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	<title>Greenews.info &#187; Prodotti</title>
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	<description>Greenews.info è il nuovo magazine on-line dedicato all’informazione ambientale e al “green thinking” che nasce per dare visibilità ai progetti di sostenibilità delle imprese operanti in Italia, delle pubbliche amministrazioni, degli enti e delle associazioni e per informare, sia gli utenti business che consumer, sulle politiche, le best practices, le normative ed i finanziamenti, i prodotti &#34;eco&#34; e “bio” e i nuovi trend mondiali. Il tutto in un unico ambiente multimediale di facile navigazione e leggibilità, con criteri di ricerca immediati per tipologia, per settore merceologico o per parola chiave.</description>
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		<title>Dagli Stati Uniti, le automobili biodegradabili</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 12:40:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le automobili del futuro? Compostabili ed eco-friendly. Perchè ad inquinare non sono solamente le emissioni di carbonio che fuoriescono dai tubi di scarico delle auto, ma anche i materiali che le compongono. E&#8217; così che in questi giorni, John Viera, l&#8217;esperto di sostenibilità ambientale dell&#8217;americana Ford, ha annunciato i miglioramenti, dovuti ad anni di ricerca, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/02/Courtesy-of-Ford.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-27979" title="Courtesy of Ford" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/02/Courtesy-of-Ford-300x116.jpg" alt="" width="300" height="116" /></a>Le automobili del futuro? Compostabili ed eco-friendly</strong>. Perchè ad inquinare non sono solamente le emissioni di carbonio che fuoriescono dai tubi di scarico delle auto, ma anche i materiali che le compongono. E&#8217; così che in questi giorni, <strong>John Viera</strong>, l&#8217;esperto di sostenibilità ambientale dell&#8217;americana <strong><a href="http://www.ford.it/" target="_blank">Ford</a></strong>, ha annunciato i miglioramenti, dovuti ad anni di ricerca, delle automobili Ford in termini di sostenibilità ambientale relativi ai materiali con cui vengono costruite. La novità risiede nell&#8217;introduzione di componenti completamente naturali delle nuove vetture Ford. <strong>L&#8217;obiettivo è di rendere 100% biodegradabili gli interni delle auto del futuro</strong>.</p>
<p>Attualmente la casa automobilistica americana fa uso di <strong>prodotti di soia e di paglia di grano,</strong> ma gli scienziati sono al lavoro per utilizzare plastiche derivanti dalle carote, dal mais e dalle bucce di noce di cocco. La paglia di grano costituisce fondamentalmente un &#8220;rifiuto&#8221; del prodotto principale. Riciclarla, per creare nuove fibre utilizzabili nella costruzione di componenti <strong>interni delle automobili</strong>, significa ridurre la quantità di rifiuti nelle discariche e, allo stesso tempo, non utilizzare terreni agricoli per la coltivazione di piante come il cotone.</p>
<p>Per quanto riguarda la soia, la Ford ha stipulato una partnership con la <strong><a href="http://www.unitedsoybean.org/" target="_blank">United Soybean Board </a></strong>al fine di usare il prodotto in tutti i suoi veicoli, e non solo in quelli elettrici. <strong>Dalla soia, infatti, è possibile produrre la gommapiuma che si utilizza per la costruzione dei sedili, </strong>che attualmente deriva invece dal petrolio. Con l&#8217;utilizzo dell&#8217;olio di soia si potrebbe, dunque, ridurre dal 4 all&#8217;11% quello di petrolio, con una conseguente riduzione delle emissioni di CO2.</p>
<p>Se la soia e la paglia di grano trovano già applicazioni concrete, i ricercatori Ford stanno lavorando per poter utilizzare altri prodotti naturali per gli interni delle proprie auto. Dicevamo <strong>della buccia di noce di cocco, da cui è possibile ricavare una fibra utilizzabile per i rivestimenti dei sedili</strong> e non solo, dal momento che <strong>l&#8217;olio di noce di cocco può rimpiazzare, in parte, il petrolio per la produzione di plastiche</strong>, tra l&#8217;altro molto leggere, le quali aumenterebbero l&#8217;efficienza dei consumi di carburante.</p>
<p>Proprio per quanto riguarda la riduzione del peso dei componenti della nuova <strong><a href="http://www.ford.com/suvs/escape/" target="_blank">Escape</a>,</strong> la Ford ha inoltre annunciato <strong>l&#8217;utilizzo della fibra di kenaf per la produzione dei piani di appoggio delle sue portiere.</strong> La kenaf, amalgamata al polipropilene per il 50%, <strong>ridurrebbe il peso dei componenti delle portiere di circa il 25%</strong> comparato con i materiali convenzionali.</p>
<p>Queste politiche di maggiore sostenibilità ambientale sembrano diffondersi piuttosto velocemente all&#8217;intero settore automobilistico, che sta studiando soluzioni e strategie per uscire dalla crisi. I prodotti utilizzati per rendere eco-friendly le automobili sono tra i più svariati, e nella scelta conta molto la ricerca nel campo delle nuove tecnologie. Come quelle di una realtà poco conosciuta, ma che sta avendo un ottimo successo nel settore automobilistico, anche in Italia, come fornitore del Gruppo Fiat. Si tratta della <strong><a href="http://infichempolymers.com/" target="_blank">InfiChem Polymers</a></strong>, una compagnia americana, che tramite un innovativo processo chimico permette il <strong>riciclaggio di centinaia di tonnellate di poliuretano altrimenti inutilizzabili</strong>. <strong>Gerald Winslow</strong>, responsabile del settore vendite e marketing della InfiChem Polymers, afferma che “la compagnia è la prima presente sul mercato ad utilizzare una tecnologia innovativa per il riciclaggio degli scarti di poliuretano, il cui prodotto finito, l&#8217;<strong>InfiGreen Polyol</strong>, può avere una varietà di riutilizzi, compreso nel settore automobilistico”. Abbiamo chiesto a Winslow in che modo, concretamente, il poliuretano riciclato può essere usato nelle componenti delle automobili e, ovviamente, quali sono i partner del settore. “Attualmente, dice Winslow, il poliuretano riciclato viene utilizzato per la produzione dell&#8217;imbottitura dei sedili di <strong>Dodge Durango </strong>e <strong>Jeep Grand Cherokee</strong>. Stiamo lavorando in questo ambito con il <strong>Gruppo Chrysler/FIAT</strong> e con alcune tra le più grandi compagnie produttrici di sedili per le automobili al fine di applicare il nostro poliuretano riciclato al posto di quello ottenuto dal petrolio o dalla soia”. <strong>I vantaggi</strong>, infatti, <strong>non sono unicamente ambientali ma anche economici</strong>. “<strong>Nell&#8217;utilizzare il poliuretano riciclato tramite le nostre tecnologie, spiega sempre Winslow, l&#8217;industria automobilistica potrebbe andare incontro ad una riduzione dei costi pari al 10-25% rispetto al poliuretano ottenuto tramite meccanismi convenzionali</strong>. Per quanto riguarda invece i vantaggi per l&#8217;ambiente, il primo effetto è la riduzione dell&#8217;ammontare degli scarti di poliuretano nelle discariche, nonché la riduzione di emissioni di CO2: ogni chilogrammo di poliuretano convenzionale rimpiazzato con l&#8217;InfiGreen Polyol riduce di 2 kg le emissioni di anidride carbonica”.</p>
<p><em> Donatella Scatamacchia</em></p>
