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Viaggio “nel grembo delle Ande”, alla ricerca dell’energia della natura

marzo 25, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Un viaggio alla ricerca dell’energia che accorda ogni persona con l’armonia dell’infinito attraverso la potenza delle montagne, lo scorrere dell’acqua, la forza del fuoco, il respiro del vento. Per la rubrica Racconti d’Ambiente, pubblichiamo un estratto del libro “Nel grembo delle Ande“, recentemente pubblicato da Infinito edizioni. Il volume è nato dall’incontro dell’autrice, Anna Rita Boccafogli, con il poeta e mistico Don Américo Yabar, interprete dell’antica sapienza delle Ande. Egli è promotore di una visione dell’esistenza basata sulla connessione profonda dell’essere umano con la natura, con i propri simili e con l’intero cosmo mediante l’attivazione dell’energia salka, la forza vitale naturale, libera e originaria. Di seguito pubblichiamo il capitolo intitolato “Il sole che danza”.

Con l’occasione di altri viaggi ritrovo il Perù nei diversi paesaggi che offre, nella natura e tra le antiche pietre dei siti archeologici ricchi di fascino e di mistero, sfondo delle nostre meditazioni e dei rituali con i maestri Q’ero.

Una destinazione tra le più significative è presso i luoghi d’origine di Don Américo, a Paucartambo, antica cittadina coloniale che funge da “ponte” tra Cusco e la regione di Q’ero. L’omonimo fiume che l’attraversa ha le sue sorgenti nel complesso dell’Ausangate: sulle sue rive raccogliamo q’uyas, meditiamo con l’Apu e con l’energia dell’acqua che scorre, Unu. Dal paese raggiungiamo la comunità di Mollomarka, dove Américo ci accoglie presso Salkawasi, la casa ancestrale che è diventata punto di riferimento per la popolazione locale. In questa dimora, Américo raccoglie l’energia creativa dei suoi avi, che qui abitarono, come il famoso pittore Juan Miguel Figueroa Aznar, padre di Luis Figueroa, regista cinematografico che girò il primo film nazionale, Kukuli: egli nacque proprio in questa casa, che ora è divenuta il domicilio poetico di Don Américo. Qui le donne tramandano le arti della tessitura tradizionale, del canto, della musica, il piacere di raccontare e mantenere viva l’identità della comunità. Qui si ritrovano i sacerdoti Q’ero per riposare durante i lunghi viaggi tra le montagne, e per incontrare chi voglia condividere il loro tesoro di sapienza, di poesia, di spiritualità. A Salkawasi portiamo in dono un cannocchiale, accolto con solenne cerimonia tra lo stupore della comunità raccolta nel cortile: tanto sorprendente e magico sembra ai loro occhi il vedere una casa all’altro lato della montagna, grande come fosse lì accanto! Solo l’annuvolarsi del cielo ha messo fine allo spettacolo, già a notte fatta, dopo la meraviglia destata dalla visione di un Giove risplendente.

A Salkawasi vive Don Miguelito, sottile e nodoso, con occhi vivaci e ardenti, che mi appare come un pifferaio magico andino. Mi narra una storia, resoconto dell’avventura occorsa a un suo amico:

L’amico un giorno si trovava nel bosco quando, avvicinandosi a una cascata, vide dietro l’acqua una donna bellissima, con capelli neri lunghi fino ai piedi. Si avvicinò ancora e si accorse che essa aveva in mano una pannocchia d’oro: la sua attenzione allora fu attratta più dalla pannocchia che da lei. La donna scoppiò a ridere e gli consegnò la pannocchia, che però nelle sue mani ridivenne normale. L’uomo in seguito volle tornare alla cascata e trovò ancora la splendida donna, intenta a suonare agitando dei sonagli: al loro suono, restò pietrificato. Allora chiamò Miguel col pensiero: lui lo raggiunse e lo trovò in quello stato, così si mise a suonare il suo tamburo magico e l’incantesimo svanì. Da allora, ogni volta che suona il suo tamburo, la donna ricompare, con i sonagli. Col suo tamburo Miguel può chiamare i rospi e i serpenti.

Miguel parla quindi del suo “incontro” con il Rayo, ovvero il fulmine.

Da ragazzo, suo padre lo mandò in alta montagna, dove suo zio pascolava gli animali. Nell’andare, il cielo si annuvolò e scoppiò una tempesta, con lampi e tuoni. Un lampo cadde così vicino a lui da fargli perdere i sensi ed ebbe una visione. Il Rayo lo aveva colpito e lui si sentiva come morto. Nella visione si vedevano tre mesas aperte, i manti cerimoniali dei paqos: due erano dei suoi genitori e una era per lui. Miguel sapeva che, se avesse potuto usare quella mesa, avrebbe avuto un grande potere, ma il Rayo si prese tutto e la visione scomparve. Quando tornò a casa, raccontò l’accaduto al padre e lui disse che sì, il Rayo lo aveva colpito, indicandolo così come iniziato.

Miguel mi accompagna nello splendido giardino che, dalla casa, scende verso il fiume, e mi racconta delle piante e dei grandi alberi secolari che proteggono il luogo e sono il rifugio di bellissimi uccelli dal canto dolce e allegro.

