione delle foglie di banano. Urlava, saltava, era ciucco perso. Dovevamo affrontare due ore di macchina e poi camminare nella foresta per scovare il punto di osservazione. Il pigmeo ci chiede l’anticipo sul viaggio, che poco dopo spende già, tutto in alcol. Ero preoccupato. Maurice portava con sé 20 bottiglie da 1 litro e mezzo di acqua sulla schiena, con una liana tenuta con la fronte. Canticchiava. Arriviamo nell’area degli appostamenti. Gli faccio riferire da un altro pigmeo che avrebbe dovuto smetterla di gridare, perché si spaventavano i gorilla.

D) Come reagisce?

R) Quasi si offende, prende e se ne va. Arriva la peggior tempesta che io abbia mai visto in Africa. Dopo ore di cammino credevo che Maurice fosse disperso, ubriaco con le casse d’acqua chissà dove, che non fosse più del gruppo, chissà se sopravvissuto alla tormenta. Me lo vedo spuntare all’orizzonte. Era tempo che ci aspettava. Era andato avanti per aprirci il varco, ci attendeva nel punto più comodo per attraversare il fiume da un guado. Lì ho capito che, a distanza di paralleli, chilometri, paradigmi, il pigmeo a differenza mia era perfettamente in grado di sopravvivere alla natura in cui era nato, in perfetta armonia con lei.

D) Pigmei, un popolo stranissimo, diviso dalle guerre e dalle spartizioni politiche della storia. Che impressione ha di questa gente?

R) E’ un popolo difficile. Un missionario che ho conosciuto giù mi raccontava che dopo 30 anni non era ancora riuscito a far capire loro che dovevano farsi pagare per il “lavoro” tra virgolette che fornivano ai governi. Loro che, piccolissimi, si avventurano sotto terra nelle miniere dell’oro in condizioni disumane, in cambio del pranzo. Non concepiscono il concetto di salario, non hanno concetto del do ut des, si fanno sfruttare purtroppo, e la loro cultura non ammette, o comunque fa fatica ad accettare deroghe a questa realtà che in verità è triste.

D) Per contro, qual è il luogo più inospitale del mondo?

R) Credo la Cina, da cui sono tornato 2 settimane fa. L’impatto di 30 milioni di persone che non vedono mai il sole, a Shanghai. E’ l’estremo opposto della foresta del Congo. Molti cinesi vivono al limite dell’impossibile, dello stress psicofisico. Proprio a proposito del progetto della Corona Verde del Piemonte ho scoperto che ci sono figure di psicologi ambientali, che studiano i danni prodotti sull’uomo dall’assenza della natura.

D) Forse, però, in Cina non si percepiscono.

R) Sì, è così. Ho conosciuto dei ragazzi di una scuola che visitavano gli orti urbani, sul tetto di un palazzone di 20 piani. Erano adolescenti, erano invitati a toccare le piante, a mettere le mani della terra, molti per la prima volta. Erano terrorizzati dal fango, perché era un giorno piovoso. E’ pazzesco, l’elemento da cui proveniamo e in cui dovremmo andare a finire non l’avevano mai visto in vita loro, o comunque li atterriva. E’ curioso, d’altra parte, che spesso gli ascoltatori mi scrivano, mi chiedono perché faccio documentari sulla fauna lontana e non mi concentro mai su filmati che potrebbero essere educativi per i nostri figli, sugli animali nostrani. Molti dei bimbi di oggi non sanno distinguere una capra da una pecora, perché non hanno mai avuto occasione di vederla.

D) Il suo paradiso in Terra?

R) L’elenco sarebbe interminabile. Dovendo proprio scegliere, dico le isole Falkland. Hanno un rapporto con tra la natura e l’uomo di uno a uno. A un’ora da aero dalla Terra del Fuoco, sono 400 isole che occupano un territorio pari al Galles. Due le principali, gran parte sono isolotti disabitati. Ci vivono 3.000 persone, di cui 2.000 nella capitale. Ce n’è una, in particolare, che è grande come l’Elba, dove vive una sola famiglia di settepersone, con una fattoria sterminata. Prendiamo la macchina, il Land Rover, ci portano su una scogliera per fare le riprese dei nidi degli albatros, i leggendari animali da un paio di metri di apertura alare, stupendi, con le loro sopracciglia nere che sembrano disegnate a matita. Bianchi nel verde dell’erba, con un clima simile a quello della Scozia, gli scogli grigi alla luce delicata. C’erano qualcosa come 12.000 albatri; adulti maschi, femmine e cuccioli. C’è una notte dell’anno in cui migrano, lasciando lì solo i piccoli, ma nessuno è ancora riuscito a capire quando. Io, da quella scogliera non volevo più venire via.

Letizia Tortello

 

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