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		<title>Sei Equo o sei Bio? Differenze, scandali e certificazioni di due visioni del mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 10:58:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In base alle rilevazioni dell’Ismea, nel primo quadrimestre del 2011, nonostante la crisi, i consumi di prodotti biologici sono cresciuti dell&#8217;11,5% rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente, quando la spesa media per il biologico in Italia ha superato i 3 miliardi di euro. Ma anche il mercato dell&#8217;equo e solidale fa registare buoni profitti. Nel 2010, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/Courtesy-of-flo-cert.net_.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-27522" title="Courtesy of flo-cert.net" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/Courtesy-of-flo-cert.net_-300x134.jpg" alt="" width="300" height="134" /></a>In base alle rilevazioni dell’<strong><a href="http://www.ismea.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1" target="_blank">Ismea</a></strong>, nel primo quadrimestre del 2011, nonostante la crisi, <strong>i consumi di prodotti biologici sono cresciuti dell&#8217;11,5%</strong> rispetto allo stesso periodo dell&#8217;anno precedente, quando la spesa media per il biologico in Italia ha superato i 3 miliardi di euro. Ma anche il <strong>mercato dell&#8217;equo e solidale</strong> fa registare buoni profitti. Nel 2010, i prodotti a marchio <strong><a href="http://www.equo.it/" target="_blank">Fairtrade</a></strong>, una delle più importanti certificazioni a livello mondiale, hanno realizzato<strong> </strong>49,5 milioni di fatturato. Il 2010 si è chiuso con il segno più anche per <strong><a href="http://www.altromercato.it/it" target="_blank">Altromercato</a></strong>, consorzio di botteghe eque e solidali che, a differenza di Fairtrade, fa parte dell’<strong><a href="http://www.agices.org/it/" target="_blank">Associazione Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale (Agices)</a></strong> e commercializa anche abbigliamento, oggettistica, cartoleria, linee cosmetiche e detersivi. Contrariamente a quel che comunemente si tende a pensare, <strong>equo e bio non sono però sinonimi</strong>: <strong>cambiano gli obiettivi, la certificazione e la filosofia che ispira i due tipi di commercio, anche se possono esserci aspetti convergenti. </strong>Vediamo di fare chiarezza<strong>.</strong></p>
<p><strong>IL BIOLOGICO. </strong>L’agricoltura biologica è un metodo di coltivazione e di allevamento che ammette solo l&#8217;impiego di sostanze naturali, quelle cioè presenti in natura, escludendo quindi l&#8217;utilizzo di sostanze chimiche di sintesi (concimi, diserbanti, insetticidi). Il metodo biologico è regolamentato da vent’anni a livello europeo. <strong>Chi pratica l’agricoltura biologica vuole evitare lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, in particolare del suolo, dell&#8217;acqua e dell&#8217;aria</strong>. Per salvaguardare la fertilità naturale di un terreno, gli agricoltori biologici utilizzano materiale organico e, ricorrono ad appropriate tecniche agrarie, <strong>per evitare lo sfruttamento intensivo</strong>. Per quanto riguarda invece <strong>l’allevamento, gli animali vengono nutriti con erba e foraggi biologici; non assumono antibiotici, ormoni o altre sostanze che stimolino artificialmente la crescita e la produzione di latte</strong>; in azienda devono esserci ampi spazi perché gli animali possano muoversi e pascolare liberamente.</p>
<p><strong>Mangiare bio piace agli italiani e ciò spiega perché il nostro paese sia primo in Europa per superficie e numero di produttori</strong>. Sulla base dei dati del <strong><a href="http://www.sinab.it/" target="_blank">Sinab</a></strong> (il Sistema d&#8217;informazione nazionale del settore), i terreni lavorati con agricoltura biologica sono aumentati, nel 2010, a <strong>1.113.742 ettari</strong>, a fronte di 1.106.684 ettari nel 2009. Si coltivano soprattutto cereali, come grano, mais e riso, prati foraggeri, pascoli e oliveti. Anche le produzioni animali registrano un aumento generalizzato per tutti gli allevamenti, dai bovini, ai suini, a quelli avicoli e ovi-caprini. Nel 2000, l&#8217;agricoltura biologica rappresentava il 7,9% della superficie agricola utilizzabile in Italia; nel 2010 è arrivata a rappresentare l&#8217;8,6 per cento. Le aziende agricole sono passate dal 2,1 al 2,6 per cento, mentre il mercato è cresciuto dell&#8217;11,5%. “L’Italia esporta molto bio – spiega <strong>Alessandro Triantafyllidis</strong>, presidente<a href="http://www.aiab.it/" target="_blank"><strong> Aiab (Associazione Italiana Agricoltura Biologica</strong>)</a> – ma ultimamente sta crescendo anche il consumo interno; lo dimostra il fatto che questo tipo di consumo è sempre più diffuso nelle mense scolastiche. Si è compreso che <strong>mangiare bio è un valore</strong>, e oltretutto è a costo zero per la società e senza impatto sui beni pubblici”. Con una metafora molto efficace, Triantafyllidis spiega: “<strong>Un coltivatore tradizionale coltiva la pianta; un coltvatore biologico coltiva il suolo</strong>”.</p>
<p>A livello teorico,<strong> non è detto però che l’agricoltura biologica, molto focalizzata sugli aspetti ambientali, sia necessariamente sostenibile anche dal punto di vista sociale, (</strong>per quanto, di fatto, le due cose si accompagnino quasi sempre entro una visione comune). Un&#8217;agricoltore biologico potrebbe infatti utilizzare della manodopera in nero o sottopagata, per massimizzare il proprio guadagno.  </p>
<p><strong>L&#8217;EQUO E SOLIDALE. </strong>Il concetto di commercio equo e solidale nasce alla fine degli anni ’50 in una piccola città olandese, <strong>Kerkrade</strong>, grazie alla fondazione di <strong>Sos Warelhandel</strong>, di ispirazione cattolica, la cui prima iniziativa era quella di lanciare una campagna per la raccolta di latte in polvere a favore delle popolazioni povere della <strong>Sicilia</strong> (curioso). In seguito, questa organizzazione informale si consolidò e sempre in Olanda, nel 1969, nacque la prima <strong>Bottega del Mondo</strong>, con prodotti alimentari e di artigianato. Nel 1994 nasce invece <strong>Fairtrade,</strong> marchio internazionale con base in Germania e di cui Fairtrade Italia è l’espressione locale (ne fanno parte anche organismi del Terzo settore come <strong>Arci, Acli, Legambiente, Banca Etica, e Ong come Focsiv, Oxfam Italia</strong>). Ben 30mila sono i produttori Fairtrade nel mondo, più di 600 solo in Italia, per <strong>un fatturato mondiale pari a 4miliardi di euro.</strong></p>
<p>Ma Fairtrade è solo la più nota delle associazioni (e dei marchi) dell’equo e solidale. Dall’altra parte, come dicevamo, ci sono le grandi Centrali di importazione come <strong>Ctm Altromercato,<a href="http://www.liberomondo.org/liberomondo/cms/home.html" target="_blank"> Liberomondo</a>, <a href="http://www.altraq.it/" target="_blank">Altra Qualità</a>, <a href="http://www.equomercato.it/" target="_blank">Equo Mercato</a> e<a href="http://www.associazioneram.it/" target="_blank"> Ram</a></strong>, riunite appunto nell’<strong><a href="http://www.agices.org/it/" target="_blank">Agices</a></strong>: 92 soci, 269 punti vendita in 16 regioni italiane. <strong>Tutte queste organizzazioni si occupano del “fair trade”, cioè del commercio <em>fair</em>, giusto (dal punto di vista etico e sociale, prima che ambientale), solidale con i lavoratori. </strong>Hanno diverse filosofie ma tutte riconoscono che i prodotti devono essere valutati soprattutto dal punto di vista etico. Insomma, dalla sfera della qualità, dell&#8217;ambiente e della sicurezza a quella, considerata primaria, dell’etica tra uomini.</p>
<p>Il commercio equo e solidale <strong>si pone come obiettivo quello di evitare lo sfruttamento dei lavoratori, soprattutto nel Sud del mondo (e nelle ex colonie) con modalità diverse: </strong>pagare un prezzo equo ai produttori locali; attribuire un premio, cioè un sovrappezzo, che i produttori devono utilizzare in progetti di sviluppo sociale; fornire ai produttori più svantaggiati un prefinanziamento; creare una collaborazione durevole tra importatori e produttori; contrastare il lavoro minorile. “<strong>Il prezzo giusto che Fairtrade paga ai produttori – spiega Andrea Nicolello-Rossi – non è quello deciso dalla finanza, ma quello che la nostra organizzazione stabilisce, privilegiando contratti duraturi e continuativi</strong>”.</p>
<p>In realtà, <strong>grande attenzione viene posta anche all’ambiente</strong>: “Molti agricoltori – continua Nicolello-Rossi – utilizzano il premio per convertire la propria azienda in biologica.<strong> Bio ed equo non sono sinonimi</strong>, <strong>ma è un fatto che il 58% dei nostri prodotti equo e solidali sono anche biologici</strong>”.</p>
