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Viaggio notturno nell’area Vadò, un’isola di cemento che non è “nessun posto”

gennaio 16, 2013 Impressioni di viaggio, Rubriche

Proseguono, con il viaggio notturno nell’area “Vadò”, in Provincia di Torino, le “divagazioni cantautoriali di mobilità elementare” di Orlando Manfredi, in arte Duemanosinistra, a spasso per le città italiane alla ricerca della densità di significato – umano e ambientale – dei luoghi che ci circondano.

In mezzo ai profumi dei panettoni e al tintinnìo del Natale, mi sono occorsi naufragi e incontri, mentre scendevo all’Inferno, in un posto che non è nessun posto ma che tutti conoscono come Area Vadò.

Un posto dove potresti trovare sul ciglio della strada un foglietto stropicciato con su scritto: “Hey Charlie, sono incinta, vivo sulla nona strada, sopra un libreria zozza. Ho smesso di prendere roba, e ho mollato con il whiskey. Ho un uomo caro che suona il trombone e lavora alle ferrovie. Dice di amarmi e che, anche se il figlio non è suo, lo tirerà su come se fosse suo figlio. Mi ha dato l’anello che aveva sua madre, e mi porta a ballare ogni sabato sera, e Charlie: penso di essere felice per la prima volta dai miei incidenti!”

E in fondo al biglietto: “Charlie – per l’amor di Dio – la vuoi sapere la verità? Non ho un marito, e non suona il trombone, e ho bisogno di un prestito per pagare questo avvocato e Charlie: hey, mi daranno la libertà condizionata, giusto in tempo per San Valentino.”

Dove la donna è una prostituta, e non lavora a Moncalieri ma a Minneapolis, e il biglietto non è un biglietto ma una canzone di Tom Waits, con quel misto di cinismo e romanticismo demodé, che pure ti randella il cuore, come una mazza da baseball.

Nel torpore dei natalizi, concordo con l’associazione Amici di Lazzaro, di partecipare come testimone e amico ad una “missione urbana”, a beneficio delle giovani donne nigeriane, vittime della tratta e costrette a prostituirsi, violate in tutto e sole coi loro diritti inascoltati, tra cui quello di festeggiare il Natale.

Parlo al telefono con Paolo Botti, suo fondatore e presidente che, come farebbero gli ultimi che aiuta, mi descrive con pochissime parole l’opera dell’associazione. “Cerchiamo di dare presenza e aiuto a chi questa presenza e aiuto non ce l’ha: i senzatetto, le prostitute, ma anche le famiglie in difficoltà”.

L’incontro si svolgerà in strada, nell’area Sanda Vadò, situata nell’interland torinese, tra Moncalieri e Trofarello. Obiettivo della missione natalizia sarà quello di dare forma e senso al dono. La forma sarà quella del pandoro, il senso quello della festa.

Decido di far precedere l’incontro da una delle mie divagazioni di mobilità elementare. In poche parole, in zona Vadò ci voglio arrivare con i miei piedi, il mio zaino, la mia chitarra: i miei strumenti di baratto spirituale. Con un compito: l’acquisto di pandori nella giungla d’asfalto, l’area Vadò, piena com’è di centri commerciali.

Mi metto in marcia dalla stazione dei treni di Moncalieri. Parto al calare del sole (il nostro gancio è fissato per le 22.00), prendendomi il rischio della penombra e poi del buio.

Un viandante si inoltra, con piedi e curiosità, nell’ignoto: prima o poi la cazzata la fa, a seconda delle circostanze, dell’esperienza, del carattere. Quella di partire al tramonto è la mia prima sonora cazzata del giorno: poche possibilità di fare foto spendibili e, molto peggio, esposto pericolosamente al traffico delle automobili, senza essermi premunito di lucette o rifrangenti.

Dalla stazione tiro dritto, con l’intenzione di percorrere tutto Corso Savona, la grossa arteria che conduce agli imbocchi della tangenziale, teatro dell’Area Vadò. Dopo venti minuti di marcia, schiacciato a lato della corrente veloce delle auto e dei camion, e circondato da gigantesche autofficine, parcheggioni, hangar edili, distributori di benzina, inizio a sentire un carico di catrame e monossido al centro del petto, come una pressione livida, mentre mi si arrampica sulla pelle il gusto dell’asfalto. Razza di cretino, come t’è saltato in testa di far sta cosa? Quanti escursionisti della tangenziale conosci? Sentiamo un po’!