Nella cornice di Salkawasi i maestri Q’ero ci hanno riservato molti e diversi tipi di offerte. Ci sono Haywariska innumerevoli e la loro qualità è sorprendente: esiste l’offerta al fiume, con foglie e fiori disposti secondo la sua forma sinuosa; alla Luna, Mama Killa, composta di conchiglie perlacee e fiori bianchi, bagnati da vino o acqua di mare, e con fili d’argento, da mettere nell’acqua. È possibile offrire un despacho al Malki, l’essere antico che vive in rocce, caverne, boschi con vecchie radici, ed è benevolo se viene riconosciuto e rispettato. All’arcobaleno – kuychi – si compone un pacchetto con lana multicolore, coriandoli e piume: va lasciato aperto alle estremità perché possa “volare” e si brucia lungo un fiume. Questo potente segno magico, simbolo universale dell’unione di terra e cielo, di acqua e fuoco, possiede un grande potere di trasformazione ma non si deve osservarlo troppo a lungo, perché potrebbe danneggiare chi lo guarda.

Nell’ultimo incontro con l’anziano Don Vicente Apaza, egli ha pregato per favorire il nostro allineamento con l’energia cosmica, secondo le dimensioni complementari del lato destro – il phaña – per rinforzare la coscienza di sé, l’impeccabilità, la possibilità di riuscita riguardo aspetti materiali, ma anche emotivi; e del lato sinistro – il lloq’e – che interviene nella percezione spirituale della persona, sulla sensibilità e il contatto con l’interiorità. Tutto il cosmo è polarizzato secondo queste due dimensioni opposte: come nella danza dello yin e dello yang orientali, anche per gli andini la dualità è il principio che origina la vita, ma deve equilibrarsi nell’armonia dello yanantin, che comprende e riunisce le polarità.

Don Vicente Apaza ci riserva ancora un dono: è l’offerta per la comunicazione, che nel mondo andino è concepita secondo tre livelli di relazione: l’incontro (T’inquy), il confronto (Tupay) e l’unione (Take). Egli officia per noi un’offerta superiore, finalizzata ad aprire lo spirito tra i partecipanti, favorire l’intento, mettere in relazione i “filamenti” d’energia ed elevare il livello del lavoro personale, operando nel lato sinistro: in sostanza, solo se è forte l’intento dell’unione, della connessione amorevole con l’energia superiore, cosmica, allora può prodursi la magia che rende possibile ogni cosa. Al termine di questo rito, Don Vicente e Américo c’insegnano come attuare lo Yanachakuy, uno scambio d’energia in coppia o in gruppi di tre persone. Questa pratica viene dagli insegnamenti di Don Benito Qorihuaman e incarna lo spirito dell’ayni, poiché serve al completamento reciproco, creando una relazione che possa colmare le differenze, in un simultaneo dare e ricevere che realizza la completezza di tutti. Penso a come questa concezione della comunicazione possa essere utile nella pratica della vita quotidiana: come potrebbe migliorare la qualità delle nostre relazioni se riuscissimo a porci in rapporto con gli altri in questo modo, colmando ciò che manca all’altro – e questo significa anche sentire i suoi bisogni – mangiando e donando alla Terra la sua energia pesante – e ciò presume di poter “vedere” cosa accade nel rapporto, senza esserne travolti – per togliere forza al disagio, alle ostilità, al dolore. Saper ascoltare l’energia della natura allora diviene allenamento per saper davvero “sentire” l’altro; per superare la paura che s’esprime nella chiusura difensiva o nell’aggressività, attraverso la capacità d’entrare in un profondo contatto silenzioso, da essere a essere, oltre i ruoli e le identificazioni.

Poco distante da Paucartambo si trova il confine tra l’alta montagna e la selva, nel balcone naturale di Tres Cruces, ai piedi dell’Apu K’añaqway. È un luogo forte e magico, dove si può vedere il sole che danza mentre sorge dall’immensa distesa di bruma sospesa sulla selva. Qui sembra apparire, a volte, la sagoma della mitica Paititi, la città tutta d’oro, chiamata anche l’Eldorado, che accoglie i discendenti dell’Inka, ed è promessa di vita eterna e felice. Il freddo della notte è intenso, reso ancor più percepibile a causa dell’umidità; per questo è indispensabile avere a disposizione aguardiente, cañazo o Pisco, qualcosa di alcolico che possa riscaldare, in mancanza di fuoco, non sempre disponibile o efficace. Si tratta di un luogo che mette alla prova la mia resistenza, forse più di altri, ma è affascinante, mi pone al cospetto di un Apu potente, guardiano del passaggio tra le alture di Q’ero e la pianura verdeggiante; dicono gli indios che ha il corpo verso la selva, il cuore e la testa in direzione di Q’ero.

A Tres Cruces ci ha accompagnati Don Sebastian Flores, per passare una notte di meditazione e contatto con la luna, offrendo doni alla Pachamama, agli Apu, allo spirito del Ruwal – l’energia cosmica creativa – e alla ñust’a, il suo lato “femminile”. In queste offerte non si usa più la carta come supporto, ma preziosa lana di vigogna e di alpaca. È una notte di luna piena e lo sguardo di Mama Killa – nella sua poesia Américo la definisce “specchio del nostro mistero” – da lassù sembra benedire tutta la cerimonia. Prima dell’alba sorge Venere, la Chaska andina, come un sole lontanissimo e splendente.

Anna Rita Boccafogli*

* (Ferrara, 1959), insegnante e pedagogista, cultrice del linguaggio poetico-immaginativo come percorso di coscienza ed espressione dell’interiorità, opera da oltre trent’anni nell’ambito dello sviluppo delle potenzialità umane, impegnata nella conduzione e nell’ideazione di corsi inerenti il benessere personale e relazionale; a tale scopo, assieme al marito William Bettini e a molti sostenitori, ha fondato l’Associazione Synesis, attraverso la quale raccoglie e diffonde anche la ricchezza di quanto appreso attraverso le esperienze andine vissute nel corso degli ultimi vent’anni.

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