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“Zolle”: la storia sociale dell’agricoltura, fino all’agroecologia

aprile 28, 2015 Racconti d'Ambiente, Rubriche

L’agricoltura è storia sociale condivisa e al tempo stesso storia specifica, localmente connotata in modi significativi. Le differenze agroalimentari hanno avuto sicuramente effetti importanti sulla storia delle vicende umane, condizionando la qualità della vita individuale e collettiva. Nel libro “Zolle“, da poco pubblicato da Raffaello Cortina Editore, l’autore Stefano Bocchi parte dagli elementi che caratterizzano il mondo agricolo – terreno fertile, acqua, biodiversità, imprenditoria agraria – per proporre al lettore un viaggio nell’evoluzione della scienza di coltivare le piante, dal primo manuale di agronomia sumerico ai moderni testi di agroecologia. Si incontrano personaggi importanti come Jethro Tull, pioniere dell’agricoltura moderna, da cui prese il nome il celebre gruppo rock, e Nazareno Strampelli, l’agronomo che, tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, riuscì a raddoppiare la produzione di grano in Italia. Senza trascurare momenti di svolta come la domesticazione della patata in epoca preincaica e gli “orti di guerra” sorti durante l’assedio di Leningrado. Racconti affascinanti, che riassumono gli snodi principali di cento secoli di storia agroalimentare, utili per affrontare future questioni legate alla produzione di alimenti, alla cura del territorio, all’impiego sostenibile delle risorse. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente“, pubblichiamo oggi un estratto dell’ultimo capitolo, in cui l’autore racconta l’emergere di approcci più ecologici all’agricoltura negli ultimi decenni.

Rispetto a un passato anche recente, dalla metà del xx secolo a oggi si assiste in Europa a una profonda rivoluzione nell’atteggiamento verso la natura. In un ambito culturale ed economico ove gli stili di vita si uniformano rigidamente all’interno della civiltà postindustriale, urbana e telematica, si pone – perla prima volta in modo ampio e consapevole – il problema del rispetto della natura come una sorta di etica comune, che trova espressioni e interessi anche in ambito scientifico.

Negli anni Trenta del Novecento, il naturalista inglese Arthur Tansley formula in modo rigoroso il concetto di ecosistema come insieme degli organismi e dei fattori fisici che costituiscono l’ambiente (la definizione rimanda a quella di Ernst Haeckel, contestandone la visione organicistica). Negli StatiUniti, scienziati come Raymond Lindeman e Eugene Odum pongono le basi dell’ecologia moderna su un impianto scientifico che integra numerose discipline, come la termodinamica, la cibernetica, la teoria dei sistemi, l’informatica. Non sono da dimenticare i contributi precedenti di scienziati italiani come Girolamo Azzi e Alfonso Draghetti, o quelli successivi di Giovanni Haussmann. Tutti loro hanno saputo formulare complesse analisi critiche utili non solo per descrivere e comprendere le dinamiche del comparto agricolo, ma anche per individuare possibili vie di profonda revisione dei modelli di produzione edi consumo. In particolare, Haussmann, nell’ultimo suo scritto (1992), vero e proprio testamento culturale, richiama l’attenzione su temi quale la frattura uomo-ambiente, letta come crisi culturale. Egli estende la riflessione ai rapporti tra etica della conoscenza e scienza urbana, tra la cultura europea e l’invasione utilitaristica del mondo, e auspica un nuovo atteggiamento sociale nei confronti dell’agricoltura e una nuova scienza guidata da valori etici.

Si consolida su basi scientifiche una nuova percezione, non più attenta soltanto alla natura, ma anche, soprattutto, all’ambiente nella sua globalità e complessità, di cui l’uomo è parte. Dopo la metà del secolo si delinea una visione matura di integrazione dell’essere umano come parte degli ecosistemi. All’interno di questa, viene elaborato un pensiero complesso che, considerando il problema ambientale una questione sociale– non solo scientifica o filosofica –, sottopone ad analisi criticala visione antropocentrica del mondo e sviluppa una visione alternativa biocentrica, sistemica ed ecologica.