Mi infilo nel caffè di una stazione di servizio. La ragazza dietro al banco è forse “bella d’una sua bellezza acerba, bionda senza averne l’aria” – a dirla con Guccini – ma certo non è molto gentile, né informata, perché, quando le chiedo se c’è una strada alternativa per arrivare in zona Vadò, mi risponde: “No, fai l’autostop, oppure cercati un pullman.

Non mi cerco un pullman, proseguo fino alla grande rotonda del Centro Revisioni Autoveicoli, poi intossicato, tolgo il disturbo e prendo un’arteria laterale, via Buozzi. Cento metri e m’assalta il latrato di un cagnetto che riesce a perforare il boato intorno. “Giovane, le faccia una carezza, così si tranquillizza”, mi fa l’anziano signore, con la cagnetta al guinzaglio. “Visto? Si calma subito. Brava Camilla.”

Mentre accarezzo Camilla, chiedo se esista una maniera per arrivare a piedi in zona Vadò senza passare per Corso Savona. Mi spiega doviziosamente come arrivare dritto in faccia al terrapieno di Mediaworld, senza passare per lo stradone. Lo ringrazio come fosse un santo e lo saluto, dopo avergli chiesto il nome. “Mi chiamo Camillo. In gamba, ragazzo”. Saluto per l’ultima volta Camillo e Camilla! Aggiro il viavai degli automezzi, battendo tutta la strada Villastellone, piuttosto deserta. Vedi? Tutto si rasserena: c’è sempre un modo per arrivare a piedi a destinazione. Saranno le ultime parole famose.

Passato un cavalcavia si apre finalmente la vista della vera e propria zona industriale Sanda Vadò. Enormi isole cementificate, occupate da grandi brands o magazzini commerciali (manca solo l’Ikea, per il resto c’è tutto). Tutt’intorno strade statali assimilabili ad una tangenziale, ma senza corsia di sicurezza, senza marciapiedi e attraversamenti ciclistici o pedonali.

Eppure, dal punto di vista ambientale e urbanistico, intorno a Sanda Vadò ci sarebbero cascine, il quartiere moncalierese di Testona – di antichissime origini celtiche – e l’area del Molinello, lungo il corso del parco fluviale del Po. Ma di questo non si è tenuto conto. E al grido “lottizziamo”, il passaggio e l’attraversamento della tangenziale sono diventate il modello del building commerciale. Siamo contenti di questo?

Sono le diciannove circa, non c’è più molto tempo per trovare i pandori. Devo puntare in direzione del colosso più imponente dei paraggi, il 45° Parallelo Nord, enorme centro di intrattenimento, con dentro qualsiasi esercizio commerciale immaginabile. E’ lì, lo vedo a un chilometro, in linea d’aria. Ma, ancora una volta, è impossibile trovare una strada sicura da percorrere a piedi. Dunque devo scavalcare i guardrail dello stradone e seguire il terrapieno che lo costeggia.

I bordi della strada accolgono tutto quello che buttiamo, consumiamo o mettiamo ai margini: detriti di carrozzeria, spazzature assortite, bottiglie, involti, cartacce, profilattici usati, assorbenti. Ci faccio lo slalom, ma anche li pesto, li sollevo, li attraverso. Alla fine, ci arrivo al “45° Nord”. La gente sembra elettrizzata dalle possibilità che offre il “multitutto”. Oltre a sedici sale cinema, area bambini, centro fitness, libreria, paninoteche, piadinerie, ristoranti, pizzerie, pescherie, profumerie, gioiellerie, negozi di abbigliamento, e d’ogni sorta di brand, e c’è anche una specie di paradiso delle slot machines.

Setaccio tutto il complesso ma un alimentari non si trova, per i miei pandori. Beh, sicuramente troverò una super pasticceria di lusso, che mi chiederà di accendere un mutuo per due pandori artigianali. Invece non c’è neanche quella. Non capisco molto bene di quale fascia di consumatori si circondi questo posto. Per molti esercizi il punto sembra essere non quello di vendere cose ma di vendere marchi.

Ma ci sarà pur da qualche parte un’offerta “compra cinque schermi al plasma e ti regaliamo un pandoro”, santo cielo! A sto punto accetterei, per la disperazione. Disperazione per disperazione, esco dal 45°Nord e scorgo in bella vista un enorme Carrefour. Ma perché non ci sono andato prima? Perché al 45° Nord c’è tutto! E io mi sento il 45° nerd, così rigido nella mia scelta di andare a cercare lì e solo lì.

