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Vivien Greene: “racconto agli americani la ricostruzione futurista dell’universo”

Il 20 febbraio ha inaugurato, al museo Guggenheim di New York, “Italian Futurism, 1909-1944: Reconstructing the Universe“, la più grande retrospettiva sul futurismo italiano che sia mai stata dedicata, all’estero, al movimento fondato da F.T. Marinetti, sponsorizzata da Lavazza. Ma soprattutto una delle mostre più complete, che non si limita a riproporre le opere più note di Balla, Boccioni e degli altri grandi nomi della “prima ondata”, ma esplora anche il cosiddetto “Secondo Futurismo” degli anni ’20 e ’30, per chiudere con l’anno della morte del fondatore, il 1944, data simbolo della fine (storica) della più grande avanguardia artistica italiana dopo il Rinascimento. Curatrice della mostra è la giovane Vivien Greene, profonda conoscitrice dell’Italia e storica dell’arte specializzata nell’arte europea tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento. Il nostro direttore editoriale, pronipote di Ugo Pozzo, uno degli artisti in mostra, l’ha intervistata incalzandola su una suggestione, l’idea che, un anno fa, ha dato vita, alle OGR di Torino, al progetto DFAFS – Dal Futurismo al Futuro Sostenibile, un percorso dal “Manifesto” di Balla e Depero del 1915 fino al Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto e all’Expo milanese del 2015. Non siamo riusciti a convincerla della nostra interpretazione, voi che ne pensate?

D) Vivien, la tensione attuale verso un “futuro sostenibile”, una sorta di zeitgeist che coinvolge non solo politici e cittadini, ma anche artisti, architetti e i creativi più innovativi, può essere considerata una nuova forma di “futurismo”?

R) Purtroppo io non vedo molti temi di sustainability nell’opera futurista. I futuristi non erano interessati alla natura, anzi si potrebbe dire che erano anti-natura! Credevano nella natura artificiale. Negli anni ’30 si diffuse il movimento del Naturismo, ma fu un’esperienza molto particolare e limitata, che non ebbe un reale impatto sul resto del futurismo.

D) Certo, storicamente questo è indiscutibile, ma non trovi significativo che “futuro” in quegli anni fosse la celebrazione della macchina, del caos metropolitano, della velocità, del cemento armato, mentre oggi futuro significa clean tech, lentezza, innovazione sostenibile, bioarchitettura, green economy, smart city?

R) Io non vedo questo legame. Ne ho parlato anche con amici architetti, designer, artisti che si occupano di sostenibilità, ma loro mi dicono di non trovare fonte di ispirazione nel futurismo. Il tuo è uno stretch eccessivo… Di ogni cosa di oggi allora si potrebbe dire che è “futurista”! Non voglio distruggere la vostra interpretazione, ma io sono una storica e devo fermarmi a quel dato.

D) Ok, mi arrendo (anche se resto della mia idea), solo un’ultima provocazione: pur non essendoci analogia di contenuto, veramente non trovi che quello slancio creativo – pur cambiato di segno – oggi sia ancora vivo? Loro volevano distruggere il passato “polveroso”, in tutte le sue manifestazioni, i “futuristi” di oggi vogliono abbattere l’inquinamento, le città invivibili, le industrie asfissianti e compiere una ricostruzione ambientalista dell’Universo, in ogni ambito della quotidianità, dall’arte alla moda, dal cibo all’architettura. Il green thinking “totale” di cui ci occupiamo noi, in definitiva… E penso anche ad artisti come Michelangelo Pistoletto, Vik Muniz, alla land art