<p><strong>LE CERTIFICAZIONI BIO</strong> – La grande differenza tra i prodotti biologici e quelli equo e solidali risiede nel metodo di certificazione. “<strong>Il marchio biologico</strong> – spiega <strong>Paolo Carnemolla</strong>, presidente di <strong><a href="http://www.federbio.it/" target="_blank">Federbio</a></strong> (la federazione che riunisce 34 organizzazioni di tutta la filiera) – <strong>nasce da una normativa pubblica</strong>, che in Europa esiste da vent’anni ma che si trova anche in altri paesi del mondo, seppur con alcune differenze. <strong>Al contrario, la certificazione dell’equo e solidale è un sistema privato, cioè è la singola associazione che garantisce il marchio che vende</strong>; sicuramente, si tratta di un sistema più elastico rispetto a quello del biologico, ma rischia anche di mostrarsi meno strutturato e trasparente”.</p>
<p>Per entrare nel settore biologico e commercializzare i prodotti con il marchio biologico UE (una foglia verde formata da dodici stelle tra cui una cometa, che richiamano la bandiera europea), le aziende agricole, agro-zootecniche e di trasformazione devono rispettare le norme contenute nel<a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CONSLEG:1991R2092:20080514:IT:PDF" target="_blank"><strong> Regolamento Comunitario REG. CEE 2092/91 </strong></a>e<strong> </strong><strong>sottoporsi, in Italia, al controllo di un ente autorizzato dal Ministero delle Politiche Agricole Forestali</strong>. “Esistono in Italia <strong>18 enti certificatori </strong>– spiega Triantafyllidis – che possono rilasciare il logo europeo a nome del Ministero”. E Carnemolla rivela: “<strong>Da qualche anno, si sta pensando di integrare il marchio bio e quello equo e solidale, che però è diviso in molti disciplinari, ragion per cui per ora l’idea è stata accantonata</strong>”.</p>
<p><strong>LE CERTIFICAZIONI EQUO E SOLIDALI</strong> – E’ obiettivamente più complessa la certificazione dei prodotti equo e solidali: sono tante le sigle che garantiscono che i prodotti commercializzati siano <em>rispettosi delle persone che li producono</em>. “In talia – spiega <strong>Elisa Dolci</strong>, di Altromercato – ci sono due importanti certificazioni, e quindi due loghi, per l’equo e solidale. La prima certificazione è basata sul sistema <em><strong><a href="http://www.flo-cert.net/flo-cert/" target="_blank">Flo (Fairtrade Labelling Organisation International)</a></strong>, </em>organizzazione mondiale da cui deriva Fairtrade. Poi c’è la certificazione a cui noi aderiamo e che si basa sui protocolli della<strong><a href="http://www.wfto.com/" target="_blank"> World Fair Trade Organization</a></strong> (Wfto, la principale associazione mondiale di rappresentanza delle organizzazioni fair trade). Flo certifica i prodotti e le materia prime; Wfto le organizzazioni”. Sembra una differenza di poca importanza ma non è così. “<strong>Tutti i podotti di artigianato – rimarca Elisa Dolci – non possono essere certificati secondo lo standard Flo, perché oltre alla materia prima intervengono anche altri fattori</strong>”. Il marchio Fairtrade, infatti, si trova solo per sulle confezioni dell’alimentare. “Inoltre – aggiunge &#8211; <strong>certificando solo il prodotto e non l’organizzazione si corre il rischio che anche le multinazionali possano ottenere il marchio, anche se solo per un piccolo volume di produzione</strong>”. È il caso della <strong>Nestlè</strong>, che ha fatto molto discutere in Inghilterra, dove Fairtrade ha certificato il Kitekat, il celebre snack al cioccolato.</p>
<p>“Nelle Botteghe del Mondo – puntualizza <strong>Altromercato</strong> – la grande differenza la fanno <strong>gli importatori, che devono essere certificati</strong>; in <strong>Fairtrade, invece, la licenza può essere acquistata</strong>”. Punture di spillo, tra organizzazioni concorrenti. Fairtrade, dal canto suo, rimarca che laddove ci siano trasformatori nei paesi del Nord del mondo (come per il caffè, che viene lavorato nei paesi di vendita), questi vengono controllati e garantiti e che gli unici prodotti veramente certificabili, sottolinea Nicolello-Rossi “sono soltanto quelli alimentari. Ctm Altromercato non aderisce allo standard internazionale, per cui i suoi prodotti sono autocertificati”. Contrapposizioni che si riflettono anche nel mondo della Gdo italiana, dove sempre più frequentemente è possibile trovare i prodotti equo e solidali. Tuttavia, <strong>le catene di supermercati che vendono i prodotti Agices non comercializzano quelli a marchio Fairtrade, e viceversa</strong>. Ma<em>, precisa </em>Nicolello-Rossi, “i prodotti Fairtrade sono gli unici ad avere anche la certificazione di un ente terzo”. Altra puntura di spillo.</p>
<p>Intanto, nell’ultimo periodo il successo dei prodotti del commercio equo ha portato alla nascita di un fiorente mercato delle certificazioni, più competitivo di prima. Una delle prime proposte alternative è stata quella di <strong>IMQ</strong>, che nel 2006 ha introdotto la certificazione &#8220;<strong>Fair for Life</strong>&#8220;. Questa certificazione riguarda anche prodotti non alimentari. Avverte però Elisa Dolci: “<strong>Ultimamente sono nati anche altri marchi per l’equo e solidale, come <a href="http://www.rainforest-alliance.org/" target="_blank">Rainforest</a>: il fenomeno va attentamente monitorato</strong>”.</p>
<p><strong>UNA GRANDE TRUFFA &#8220;BIO&#8221;. </strong>La più grande truffa sul biologico degli ultimi tempi è quella avvenuta all’inizio dello scorso mese di dicembre. <strong>Una “banda” tutta italiana ha spacciato per biologiche 700.000 tonnellate di prodotti alimentari</strong>. Farina, soia e frutta secca per un valore di 220 milioni di euro sono state esportate in numerosi paesi d’Europa, tra cui anche la Germania. <strong>Esponenti del mondo biologico hanno tenuto a precisare che questa truffa è solo un episodio, dichiarando che il marchio bio è il più sicuro di tutti</strong>. Tuttavia il sistema, in particolare all’estero, non è perfetto. Nella truffa, ad esempio, ispettori corrotti hanno concesso il marchio bio senza che fossero rispettate le condizioni necessarie. <strong>Secondo i detrattori del biologico, questa è la prova che occorre prestare maggior attenzione al comportamento degli enti di certificazione.</strong></p>
<p><strong>STRANA EQUITA&#8217;. </strong>Ma il 2 Gennaio 2012 è il quotidiano Repubblica a far scoppiare lo ‘scandalo’ anche nel campo dei prodotti solidali. Riporta a titoli cubitali una notizia – nell’articolo <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/equo-solidale-o-multinazionale/" target="_blank">“<em><strong>Equo Solidale o multinazionale</strong>?</em>”, di </a><strong><a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/equo-solidale-o-multinazionale/" target="_blank">Angelo Aquaro</a> </strong>- relativa alla nuova strategia dell’ente di certificazione di Fairtrade Usa, e al conseguente divorzio da Fairtrade International (l’associazione mondiale che sovrintende alla certificazione Fair Trade). Secondo Aquaro, <strong>l’equo e solidale deve scegliere se “aprire al mercato scendendo a compromessi col capitale, o rimanere puro ma di nicchia</strong>”. “Si tratta – spiegano dal direttivo di Agices – di una chiave di lettura sicuramente accattivante, ma vecchia tanto quanto il commercio equo. Certamente la scelta di Fairtrade Usa è una novità di rilievo, e segnala un punto di rottura interno al movimento. Ma quanto rappresenta la tendenza generale del settore e quanto inciderà sul suo futuro? Noi crediamo molto poco”.</p>
