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ISDE ribatte ad Agrofarma sui pesticidi: è come dare antibiotici a tutta la popolazione Top Contributors

Nella giornata in cui si celebrano i 24 anni dell’ISDE (International Society of Doctors for the Environment), pubblichiamo la replica del presidente di ISDE Italia, Dott. Roberto Romizi, all’intervento del presidente di Agrofarma Andrea Barella. Il dibattito è stato sollevato dall’articolo del direttore editoriale di Greenews.info, Andrea Gandiglio, pubblicato il 27 ottobre scorso nella sezione Green News di La Stampa.it, dal titolo “Il silenzioso flagello dei pesticidi sull’ambiente“. Tutti i lettori potranno intervenire nella pagina Facebook di Greenews.info e seguire il dibattito su Twitter con l’hashtag #bioedintorni.

L’11 novembre 2014, il Presidente di Agrofarma Andrea Barella è intervenuto per commentare criticamente il resoconto delle VIII Giornate Italiane Mediche dell’Ambiente dedicate al tema “Agricoltura e salute: il caso pesticidi”. L’evento in questione si è tenuto ad Arezzo nei giorni 24 e 25 ottobre 2014 e ha richiamato  medici, ricercatori, agronomi, imprenditori, sindaci, associazioni e semplici cittadini. I punti toccati dall’intervento di Barella sono molti e tutti meritevoli di approfondimenti che non è possibile trattare esaustivamente in questa sede. Alcuni di essi, tuttavia, richiedono qualche inderogabile precisazione.

PESTICIDI COME FARMACI: l’attuale uso dei pesticidi non può essere equiparato all’impiego delle medicine per l’uomo. Secondo una pratica corretta, infatti, i farmaci umani devono essere somministrati dopo un’attenta diagnosi della patologia ed essere valutati sul singolo paziente anche in termini dei loro possibili effetti collaterali. L’impiego di pesticidi – diserbanti, insetticidi e altri biocidi – invece, non si basa su questo principio ma su considerazioni di carattere meramente economico, ossia sulla convinzione che per produrre raccolti più consistenti si debbano eliminare tutti gli organismi che possono incidere sulle rese. L’uso attuale di pesticidi, dunque, è più simile a un ipotetico caso di somministrazione di antibiotici all’intera collettività umana, supponendo che un tale intervento di massa serva a debellare la progressione di una malattia infettiva a prescindere dai rischi e dagli effetti collaterali che inevitabilmente comporta. Si pensi per esempio all’induzione di fenomeni di resistenza da parte degli stessi agenti infettivi, oppure agli effetti negativi per la salute della popolazione prodotti proprio da un simile uso acritico degli antibiotici. Questo ipotetico esempio, peraltro, riflette esattamente ciò che avviene oggi negli allevamenti intensivi di animali da reddito, dove si impiegano massicce quantità di antibiotici senza alcuna attenzione per le ripercussioni di salute animale che tale pratica genera.

NORMATIVA EUROPEA: il fatto che esista una normativa europea che regola l’approvazione e l’utilizzo di pesticidi non comporta automaticamente che i pesticidi siano “sicuri” dal punto di vista ambientale e sanitario. Esiste ormai una vasta letteratura scientifica che documenta i danni sugli ecosistemi e sull’uomo dovuti all’uso di questi composti: effetti che vengono regolarmente individuati e denunciati dai ricercatori del settore pubblico ma solo in una fase post-marketing (e non certo per inadempienza dei ricercatori pubblici), ossia quando i pesticidi sono già stati approvati dalle autorità europee e commercializzati dalle imprese. La normativa europea, del resto, non ha previsto di istituire un panel scientifico indipendente dotato di veri strumenti tecnici per testare in modo diretto la safety delle sostanze che vengono valutate e poi approvate. Le attuali procedure autorizzative si fondano semplicemente sul confronto tra i report presentati dalle aziende agrofarmaceutiche e i dati pubblicati nella letteratura scientifica, senza che vi sia alcuna possibilità di confermare o di smentire attraverso verifiche sperimentali e valutazioni di tipo ambientale/sanitario le informazioni di sicurezza presentate dalle imprese. Il semplice buon senso suggerisce che un ente pubblico come l’EFSA, istituito appositamente per tutelare i cittadini europei, debba approvare un nuovo composto soltanto dopo un’attenta e scrupolosa indagine condotta secondo criteri del tutto svincolati dai desiderata e dalle indicazioni dell’industria agrochimica.

