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Silvana Annicchiarico: il design verso la sostenibilità

maggio 30, 2014 Very Important Planet

C’è la sedia di cartone pressato, il pallet è diventato un letto, batterie realizzate con pezzi di tubi, scotch e cucchiai di legno come bacchette, lampade costruite assemblando fogli di carta a un appendiabiti e portafrutta fatti con palline da golf bucherellate. Oggetti belli e non impossibili, nel segno dell’etica e della sostenibilità. Il design imbellettato esiste ancora, ma convive con il design “dell’oggi”. Quello nato da un Paese distrutto da sette anni di crisi culminati nella grande guerra dello spread e nella sopravvivenza dell’austerity. La nuova era della creatività italiana ce la racconta Silvana Annicchiarico, direttrice della Triennale di Milano.

D) Alla Triennale il tema che lei ha scelto per la settima edizione del Museo del Design è incentrato sul rapporto tra design e crisi. Un tema necessario considerato l’interesse virale per l’autoproduzione nelle sue intersezioni tra tecnologia e artigianato. Alla luce di tutto ciò si è chiesta da che parte sta andando la creatività progettuale?

R) Il design italiano è sempre stato “sospeso” tra sbocco produttivo e commerciale e la ricerca, magari esasperata di nuovi paradigmi. Oggi le nuove tecnologie della comunicazione possono consentire sia di rispondere al mercato che alla volontà di esplorare nuovi percorsi di ricerca. I risultati che vediamo, anche esposti nella VII Edizione del Triennale Design Museum, ci dicono che l’esplorazione è totale, a 360 gradi: fra sostenibilità ambientale e riuso, tra combinazione di nuovi materiali e il rapporto con i materiali nobili e semplici, dalla personalizzazione del prodotto alla esasperazione della serie. Più che un’idea guida, c’è una metodologia che nasce dalla dimensione quantitativa dell’offerta di progetto, ora fortemente accentuata, magari anche superiore alla dimensione del mercato.

D) Il punto è che a volte sembra di stare nelle sabbie mobili della crisi, ormai stantie, e tra le schegge impazzite delle innovazioni tecnologiche. Solo che i cambiamenti del contesto economico e sociale stanno rendendo i consumatori sempre più informati ed esigenti, globalmente consapevoli da richiedere beni socialmente adeguati. Come rispondono i creativi italiani?

R) Anni fa, quando per primi abbiamo scoperto il fenomeno dell’autoproduzione, abbiamo chiamato questo fenomeno “il paesaggio mobile del design italiano”. Non credo ci sia necessità di dare ordine a una apparente confusione. Abbiamo la volontà di capire, e far capire, che la centralità del design in ambito creativo è questione decisiva anche dal punto di vista economico e, ci sembra, che finalmente questa percezione non sia più solo nostra. I consumatori, aiutati anche dal sistema informativo che sta sempre dando più spazio al design, hanno sempre più strumenti per relazionarsi con l’offerta e per decidere.

D) Qualche esempio?

Si passa da un designer attento alle ricadute e alle implicazioni sociali del proprio lavoro come Giulio Iacchetti, in grado di recuperare determinate lavorazioni per salvaguardare il saper fare locale incrociandolo con la progettualità dei designer, per arrivare al download design teorizzato da Denis Santachiara e qui rappresentato dai nuovi maker che portano avanti la sperimentazione con stampa 3D, prototipazione rapida, taglio laser e apparecchiature a controllo numerico, come, per esempio, Alberto Nason, Paolo Ulian, Francesco Faccin o Francesco Meda. Fino al lavoro straordinario di ricerca di Daniele Pario Perra sull’essenza della creatività spontanea creando un ampio archivio che raccoglie migliaia di pratiche creative connesse al cambiamento d’uso degli oggetti e del territorio. Tutti i designer coinvolti declinano, ognuno a suo modo, una diversa ricerca sul fare design oggi e delineano uno scenario tanto più interessante quanto più flessibile, proteiforme, duttile, poco strutturato e proprio per questo capace di infiltrarsi nei territori più impensati, dal design della performance a quello dell’immateriale.

D) Cambiano i modelli di business e la localizzazione delle produzioni, così come i consumatori partecipano sempre più nella progettazione di prodotto e nel processo di sviluppo. Oggi il ruolo del progettista è ormai in molti contesti completamente stravolto o trasformato rispetto al passato?

R) Se si intende che i processi di delocalizzazione della produzione impongono nuovi ruoli ai progettisti, questo è parzialmente vero. Non è pensabile delegare in toto alle imprese lo sviluppo dei progetti e la loro trasformazione in prodotti. Non è però mai stato così anche in passato, almeno per il design italiano che ha avuto fortuna grazie anche a un rapporto “tipicamente italiano” con il sistema produttivo, in larga parte artigianale, anche quando si è trattato di aziende importanti (il cui fatturato non è mai stato, tranne che per pochissime, da piccole aziende). Ora questa responsabilità di conoscenza dei fattori di produzione è sempre più indispensabile, anche nel caso di rientro in Italia di produzioni che, qualche anno fa, erano state localizzate in Paesi a più basso costo del lavoro, ma anche di più bassi standard qualitativi.

D) Superare il concetto di design sostenibile associato alle realizzazioni di pezzi unici, di serie limitate e realizzate attraverso forme di reimpiego di scarti, secondo lei, è un passo necessario per un approccio ben più risolutivo se visto in un’ottica di grandi numeri?

R) Oggi non si progetta e non si produce più senza sapere che fine farà un prodotto alla fine del suo ciclo di vita, sia di piccola che di grande serie. È un fattore di responsabilità che il design ha assunto con forza e determinazione. Rimane sempre, ovviamente, l’obiettivo di dare al mercato oggetti che possano “vivere per l’eternità” ma, nel contempo, ritengo che la scelta “etica” sia sempre più forte, in particolare nelle nuove generazioni.

Francesca Fradelloni

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