<p>La bagarre nasce da un’intervista rilasciata al<strong><a href="http://www.nytimes.com/" target="_blank"> New York Times </a></strong>da <strong>Paul Rice</strong>, amministratore delegato di Fairtrade Usa, che aveva denunciato come l’equo e solidale nel mondo fosse dominato da “duri e puri”. “Strano modo – commentano ad Agices &#8211; di rapportarsi ad <strong>un’attività da oltre 6 miliardi di dollari, che nei peggiori anni della crisi economica occidentale ha visto i suoi fatturati crescere del 27% all’anno</strong>, e ha continuato ad espandersi in tutto il mondo, dalla Nuova Zelanda alla Mongolia”. Tutavia, la dichiarazione di Rice nasceva da una precisa motivazione: <strong>modificare unilateralmente (abbassandoli visibilmente) i criteri <em>fair trade</em>, al fine di coinvolgere le grandi imprese mondiali, le transnazionali, i proprietari di piantagioni&#8230; </strong>“Noi crediamo – specificano ancora i dirigenti Agices &#8211; che se da un lato la scelta fatta da Fairtrade Usa rende evidente il rischio di <strong>una deriva puramente mercantilistica del fair trade</strong>, dall’altro lato è isolata e non rappresenta affatto la stragrande maggioranza mondiale. La scelta americana è il risultato di un commercio equo che dimentica i suoi obiettivi di riforma delle regole del mercato e del consumo, della sua azione educativa e di lobby verso cittadini e istituzioni, una scelta che abdica al coniugare parte economica e parte sociale”. Come che sia, Fairtrade Usa ha deciso di modificare i criteri e di creare un proprio marchio autonomo. Una scelta che rappresenta certamente un problema che potrà indurre confusione e dubbi ma, assicura Agices, “non è rappresentativa della realtà attuale del fair trade e non produrrà alcun cambiamento nel contenuto etico e valoriale dei prodotti e delle organizzazioni riconosciuti in Italia ed Europa come giustamente e pienamente equi e solidali”.</p>
<p>Ecco, a grandi linee, lo stato dell&#8217;arte e le differenze tra Bio ed Equo, senza celebrare uno e demonizzare l&#8217;altro, ma perchè il conusmatore possa esercitare, sempre, una scelta consapevole e informata.</p>
<p><em>Agnese Pellegrini</em></p>
<p><em>E&#8217;notizia di oggi che Federbio, la Federazione Italiana Agricoltura Biologica e Biodinamica, per tutelare gli interessi del comparto, si è costituita parte civile nel procedimento relativo alla frode penale e fiscale emersa dall&#8217;Operazione &#8220;<strong><a href="http://www.federbio.it/comunicati-stampa.php?nid=595" target="_blank">Gatto con gli Stivali</a></strong>&#8220;.</em></p>
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		<title>Hibu, le t-shirt ecologiche che raccolgono gli scarti dell&#8217;alta moda</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 13:06:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prima ancora che dal numero, dal cartellino di autenticità e dalla firma del suo creatore, le eco t-shirt di Alessandro Acerra le riconosci dagli occhi delle figure. Grandi, bianchi con la pupilla nera, stilizzati eppure espressivi, simili a quelli di un gufo. Da qui viene il nome del marchio, Hibu (hibou in francese significa gufo), [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/Laboratorio-Alessandro-Acerra.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-27434" title="Laboratorio Alessandro Acerra" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/Laboratorio-Alessandro-Acerra-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Prima ancora che dal numero, dal cartellino di autenticità e dalla firma del suo creatore, le eco t-shirt di <strong><a href="http://www.alessandroacerra.com" target="_blank">Alessandro Acerra </a></strong>le riconosci dagli occhi delle figure. Grandi, bianchi con la pupilla nera, stilizzati eppure espressivi, simili a quelli di un gufo. Da qui viene il nome del marchio, <strong><a href="http://www.hibu.it/" target="_blank">Hibu </a></strong>(hibou in francese significa gufo), e sicuramente anche un po’ del successo delle t-shirt. Che di particolare hanno anche un’altra cosa: <strong>sono in cotone biologico, decorate con stoffe preziose, tessuti di scarto dell’alta moda recuperati, fatte a mano una per una</strong>. <strong>Unendo così la qualità sartoriale italiana alla moda sostenibile</strong>, l’unicità di ogni capo alla sensibilità ecologica.</p>
<p>Alessandro, 31 anni, milanese di origini campane, è appena tornato da <strong><a href="http://www.pittimmagine.com/corporate/fairs/bimbo.html" target="_blank">Pitti bimbo</a></strong>, dove ha presentato la collezione invernale con felpe e magliette a manica lunga. Sono numerose le sue partecipazioni alle fiere, da <strong><a href="http://www.whiteshow.it/" target="_blank">White kids</a></strong> al Salone del Mobile, fino alla <strong><a href="http://www.labiennale.org/it/Home.html" target="_blank">Biennale di Venezia</a></strong>. Sì, perché oltre a fare lo stilista, è anche designer e artista. Un «creativo», come si definisce lui, con una parola che le contiene tutte.</p>
<p>La sua avventura nel mondo della eco sostenibilità inizia all’<strong><a href="http://www.accademiadibrera.milano.it/" target="_blank">Accademia di Brera</a></strong>, dove nel 2005 si diploma con una  tesi in eco-design, dal titolo “<strong>Niente si crea, tutto si ricicla</strong>”. Intanto, frequenta diversi corsi in comunicazione visiva, modellazione e fotografia al<strong><a href="http://www.polimi.it/" target="_blank"> Politecnico di Milano</a></strong>. «Dopo la fine degli studi, ho iniziato a realizzare le prime magliette. All’inizio per me e per i miei amici, poi, tre o quattro anni fa, ho creato il marchio Hibu ed ho iniziato a commercializzarle». E oggi le t-shirt di Alessandro sono acquistabili solo in alcuni negozi selezionati e, on line, sul sito <strong><a href="http://www.greencommerce.it/" target="_blank">Greencommerce.it</a>. </strong>Alessandro elabora i soggetti, sceglie le stoffe, le ritaglia e imbastisce per poi cucirle.  I tessuti provengono da <strong>scarti sartoriali o da rimanenze di produttori famosi</strong>, nati spesso per capi di lusso destinati alle passerelle milanesi e recuperati, mescolati per poi rivivere sotto forma di animali e piccoli mostri colorati e ironici.</p>
<p>«<strong>Sono sempre stato a contatto con tante stoffe, perché mia madre fa la sarta. Con il tempo, mi sono creato un vero e proprio archivio di tessuti recuperati da riutilizzare</strong>». I soggetti, simpatici e coloratissimi, «richiamano i manga, i cartoni degli anni Ottanta, le icone della vita quotidiana. Io mi bombardo quotidianamente di immagini, le immagazzino, e poi rielaboro tutto sulle magliette, con le decorazioni tela su tela». <strong>Ogni t-shirt è <a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/T-shirt-Alessandro-Acerra.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-27436" title="T shirt Alessandro Acerra" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/T-shirt-Alessandro-Acerra-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>diversa dall’altra e ha con sé un certificato di autenticità che ne garantisce l’unicità</strong>, <strong>con numero di serie e firma</strong>. Capi unici che stanno a metà tra l’arte e la moda e «cercano di combattere l’omologazione di massa  portata dalla globalizzazione», «progettati come quadri da indossare». «Quando queste magliette diventano piccole e non si portano più, non sono da buttare: si incorniciano come un quadro, perché hanno dietro di sé una storia, sono firmate dall’artista e realizzate con tessuti pregiati. La mia idea è farne un oggetto di culto, da collezione». Anche il packaging è originale: «<strong>Vengono confezionate nei contenitori della pizza</strong>, simbolo di una delle poche cose che ancora rappresenta l’Italia nel mondo per qualità e produzione».</p>
<p>Da cinque o sei anni Alessandro realizza anche oggetti di arredamento e design, sempre rigorosamente con materiale destinato alla discarica, spesso difettato, e restituito a una nuova vita. Vedi la linea degli <strong>Eco-toys<a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/toys-by-Alessandro-Acerra.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-27435" title="toys-by-Alessandro-Acerra" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/toys-by-Alessandro-Acerra-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></strong>, i «mostri ingoia rifiuti». Pupazzi di diverse dimensioni che, una volta riempiti, si adattano agli usi più diversi. «Diventano poltrone o divani, oppure contenitori per i giocattoli, cestini da scrivania. Basta “ingozzarli” con i rifiuti e gli scarti, come bottiglie di plastica, carte a cartone, imballi di poliestere e tutto ciò che a ognuno piace vedere all&#8217;interno  delle bocca affamata del suo mostrino».</p>