CONSUMO DI PESTICIDI: secondo i dati ISTAT del 2012, i consumi di fungicidi, insetticidi, erbicidi e altri  prodotti antiparassitari ammontano a 134.241 tonnellate.  La rivista Science (2013) afferma che il nostro Paese è il maggior consumatore di pesticidi (per unità di superficie coltivata) dell’Europa occidentale, con un consumo pari a 5,6 kg/ettaro/anno. Con questo valore, in pratica, l’Italia raddoppia il consumo di pesticidi della Francia e anche quello della Germania:  tradizionalmente, grandi consumatori di prodotti chimici di sintesi per l’agricoltura. Del resto, non è una novità che le vendite globali di pesticidi tra il 2000 e il 2010 siano cresciute di quasi tre volte, creando un mercato assai florido e non facilmente controllabile. Il dato ISTAT del 2007 indica che sulla piazza internazionale vengono venduti circa 1.500 principi attivi, presenti in un numero incalcolabile di formulati commerciali, mentre in Italia se ne commercializzano 600 in 7.000 formulati commerciali. Il turn-over di molecole nuove e vecchie, o bandite dal commercio, si intreccia con l’enorme gamma di composti che restano nelle matrici ambientali per tempi imprevedibilmente lunghi a causa della loro biopersistenza. Basti qui ricordare i casi del DDT e dell’atrazina, due pesticidi che nel nostro paese sono stati banditi da decenni per la loro pericolosità ambientale e sanitaria, ma che sono ancora rintracciabili nei laghi – inclusi i nostri laghi subalpini, che rappresentano ecosistemi fondamentali per il territorio italiano – negli altri corpi idrici superficiali, e persino nelle falde profonde.

CONTROLLI DEGLI ALIMENTI: è vero che i controlli svolti dal Ministero della Salute sugli alimenti rilevano rari casi di superamento dei limiti (meno del 1%), ma nel 19,4 % dei campioni sono riscontrabili residui di singoli pesticidi e nel 18,8% più di un pesticida fra quelli ricercati (2012). Oltretutto, va detto che un sistema di controlli come quello nazionale (ma il discorso potrebbe essere esteso a tutta la UE) è estremamente oneroso e viene sostenuto esclusivamente con risorse pubbliche; in altre parole, viene pagato dal cittadino, non certo dall’industria agrochimica. Tale sistema potrebbe essere drasticamente alleggerito mettendo in atto adeguate politiche in grado di eliminare a monte l’uso di prodotti tossici di sintesi e di implementare pratiche sostenibili come quelle che da tempo sono in uso nell’agricoltura ecologica.

AGRICOLTURA ECOLOGICA: è vero che nell’agricoltura ecologica si possono usare pesticidi (di sintesi o naturali), ma solo in casi eccezionali contemplati in regolamenti e disciplinari molto rigidi. Tali composti possono essere utilizzati soltanto quando davvero non esistono alternative praticabili, e comunque secondo procedure molto più stringenti rispetto a quelle dell’agricoltura industriale; si tenga conto anche del fatto non secondario che nei regolamenti dell’agricoltura ecologica vengono inclusi anche i requisiti di sicurezza e di giusto compenso economico dei lavoratori agricoli. Per quanto concerne questo punto specifico va osservato che le odierne politiche agricole usano due pesi e due misure. Alle aziende che praticano un’agricoltura industriale, infatti, non viene addebitato alcun costo per i danni ambientali e sociali di cui sono responsabili (soprattutto per l’uso di pesticidi e di altri composti di sintesi), mentre alle aziende biologiche viene imposto il rispetto rigoroso di una serie di regole procedurali (e dei relativi costi) per il riconoscimento del marchio di certificazione. Ciò può essere configurato come un caso di concorrenza sleale avallato e incoraggiato dalle istituzioni europee. Molti consumatori hanno capito tutto questo. Non è un caso se in Europa sta aumentando la domanda di alimenti ecologici. Ciò dipende probabilmente da vari fattori, ma la spiegazione fondamentale della crescente domanda di cibi sani è abbastanza semplice: i sondaggi demoscopici europei (Eurobarometro) mostrano chiaramente che il 70%  dei cittadini UE teme che il cibo proveniente da filiere convenzionali non sia sicuro. In pratica, i consumatori sono attratti dalle filiere sostenibili perché convinti che i prodotti dell’agricoltura ecologica riducano i rischi associati al consumo di prodotti convenzionali, in particolare l’esposizione ai residui di pesticidi. Nella maggior parte dei casi, le ragioni di chi consuma prodotti alimentari a filiera corta e sostenibile, o che si rivolge ai piccoli circuiti di economia solidale, sono avvalorate dai risultati di indagini scientifiche che sottolineano i notevoli vantaggi (ecologici e di salute pubblica) dei prodotti agricoli provenienti da filiere non convenzionali.