A fianco di un’incalzante successione di fatti connessi a incidenti causati dal mondo produttivo, che compromettono le risorse naturali, si sviluppano movimenti di tipo ideologico, politico e scientifico. Alcuni loro esponenti recuperano dal passato atteggiamenti di critica nei confronti della civiltà industriale: per esempio, l’urbanista Lewis Mumford. Altri, come Georges Friedmann e Rudolf Bahro, contestano il cosiddettoto talitarismo tecnologico contemporaneo, ritenuto la fonte dei danni all’ambiente. Nascono gruppi di pensatori – fra iquali André Gorz, Alfons Auer, Arne Naess – che propongono una nuova etica dell’ambiente. Donald Worster, nel libro Storia delle idee ecologiche, scritto nel 1985, all’immagine di un’Europa decisamente proiettata verso un modello produttivistico e tecnologico contrappone una società più sensibile all’armonia degli ecosistemi, di cui l’essere umano è una piccola parte. Nel 1972, James Lovelock pubblica il libro Gaia. Nuove idee sull’ecologia, in cui propone di considerare la vita come fenomeno unitario, complesso, planetario. Secondo l’autore, la nostra Terra – Gaia – è alimentata e attivamente regolata da tutti i processi vitali che avvengono su di essa, è un organismo unitario e vivo.

Il rapporto con la natura cambia e la sua percezione è molto diversa rispetto a quella dei secoli precedenti; nascono flussi di pensiero, teorie, dibattiti che fanno emergere aspetti precedentemente sottovalutati. Rispetto alle molte forme di quello chepotremmo definire un “pensiero differenziato”, alcuni studiosi tentano una classificazione. Secondo John Rodman (1983), per esempio, si possono individuare quattro forme di pensiero paradigmatico relativo al rapporto uomo-natura.

La prima forma pone come punto centrale la conservazione delle risorse (Gifford Pinchot, 1947), individuando come obiettivo prioritario la regolamentazione dello sfruttamento delle risorse sulla base delle esigenze della popolazione umana. Potremmo dire che questa è una forma prudente di sfruttamento ambientale.

Il secondo paradigma colloca al vertice delle priorità della propria riflessione e azione la preservazione della natura selvaggia (John Muir, 1890-1913), contestando fortemente, all’interno di una cornice ideologica, l’approccio utilitaristico ed economico.

Il terzo paradigma, definito “movimento etico”, sostiene che il mondo naturale ha un valore intrinseco e deve essere preservato sulla base di un codice etico-morale. Con ciò, esso sostituisce ai precedenti criteri di prudenza e di rispetto quello della giustizia. Anche questo approccio rimane all’internodi una visione fortemente antropocentrica.

L’ultima forma di pensiero individuata da Rodman è riferibile a un paradigma di forte sensibilità ecologica. È una nuova percezione della natura, spesso indicata con inedite categorie e terminologie (per esempio, deep ecology, “ecologiaprofonda”), che rovescia l’approccio antropocentrico per ricollocare l’umanità all’interno della natura, non assegnandole una posizione particolare, e tanto meno una posizione di predominio. L’umanità è solo una piccola partedegli ecosistemi: essa entra nei flussi, negli equilibri e nelle dinamiche al pari delle molte altre componenti.

Nel corso dei decenni, il dibattito all’interno della società e della comunità scientifica porta a sviluppare atteggiamenti diversi. Alcuni riconducibili alla tradizione riformista e progressista nella quale si era affermata un’area di pensiero ecologico di stampo scientista occidentale. Alla base di questo pensierosi colloca la convinzione secondo la quale è possibile trovare continuamente soluzioni rimanendo inseriti nel paradigma di base di tale cultura. Del tutto diversa, invece, è l’impostazionedi tipo innovativo-strutturale-sistemico, secondo la quale è necessario un riorientamento profondo e radicale della disposizione culturale dell’Occidente: è necessario un nuovo paradigma,che riveda la collocazione dell’umanità nei confronti della natura, che stimoli una forte innovazione, che passi dalla ricerca di base a quella applicata, a partire dall’agricoltura.

Stefano Bocchi*

* Insegna Agronomia e coltivazioni erbacee presso il dipartimento di Scienze agrarie e ambientali dell’Università degli Studi di Milano. Agroecologo, georgofilo e territorialista, è il curatore scientifico del Parco della Biodiversità per Expo 2015 “Nutrire il Pianeta. Energia per la Vita”.

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