<p>Accanto alla vena del designer e dello stilista, c’è quella più provocatoria dell’artista. Alessandro ha firmato installazioni shock, dal postino morto sul lavoro (“Lavorare è sacrificio”) alla suora senza tetto (“Mistero della fede”), che spesso hanno fatto discutere, ricevendo però allo stesso tempo l’apprezzamento di nomi noti, da <strong>Oliviero Toscani </strong>a<strong> Achille Bonito Oliva</strong>. «Mi piace provocare, piazzando manichini che creano sgomento. Ma le mie opere d’arte sono anche servite a far conoscere meglio le mie creazioni e far parlare di più di Hibu e degli oggetti di design».</p>
<p><em>Veronica Ulivieri</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sacchetti per la spesa: basta con i finti compostabili  &#8220;additivati&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 11:35:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A un anno dal bando dei sacchetti non biodegradabili, è l’ora di tracciare un bilancio. Che è pieno di luci e ombre, sfumature, notizie buone e cattive. La rivoluzione, in poche parole, è iniziata, ma per adesso appare ancora incompiuta. Lo stop alle buste di plastica tradizionali ha cambiato le abitudini dei cittadini ed è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/sacchetti-biodegradabili-Courtesy-of-ecoo.it_.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-27054" title="sacchetti biodegradabili, Courtesy of ecoo.it" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/sacchetti-biodegradabili-Courtesy-of-ecoo.it_-300x236.jpg" alt="" width="300" height="236" /></a>A un anno dal bando dei <strong>sacchetti non biodegradabili</strong>, è l’ora di tracciare un bilancio. Che è pieno di luci e ombre, sfumature, notizie buone e cattive. La rivoluzione, in poche parole, è iniziata, ma per adesso appare ancora incompiuta.<strong> Lo stop alle buste di plastica tradizionali</strong> ha cambiato le abitudini dei cittadini ed è stato accolto con un certo favore favore anche dai negozianti, come dimostra un’indagine realizzata da <strong>Renato Mannheimer</strong> per <strong><a href="http://www.assobioplastica.org/" target="_blank">Assobioplastiche</a></strong>.</p>
<p>Restano però alcune criticità, che fanno capo a un unico grande problema: attualmente, in circolazione, oltre ai sacchetti biodegradabili e compostabili, ce ne sono altri – i cosiddetti “<strong>additivati</strong>” – <strong>ottenuti aggiungendo degli additivi alle plastiche tradizionali</strong>, che non possono essere smaltite con l’organico e<strong> sono almeno il 10% meno biodegradabili degli altri</strong>. In molti, dai produttori di bioplastica agli ambientalisti, chiedono quindi che si faccia chiarezza su uno scenario ad oggi ambiguo: <strong>la legge, infatti, non spiega in maniera inequivocabile che cosa si intenda per “biodegradabile”</strong>, le interpretazioni sono varie e questi sacchetti “di serie B”, di conseguenza, oggi <em>non</em> sono illegali.</p>
<p>In occasione della presentazione, nei giorni scorsi, della ricerca di Mannheimer, il Ministro dell’Ambiente<strong> Corrado Clini</strong> ha rassicurato: «<strong>Vogliamo andare fino in fondo sui sacchetti</strong>. Sulla questione non c’è nemmeno da aprire una discussione, è così e basta. <strong>Il messaggio deve essere chiaro: i sacchetti con caratteristiche che non permettano la loro dispersione come materiale naturale, rimangono a tutti gli effetti <em>materiale plastico</em></strong>». Tradotto: gli shopper non compostabili saranno vietati, perché assimilabili a quelli tradizionali non biodegradabili.</p>
<p>«Chiediamo al ministro Clini di <strong>recuperare al più presto l&#8217;articolo del <a href="http://www.leggioggi.it/allegati/decreto-legge-29-dicembre-2011-n-216-proroga-di-termini-previsti-da-disposizioni-legislative-decreto-milleproroghe/" target="_blank">Decreto Milleproroghe</a>, approvato dal Consiglio dei Ministri ma poi inspiegabilmente scomparso prima della firma del Presidente Napolitano</strong>, che prevedeva la regola dello spessore al di sotto del quale i sacchetti devono essere realizzati con materiali biodegradabili e compostabili secondo la norma EN 13432», è l’appello del direttore generale di Legambiente <strong>Rossella Muroni</strong> .</p>
<p><strong>La confusione sulle buste additivate si riflette anche nel settore del compostaggio, dove crea non pochi problemi</strong>. Come spiega <strong>Massimo Centemero</strong>, coordinatore del <strong><a href="http://www.compost.it/" target="_blank">Comitato tecnico del Consorzio Italiano Compostatori</a></strong>, quando i rifiuti organici vengono raccolti in un sacchetto di plastica tradizionale piuttosto che in una busta compostabile, per uno strano fenomeno aumentano anche le impurità, in media dell’8%. <strong>«8% significa potenzialmente 180.000 tonnellate all’anno di plastica di scarto</strong>, che in parte sono sacchetti e in parte impurità dovute al “trascinamento”: il cittadino, quando raccoglie l’umido in una busta non biodegradabile, è portato a immettere nell’organico anche altri manufatti plastici». <strong>Gli impianti di compostaggio si trovano così a smaltire ogni anno 100.000 tonnellate di plastiche da imballaggi.</strong></p>
<p>Gli stessi negozianti, che insieme a cittadini e produttori stanno facendo questa piccola rivoluzione italiana, sono assediati dai dubbi. Secondo la ricerca condotta dall’<strong><a href=" http://www.ispo.it/" target="_blank">Ispo</a></strong> di Mannheimer su un campione rappresentativo di 400 commercianti di generi alimentari, <strong>la quasi totalità degli intervistati conosce la legge che ha messo al bando i sacchetti di plastica (solo l’1% non ne ha mai sentito parlare) e circa il 90% la approva per le sue implicazioni ambientali</strong>. Ma i problemi arrivano quando si va a focalizzare l’utilizzo: <strong>usa regolarmente le buste biodegradabili l’82% dei commercianti, il 14% solo marginalmente e il 4% mai</strong>. Ma <em><strong>biodegradabile</strong></em> non è sempre anche <em><strong>compostabile</strong></em>, e infatti, chiarisce Mannheimer, «considerando le informazioni fornite dagli intervistati riguardo all’utilizzo dei sacchetti, alla loro certificazione e al materiale,  risulta che <strong>solo il 10% utilizza autentici shoppers compostabili.</strong> Nel 60% dei casi non si può dire con certezza che si tratti di compostabile, mentre il 26% usa biodegradabile non compostabile».</p>
<p>Se non si sceglie il prodotto giusto, spesso è per scarsa conoscenza della materia:<strong> il 41% degli intervistati</strong> (in maggioranza commercianti di Sud e isole, proprietari di piccole attività) <strong>pensa che l’opera di informazione non sia stata sufficiente. Il 26% non conosce la differenza tra biodegradabile e compostabile</strong>, mentre un altro 16% sa che non sono la stessa cosa, ma non sa della certificazione dei sacchetti compostabili. I margini di miglioramento, però, chiarisce l’esperto, ci sono: «<strong>Questi commercianti non sono nemici, ma neanche proattivi. Bisogna dire però che siamo in un momento di crisi gravissima, in cui uno non mette al primo posto gli shopper, anche se mi sentirei di dire loro che i sacchetti compostabili sono anche uno strumento di marketing</strong>». Sono infatti le buste smaltibili con l’organico quelle che soddisfano di più i clienti, almeno secondo l’opinione degli stessi negozianti: nel caso dei normali sacchetti biodegradabili, hanno un atteggiamento positivo tre clienti su 10, contro i quasi sei su 10 per i sacchetti compostabili.</p>
<p><em> Veronica Ulivieri</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Arrivano da Coop le etichette dell&#8217;acqua pubblica</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 06:31:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
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		<category><![CDATA[Coop]]></category>
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		<description><![CDATA[È stata presentata ieri da Coop Estense , una delle maggiori cooperative di consumo appartenenti al sistema Coop, la nuova fase della grande campagna consumerista “Acqua di Casa Mia”, lanciata alla fine del 2010 con lo scopo di sensibilizzare i consumatori su un corretto e consapevole consumo dell’acqua.