PRINCIPIO DI PRECAUZIONE: il Principio di precauzione è sancito dalle leggi europee, ma le policy agricole e alimentari messe in campo dalla UE raramente si attengono al Principio di precauzione per la semplice ragione che sono sottoposte alle pressioni dei gruppi di interesse. Un caso per tutti è quello degli insetticidi neonicotinoidi, segnalato fin dai primi anni ’90 dagli ecologi per via degli studi scientifici sempre più numerosi che documentavano la forte tossicità per gli animali pronubi (i cosiddetti ‘impollinatori’) e per altre faune. Ebbene, solo nel 2013 l’EFSA ha deciso la moratoria per limitare l’uso di questi insetticidi, accogliendo finalmente le segnalazioni fornite da ulteriori studi pubblicati nella letteratura scientifica che evidenziavano i rischi per la sopravvivenza di alcuni insetti imenotteri (api e bombi). La valutazione tossicologica preventiva dei pesticidi compiuta dalle agenzie europee si sta dimostrando ormai inadeguata: gli attuali standard infatti non tengono conto delle esposizioni multiple, degli effetti a basso dosaggio, degli effetti sul sistema endocrino e degli effetti sullo sviluppo embrionale dovuti alle esposizioni in gravidanza. Sostenere che oggi esistono molte buone ragioni per applicare concretamente quel Principio di precauzione a cui le istituzioni europee hanno aderito soltanto formalmente è anzitutto un atto di responsabilità nei confronti delle prossime generazioni.

BIODIVERSITA’ E SALUTE PUBBLICA: molte specie animali appartenenti alle categorie tassonomiche più disparate – dagli insetti agli anfibi per arrivare ai mammiferi – hanno mostrato una sensibilità pronunciata nei confronti di una grande quantità di pesticidi di sintesi. In pratica, non esiste pesticida sintetico di cui siano stati studiati gli effetti collaterali (in fase post-marketing), che non abbia dato prova di una nocività ben più ampia di quella dichiarata dai produttori al momento della richiesta di autorizzazione. Gli effetti sulla biodiversità e sugli ecosistemi naturali sono ormai un dato di fatto incontestabile. Per quel che riguarda gli effetti sull’uomo, oggi esiste un consolidato corpo di conoscenze che dimostra che l’esposizione cronica ai pesticidi può produrre danni neurologici, cancro, malformazioni, malattie riproduttive e altre patologie molto gravi. Questo è stato verificato soprattutto dagli studi di medicina occupazionale che vengono condotti sugli agricoltori, ossia una categoria di lavoratori che può essere facilmente studiata perché esposta ai pesticidi in modo ripetuto e ben definito. Il fatto che esistano poche indagini che documentano gli effetti dei pesticidi sulla salute della popolazione generale non dipende dal fatto che tali effetti non esistono, ma dal fatto che le indagini di questo tipo sono metodologicamente difficili da impostare e molto costose da realizzare. Ammettere questo limite è un atto dovuto di onestà intellettuale da parte dei ricercatori che operano a favore della conservazione dell’ambiente e della salute pubblica.

Gli argomenti richiamati sopra sono alla base delle ragioni per cui ISDE Italia chiede un cambiamento radicale delle politiche agroalimentari nazionali ed europee, ed esprime forte preoccupazione per gli sviluppi dell’accordo internazionale TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership). Questo accordo infatti prefigura la volontà di smantellare definitivamente i pochissimi principi di giustizia ambientale che ancora oggi, con grande fatica, è possibile far rispettare. ISDE Italia è disponibile a discutere a tutto campo le modalità di una riduzione nel consumo di pesticidi con gli interlocutori e gli stakeholder coinvolti, tenendo fermo il presupposto fondamentale del suo operato: fornire ascolto, aggiornamento e supporto scientifico ai cittadini preoccupati per il degrado dell’ambiente e per la ricaduta che tale degrado esercita sulla salute pubblica.

Roberto Romizi*

* Presidente di ISDE Italia

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