R) Ma i futuristi erano per quell‘industria! Già allora c’erano i movimenti a favore della natura e loro erano contro. Certamente ci saranno stati dei futuristi che, a titolo personale, potevano essere legati a questi temi, ma non era la posizione del movimento. Come dicevo prima ci si potrebbe limitare al fenomeno del Naturismo, che è stato sicuramente espressione di un design molto interessante. Abbiamo ripreso alcune immagini di quelle esposizioni anche in un video che abbiamo realizzato per la mostra di New York. Attenzione però che il Naturismo, come veniva inteso all’epoca dai futuristi è molto legato al fascismo, al culto del corpo sano, del cibo italiano… Un po’ come Mussolini quando si fa fotografare a torso nudo mentre taglia il grano! Ma, verrebbe da chiedersi, i fascisti erano solo per questo sostenibili? Non avresti dovuto intervistare me, ma Mary Missche è venuta all’inaugurazione della mostra – e che si occupa, come artista, di sostenibilità in rapporto alla metropoli…

D) E le opere a carattere più “rurale” di Depero? Anche qui non vedi legame con una natura e una terra reinterpretate e reinventate?

R) E’vero che Depero gioca molto sul tema della cultura regionale, ma è più folclore, che tema della terra e della campagna. Quando viaggia al Sud dipinge un bellissimo carretto con l’asino, ma è più attenzione allo studio etnografico che non naturalistico…

D) Ma, al di là della mostra, tu credi nel futuro del green thinking?

R) Certo, è un tema al quale tengo molto! Anch’io mi sono occupata, in una passata mostra che ho curato, Utopia Matters, del green come nuova utopia… E’solo che non riesco a vederlo legato al futurismo come movimento storico. Anche se però non c’è messaggio green nei contenuti della mostra di New York, c’è nella forma: è green il catalogo, lo abbiamo stampato su carta certificata FSC, a questo tengo molto e insisto perché i cataloghi delle mie mostre vengano sempre stampati su questo tipo di carta a minor impatto ambientale. Anche se oggi costa di più e bisogna fare altri sacrifici nell’organizzazione. Se tutti lo facessero il mercato si allargherebbe e i prezzi scenderebbero. Mi auguro dunque che questa pratica si diffonda sempre più.

D) Mai fatto mostre carbon neutral, dove vengono compensate le emissioni?

R) Purtroppo no. La mia difficoltà, lavorando con l’Europa, è che abbiamo sempre una footprint imponente, già solo per i trasporti via aerea delle opere… A titolo personale io cerco di ottimizzare sui viaggi: invece di farne tre ne faccio uno solo cercando di stare via di più e di esaurire in quel periodo tutto quello che devo fare, per evitare nuovi voli. Inoltre prendo un sacco di treni al posto degli aerei. Per tutto il resto non sono però ancora riuscita a trovare soluzioni pratiche per organizzare una mostra a basso impatto ambientale, lavorando non solo sugli aspetti di trasporto, ma anche su quelli di climatizzazione ecc.

D) Trovi che il tema della sostenibilità sia oggi molto diffuso nel mondo dell’arte o interessa ancora troppo poco?

R) No, interessa moltissimo. Lo vedo in particolare lavorando con artisti contemporanei. Maria Elena Gonzàlez, un’artista cubana che conosco bene, ha fatto, di recente, una nuova serie di opere interamente realizzate riciclando quanto aveva nel suo studio. Ma, come dicevo prima, anche Mary Miss si focalizza principalmente sui temi della sostenibilità urbana. Sono solo due esempi di una pratica molto più diffusa…

D) Pensi che il presidente Obama stia lavorando bene da questo punto di vista e stia interpretando correttamente questo fermento?

R) Sicuramente ha fatto un bel lavoro ed è anche molto attento agli aspetti culturali. Gli Stati Uniti però non hanno mai ratificato il protocollo di Kyoto e questo è un neo…

D) Il presidente verrà a vedere la mostra al Guggenheim?

R) Non lo so, me lo auguro! E’sempre molto difficile per un presidente venire in un luogo pubblico come un museo, per questioni di sicurezza. Sarebbe però un bel gesto – anche nei confronti dell’Italia!

Andrea Gandiglio

 

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