Dopo aver promosso verso i cittadini il consumo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/Acqua-di-casa-mia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-27041" title="Acqua di casa mia" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/Acqua-di-casa-mia.jpg" alt="" width="229" height="241" /></a>È stata presentata ieri da <strong><a href="http://www.e-coop.it/portalWeb/guidachisiamo.portal?_nfpb=true&amp;_nfpb=true&amp;chiSiamoMenuSX_1_actionOverride=/portlets/Guide/chisiamo/menuSX/setCoop&amp;_pageLabel=chiSiamoCooperativa&amp;chiSiamoMenuSX_1%7BactionForm.cooperativa%7D=5" target="_blank">Coop Estense </a></strong>, una delle maggiori cooperative di consumo appartenenti al sistema Coop, la nuova fase della grande campagna consumerista <strong>“<a href="http://www.e-coop.it/portalWeb/stat/docPortaleCanali/doc00000085979/true/true/acqua-di-casa-mia.dhtml" target="_blank">Acqua di Casa Mia</a>”,</strong> lanciata alla fine del 2010 con lo scopo di <strong>sensibilizzare i consumatori su un corretto e consapevole consumo dell’acqua</strong>.</p>
<p>Dopo aver promosso verso i cittadini il consumo dell’acqua del rubinetto o di acque minerali provenienti da fonti vicine, come scelte razionali per contenere i costi ambientali che gravitano intorno al mercato dell’acqua in bottiglia, <strong>arrivano oggi all’interno dei punti vendita della cooperativa emiliana – per la prima volta in Italia -  le etichette sulla qualità dell’acqua “di casa”</strong>. I consumatori, quindi, nei reparti acque di supermercati e ipermercati, potranno consultare <strong>una scheda informativa con le caratteristiche chimiche e micro biologiche dell’acqua del rubinetto</strong> di casa propria, in modo da <strong>effettuare una scelta di acquisto </strong>(o di non acquisto)<strong> ancor più consapevole.</strong></p>
<p>“Esporre nei nostri negozi le etichette sulla qualità dell’acqua del rubinetto – commenta <strong>Isa Sala</strong>, direttore Soci e Consumatori Coop Estense – è <strong>una scelta forte e perfettamente coerente con i principi di tutela dell’ambiente e di promozione di un consumo consapevole,</strong> che sono tipici della nostra impresa. Per noi <strong>è doveroso mettere i consumatori nelle condizioni di scegliere responsabilmente</strong> e sul tema dell’acqua abbiamo ritenuto urgente fornire, proprio nel momento di acquisto, gli strumenti necessari per esercitare il diritto di scelta. In assenza di informazioni complete sulla qualità dell’acqua, sappiamo bene che i cittadini possono avere una percezione sbagliata in termini di affidabilità e comunque sono portati a deciderne il consumo principalmente in base al sapore”.</p>
<p>Consumare acqua del rubinetto per ridurre gli impatti ambientali è il messaggio che Coop rilancia dunque, con forza, all’interno di una campagna che è partita da lontano e che sta cercando di sollecitare i consumatori a considerare il valore dell’acqua, una risorsa sempre più scarsa.<br />
“A livello mondiale – ha ricordato <strong>Claudio Mazzini</strong>, responsabile Sostenibilità Innovazione e Valori di Coop Italia -  nell&#8217;arco del ventesimo secolo,<strong> i consumi di acqua si sono moltiplicati per nove e la quantità a disposizione di ogni essere umano è diminuita del 40%</strong>. Oggi consumiamo più acqua di quella che il ricarico naturale delle falde ci fornisce: viaggiamo in rosso e <strong>con i nostri 237 litri al giorno (consumi civili, agricoli ed industriali), siamo secondi al mondo dopo gli Stati Uniti, che ne consumano 425.</strong> Per questo Coop ha ritenuto imperativo intervenire con un’azione forte ed incisiva”.</p>
<p>Nel concreto questa nuova iniziativa vede coinvolti <strong>41 punti di vendita </strong>Coop Estense nelle provincie di <strong>Modena</strong> e di <strong>Ferrara</strong> per <strong>29 comuni interessati. </strong>Sono 4 i gestori sul territorio che hanno collaborato attivamente con Coop Estense, condividendone l’urgenza e gli obiettivi, nella produzione delle etichette:<strong> Gruppo Hera, Aimag, Sorgeaqua, Cadf</strong>. A breve sarà poi la volta di <strong>Puglia</strong> e <strong>Basilicata</strong>, dove la cooperativa è presente con altri 13 punti di vendita.</p>
<p>Una scelta quindi che si fonda su una precisa consapevolezza. <strong>Gli acquedotti italiani forniscono acqua potabile sottoposta a numerosissimi controlli </strong>e <strong>che da un punto di vista igienico sanitario è al di sopra di ogni dubbio, </strong>perché così prevede la legge. Nonostante ciò <strong>i cittadini spesso non acquisiscono  informazioni sufficienti sulla qualità dell’acqua, anche in presenza di forti campagne informative e divulgative </strong>come quelle messe in campo dai gestori che operano nei territori della cooperativa.</p>
<p>L’alto impegno che si registra nelle provincie di Modena e Ferrara da parte dei gestori a diffondere dati e informazioni sull’acqua, non è però analogo in altre città del Paese. A tal proposito è bene sottolineare che  <strong>nessuna legge impone ai gestori la pubblicazione dei dati al pubblico</strong> (che invece devono essere inviati alle Asl, alle Arpa e agli altri controllori). <strong>Le aziende che rendono pubblici i dati, quindi, rispondono esclusivamente ad un obiettivo di maggior trasparenza</strong>. Proprio su questo tema si è recentemente conclusa un’indagine che Coop ha commissionato alla <strong>Fondazione Cittalia </strong>(espressione dell’Associazione Nazionali dei Comuni Italiani)  con l’obiettivo di misurare la quantità e il grado di accessibilità delle informazioni ai cittadini sulla qualità dell’acqua. Per farlo sono stati analizzati i siti di 184 gestori di acquedotti aderenti a <strong>Federutility</strong> e presenti in comuni superiori ai 40.000 abitanti. Ne è risultato che il 47,3% delle aziende non fornisce agli utenti alcuna informazione sulle proprie acque a mezzo internet e che, laddove presenti, i dati sulle acque risultano essere, nella loro articolazione, fortemente disomogenei e quindi difficilmente confrontabili tra le aziende. Proprio per questa disomogeneità, <strong>l’indagine ha consentito di individuare una serie di indicatori in grado di fornire una sintesi efficace e leggibile della qualità dell’acqua</strong>, rendendo tali parametri facilmente confrontabili. Tali indicatori sono stati quindi assunti come base per la costruzione dell’etichetta dell’acqua da esporre nei punti vendita Coop.</p>
<p>Sono <strong>6</strong> gli <strong>indicatori</strong> che compongono l’etichetta, <strong>per ognuno dei quali vengono presentati il valore nell’ambito territoriale di pertinenza ed il limite imposto o suggerito dalla legge</strong>: <strong><em>concentrazione ioni idrogeno; cloruri; ammonio; nitrati e nitriti; residuo secco a 180°; durezza</em></strong>.</p>
<p>In ogni punto vendita sarà quindi esposta l’etichetta dell’acqua del comune di riferimento, con <strong>i dati aggiornati forniti dal gestore di competenza, oltre alle indicazioni su come raccogliere maggiori approfondimenti.</strong></p>