Mi scapicollo di nuovo fuori, in strada. E’ molto tardi e, per fare prima, decido di tagliare brutalmente per i campi, dove non vedo assolutamente nulla, e seguo il corpo e i suoi sbalzi. Potrei essere su un terreno di proprietà, incontrare un contadino incazzato, un pappone militarizzato, un cane arrabbiato, e non avrei nulla da opporre. Poi penso: “E se mi trovassi al buio davanti a una bialera, non rischierei di caderci dentro?”. E – secondo legge di Murphy – di lì a poche manciate di secondi, arriva puntuale un fossato profondo, davanti a me. E’ una bialera, me ne accorgo dalle rifrazioni bluastre che oscillano in fondo.

Normalmente non mi trovo in queste situazioni. Non mi interessano le esperienze “estreme”. Camminare e conoscere di per se’ non sono esperienze estreme. Anche se possono diventarlo. E adesso ho paura di quello che sto facendo, e sento una specie di ferita della coscienza: la sensazione che si stia oltrepassando quel limite che ci rispecchia intimamente.

Ora devo tornare indietro ma non riesco più a raccapezzarmi. Sembra che la bialera circondi il terrapieno ma non è possibile: da qualche parte sono entrato, senza corsi d’acqua di mezzo. Mi trovo in una situazione da romanzo di James Ballard. Ne “L’isola di cemento” il protagonista, in seguito a un incidente, e dopo essere stato sbalzato fuori strada, rimane ferito e bloccato su un’isola spartitraffico, incapace di uscire e di attirare l’attenzione degli automobilisti. Un incubo.

Calma. Come un funambolo sul filo, ripercorro la strada nei campi a ritroso, nella speranza di tornare almeno davanti al 45°Nord, con buona pace per i pandori. Poco prima di riacciuffare lo stradone e le sue luci m’imbatterò in tre grandi containers, distesi come cetacei spiaggiati, non lontano dal nastro d’asfalto. Avrò anche la tetra impressione di non essere solo. Chissà quale derelitto pinocchio si starà barcamenando nella pancia della balena.

Finalmente vedo distintamente lo stradone e il 45° Nord. Ora è tempo d’incontrare i ragazzi di “Amici di Lazzaro”. Raggiungo via Postiglione e aspetto il mio passaggio, a lato di una grande rotonda di smistamento. Sono state circa sei ore di buio e di freddo, di gas di scarico e di terreno sconnesso, di passi scomposti. Sono esausto.

Accolgo Riccardo come un salvatore. Mi carica in macchina e tiriamo dritto, lasciandoci alle spalle la Ilte, ben nota oggi, come lo sono le cose quando si decreta per loro uno stato d’emergenza. Quasi a fondo strada, svoltiamo nella nostra perpendicolare. Via Cruto. Procediamo lentamente giù giù fino a dove la strada muore, mentre ci avviciniamo a un capannello di persone, che fanno cerchio intorno a un fuoco.

Qui ed ora Lazzaro ha la pelle giovanissima e scura delle ragazze nigeriane, che abbracciano davvero Armando, Giovanni, Giulia, Paola, Daniela, Elisa, Giannina, i volontari e le volontarie de “Gli amici di Lazzaro”, che le conoscono una ad una. Parte la celebrazione con i canti e le preghiere delle lingue hausa, ibo o yoruba (i dialetti delle zone del Niger) o, più spesso, in inglese, imbeccati da Paolo che fa da grande cerimoniere e che conosce ogni canto e scandisce i tempi. E’ festa, si canta, si suona (uno jembè passa di mani in mani), si balla. Certo, in maniera sconcertante per il sabaudo medio, che ci metterebbe un mese prima di tentare il suo primo ballo del mattone. C’è anche un prete ad officiare con una piccola benedizione.

Le ragazze ascoltano piene di bisogno e aiutano il prete a snocciolare in inglese. Ricevono i loro pandori e dolci e regali, con una gioia infantile; cercano il potere della preghiera e l’abbandono della danza, come se questo le permettesse di spalancare uno spazio sottratto, uno spazio di bellezza, che non avremmo pensato possibile, nello squallore di una vita in vendita.

I loro nomi – ”del mestiere” – sono tutti uguali, le dis-animano, o forse le proteggono, nascondendo la loro vera identità. Un giovane arrabbiato canterebbe che se ci fosse Dio, se non fosse solo proiezione delle nostre troppe umane paure, sarebbe lesbica, negra, anarchica e sboccata, all’angolo della strada a darci fastidio.

Orlando Manfredi

Playlist:

Neil Young and Crazy Horse – Eveybody knows this is nowhere

Tom Waits – Christmas Card from a hooker in Minneapolis da Blue Valentine

Francesco Guccini – Autogrill da Guccini

James Ballard – L’isola di Cemento, Feltrinelli

Un Orso minore – La vita agra

 

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