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		<title>Innovazione nelle rinnovabili: a Pisa il primo fotovoltaico galleggiante</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 11:20:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A due passi da Pisa, in località Colignola, frazione del Comune di San Guliano Terme, è in corso una sperimentazione unica in Italia: un impianto fotovoltaico galleggiante che, per la prima volta, utilizza pannelli mobili a concentrazione, è stato attivato all’interno di un laghetto artificiale di proprietà di un privato.  L’impianto è stato inaugurato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/Impianto-fotovoltaico-a-concentrazione-galleggiante.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26981" title="Impianto fotovoltaico a concentrazione galleggiante" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2012/01/Impianto-fotovoltaico-a-concentrazione-galleggiante-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>A due passi da <strong>Pisa</strong>, in località <strong>Colignola</strong>, frazione del Comune di <strong>San Guliano Terme</strong>, è in corso una sperimentazione unica in Italia: <strong>un impianto fotovoltaico galleggiante che, per la prima volta, utilizza pannelli mobili a concentrazione, è stato attivato all’interno di un laghetto artificiale di proprietà di un privato</strong>.  L’impianto è stato inaugurato ufficialmente nel mese di dicembre, alla presenza di <strong>Andrea Pieroni</strong>, presidente della Provincia di Pisa, <strong>Juri Sbrana</strong>, vicesindaco di San Giuliano Terme e <strong>Alessandro Giari</strong>, presidente del <strong>Polo Tecnologico di Navacchio</strong> (Pisa), incubatore di imprese ad alto contenuto tecnologico che si è appena aggiudicato il premio “<strong>Best science-based incubator award 2011</strong>”, assegnato dal<strong> <a href="http://www.technopolicy.net/" target="_blank">Technopolicy Network </a></strong>e dal <strong><a href="http://www.cses.co.uk/" target="_blank">Centre for Stratefy &amp; Evaluation Services LLP</a></strong>, battendo la concorrenza di 30 strutture di incubazione provenienti da 23 diversi Paesi.</p>
<p>L’azienda che ha realizzato l’impianto,  <strong><a href="http://www.scintec.it/" target="_blank">Scienza Industria e Tecnologia (SIT)</a></strong>, ha infatti sede presso l’Incubatore di Navacchio. Il progetto, a cui hanno collaborato anche  il Comune e Koinè Multimedia di Pisa, si basa su una tecnologia innovativa per<strong> produrre energia elettrica tramite pannelli galleggianti, a concentrazione, mobili e raffreddati ad acqua</strong>. L’obiettivo dell’esperimento, infatti, è quello di trovare soluzioni innovative per incentivare l’uso del fotovoltaico e, al contempo, <strong>ridurre l’impatto visivo ed ambientale, senza sottrarre porzioni di terreno all’uso agricolo.</strong> I risultati ottenuti sono incoraggianti, tanto che l’Amministrazione di San Giuliano Terme e quella della Provincia di Pisa stanno valutando la possibilità di installare in altri bacini artificiali, presenti nei propri territori, impianti simili a quello di Colignola.  «Il sistema di questo impianto è protetto da una serie di brevetti – dice  l’ingegner Rosa-Clot di SIT – ed è denominato <strong>FTCC</strong>, acronimo di <strong>Floating, Tracking, Cooling, Concentration</strong>».</p>
<p>I pannelli solari galleggianti si muovono alla ricerca del sole,  sono raffreddati ad acqua e concentrano l’energia del sole. «Un sistema di questo tipo – continua <strong>Rosa-Clot</strong> – è unico in Italia, dove esistono impianti galleggianti ma fissi, e in cui l’energia del sole non viene concentrata».  <strong>La volontà è quella di ridurre i costi e  l’invasività degli impianti fotovoltaici tradizionali, sfruttando bacini artificiali di origine industriale (laghi di cava, bacini idroelettrici) o di raccolta delle acque per l’agricoltura</strong>.</p>
<p>La struttura di Colignola occupa una superficie di appena 300 mq, con un peso di 7 tonnellate capace di galleggiare in acque di circa 5 metri di profondità ruotando attorno al suo ancoraggio centrale, alla ricerca della miglior posizione per ricevere il i raggi del sole. Il movimento della struttura è fornito da motori ad elica di appena 300 Watt che sono alimentati dall’impianto stesso mentre il raffreddamento viene fatto,  tramite pompe,  con la stessa acqua del laghetto.  L’impianto  è stato messo in funzione  ai primi di settembre del 2011 e, secondo i dati raccolti fino ad oggi, la sua potenza è di circa 30 Kw effettivi, sufficiente a soddisfare il fabbisogno di circa 10 abitazioni tradizionali. <strong>Rispetto ad un impianto fisso collocato a terra, i panelli usati nei pressi di Pisa forniscono più energia perché mettono insieme la concentrazione dei riflettori (60% in più), il movimento (25% in più) e il raffreddamento (tra il 10 e il 15% in più a seconda del tipo di pannello)</strong>. Complessivamente, dunque, i costi del KWh si riducono del 20% e l&#8217;energia prodotta aumenta di oltre il 75%, con una resa di circa 2060 Kwh da parte del sistema FTCC, contro i 1170 KWh dei tradizionali impianti a terra.<strong> Trattandosi di tecnologia &#8220;innovativa&#8221;, poi, l&#8217;impianto permette ai proprietari di accedere al massimo degli incentivi previsti (al capitolo IV) dal Conto Energia.</strong></p>
<p>L’azienda <strong>SIT</strong>, visti i risultati, non ha intenzione di fermarsi a Pisa: un sistema analogo è in fase di completamento anche a <strong>Suvereto</strong> (Livorno) e <strong>l’idea dell’azienda è quella di usare sempre di più i bacini artificiali, compresi quelli idroelettrici, presenti in tutta Italia</strong>. Il sistema, poco invasivo, consentirebbe infatti di compensare i costi della piattaforma galleggiante su cui poggiare i pannelli, specialmente nel Sud Italia, in cui sono migliori le condizioni di irraggiamento solare. <strong>Solo in Sicilia, ad esempio,  sono disponibili 75 km quadri di bacini artificiali e, in tutta Italia, ci sarebbero a disposizione più di 200.000 mq di superficie, tra bacini artificiali e naturali.</strong> L’azienda vorrebbe valorizzare i bacini idroelettrici, le cui potenzialità sarebbero raddoppiate: tali impianti sono spesso attrezzati, dotati di gruppi di pompaggio ed adatti, quindi, per ospitare un impianto fotovoltaico. Un sistema FTCC ospitato all’interno di un bacino idroelettrico, dunque, potrebbe integrarne in modo sostanziale la produzione di energia elettrica.</p>
<p><em>Andrea Marchetti</em></p>
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		<title>I pannelli solari low cost potrebbero diventare realtà</title>
		<link>http://www.greenews.info/prodotti/i-pannelli-solari-low-cost-potrebbero-diventare-realta-20120109/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 05:22:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Energia]]></category>
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		<description><![CDATA[Da oggi i pannelli solari a basso costo potrebbero diventare una realtà. La notizia arriva dal Technion-Israel Institute of Technology, dove un gruppo di ricercatori ha trovato una soluzione tecnologica per rendere meno costoso il processo di manifattura dei pannelli solari.
Il problema è infatti che, per continuare a diffondersi e competere con l&#8217;energia prodotta dai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Courtesy-of-guidaprodotti.com_.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26811" title="Courtesy of guidaprodotti.com" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Courtesy-of-guidaprodotti.com_-300x234.jpg" alt="" width="300" height="234" /></a>Da oggi i pannelli solari a basso costo potrebbero diventare una realtà. La notizia arriva dal <strong><a href="http://www1.technion.ac.il/en" target="_blank">Technion-Israel Institute of Technology</a></strong>, dove un gruppo di ricercatori ha trovato una soluzione tecnologica per rendere meno costoso il processo di manifattura dei pannelli solari.</p>
<p>Il problema è infatti che, per continuare a diffondersi e competere con l&#8217;energia prodotta dai combustibili fossili, l&#8217;energia solare deve diventare più efficiente e meno costosa. Soprattutto nelle fasi di <strong>crisi economica </strong>come quella attuale. <strong>La tecnologia dominante nel campo dell&#8217;energia solare, è oggi quella dei pannelli solari a base di silicio</strong>, <strong>i cui costi sono molto elevati</strong>. Questi costi di produzione, insieme alla crisi economica, hanno provocato, negli ultimi anni, una riduzione dell&#8217;adozione di pannelli per l&#8217;energia fotovoltaica da parte sia degli enti pubblici che privati, con un conseguente rallentamento della diffusione di impianti. L&#8217;unica alternativa possibile, almeno fino alla pubblicazione dello studio del Technion-Israel Institute of Technology, sembrava essere rappresentata dall&#8217;adozione di <strong>pannelli solari che utilizzano nanocristalli inorganici o “punti quantici”, i quali però sono generalmente meno efficienti nel trasformare l&#8217;energia solare in energia elettrica</strong>.</p>
<p>Oggi questo limite non dovrebbe più costituire un problema, in quanto i ricercatori del Technion-Israel Institute of Technology hanno trovato<strong> una nuova modalità per generare un campo elettrico all&#8217;interno dei punti quantici</strong>, così da renderli più adatti alla costruzione di pannelli solari costituiti da nanocristalli e a basso consumo energetico.</p>
<p>Il professor <strong>Nir Tessler</strong>, del Nano-Electronics Zisapel Centre, presso il Dipartimento di Ingegneria Elettrica del Technion, insieme al suo gruppo di lavoro, ha condotto una ricerca, pubblicata sul numero di ottobre della rivista scientifica <em><strong>Nature Materials</strong></em>, dal titolo “<em><strong>Molecular control of quantum-dot internal electric field and its application to CdSe-based solar cells</strong></em>”, in cui vengono descritte le proprietà dei punti quantici e la loro capacità di rendere virtuoso e, allo stesso tempo, economico un pannello solare.</p>
<p>I punti o nanocristalli quantistici “sono dei materiali promettenti per costruire pannelli solari efficienti, a basso costo e caratterizzati dalla produzione di una grande quantità di energia solare, grazie a delle insolite proprietà elettroniche di cui sono dotati”, ha dichiarato il professor Tessler.</p>
<p><strong>Ma che cosa sono e in che modo funzionano i punti quantici o nanocristalli? </strong>Si tratta di particelle che caratterizzano i materiali dei semi-conduttori elettrici, la cui taglia è talmente piccola che gli elettroni che li costituiscono non avrebbero alcun valore per la produzione di energia. Le dimensioni di un punto quantico, però, dipendono dalla quantità di luce che il punto è in grado di assorbire. Di conseguenza, tramite il cambiamento della dimensioni di un punto quantico, sarebbe possibile massimizzare la sua capacità di raccogliere la luce anche all&#8217;interno dei pannelli solari. Affinché l&#8217;energia solare possa essere trasformata in energia elettrica, i punti quantici devono condividere gli elettroni in maniera efficiente. Quest&#8217;ultimo era l&#8217;unico aspetto tecnico che non si riusciva a controllare, e che sfociava sempre in risultati non soddisfacenti nell&#8217;utilizzo dei nanocristalli nella costruzione dei pannelli solari.</p>
<p>Il merito dello studio del gruppo di lavoro di Tessler è stato quello di oltrepassare questo ostacolo. I ricercatori infatti hanno trovato il modo di portare una carica elettrica per i punti quantici, ciascuna di un milionesimo delle dimensioni del punto. Sul piano tecnico, questo significa che sono stati in grado di generare forti campi elettrici all&#8217;interno dei punti tramite due molecole organiche diverse. I gruppi chimici che attaccano le molecole alla superficie dei punti generano, infatti, il campo elettrico.</p>
<p>Al di là delle considerazioni di tipo tecnico e scientifico, <strong>i ricercatori hanno trovato un metodo per utilizzare i nanocristalli in maniera efficiente nel settore del fotovoltaico.</strong> L&#8217;obiettivo di Tessler è quello di combinare questi risultati con i loro esperimenti precedenti, al fine di scoprire metodi ancora più efficienti per la produzione di energia pulita.</p>
<p>La scoperta dei ricercatori del Technion-Israel Institute of Technology rappresenta un importante passo in avanti nel mondo delle energie pulite e dell&#8217;efficienza energetica, ma non solo. Considerata da un punto  di vista più ampio, potrebbe rappresentare un importante tassello anche nel campo, più in generale, della green economy.<strong> I pannelli solari low cost, caratterizzati da prezzi più accessibili, potrebbero avere una diffusione più ampia, creando così parte di quell&#8217;indotto industriale basato sul rispetto dell&#8217;ambiente, che sta alla base della stessa green economy</strong>.</p>
<p><em>Donatella Scatamacchia</em></p>
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		<title>Edizioni Ambiente lancia &#8220;Freebook Ambiente&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 06:24:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Edizioni Ambiente, casa editrice specializzata sui temi della sostenibilità aderente all&#8217;Associazione Greencommerce, segnala la nascita di FreeBook Ambiente, la prima biblioteca online interamente gratuita che presenta, cataloga, organizza e rende disponibili al download una serie di testi sui temi ambientali e sulla cultura della sostenibilità.
Basta una registrazione al network di Edizioni Ambiente per consultare le pubblicazioni in formato pdf, e quando possibile in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Courtesy-of-Edizioni-Ambiente.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26720" title="Courtesy of Edizioni Ambiente" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Courtesy-of-Edizioni-Ambiente-275x300.jpg" alt="" width="275" height="300" /></a><strong><a href="http://www.edizioniambiente.it/eda/home/" target="_blank">Edizioni Ambiente</a></strong>, casa editrice specializzata sui temi della sostenibilità aderente all&#8217;<strong><a href="http://www.greencommerce.it/it/produttori/42-produttori/182-edizioni-ambiente.html" target="_blank">Associazione Greencommerce</a></strong>, segnala la nascita di <strong><a href="http://freebook.edizioniambiente.it/" target="_blank">FreeBook Ambiente</a>, </strong>la prima <strong>biblioteca online</strong> interamente <strong>gratuita</strong> che presenta, cataloga, organizza e <strong>rende disponibili al download</strong> una serie di testi sui <strong>temi ambientali</strong> e sulla <strong>cultura della sostenibilità</strong>.</p>
<p>Basta una registrazione al network di <strong><a href="http://www.edizioniambiente.it/eda/home/" target="_blank">Edizioni Ambiente</a></strong> per consultare le pubblicazioni in formato pdf, e quando possibile in .ePub, arricchite da link ed elaborate per consentire una lettura dinamica su computer e ebook reader.</p>
<p>A oggi il corpus di testi è catalogato in<strong> dieci sezioni tematiche</strong> che rappresentano i principali ambiti della cultura della sostenibilità. Si spazia dall’<strong>alimentazione</strong> all’<strong>energia</strong>, fino agli scaffali dedicati agli <strong>stili di vita</strong>, ai <strong>rifiuti</strong>, alla <strong>normativa ambientale</strong>.</p>
<p>La varietà in termini di temi si ripropone anche nella natura dei testi che vengono resi disponibili. Ci sono <strong>saggi</strong> e <strong>pubblicazioni periodiche</strong>, <strong>ricerche scientifiche</strong> e <strong>bilanci ambientali</strong>. Una diversità nell&#8217;offerta che consente di accedere e approfondire i temi secondo approcci diversi, dal taglio più divulgativo a quello spiccatamente tecnico-scientifico, garanzia di una visione complessa e articolata.</p>
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		<title>Giocattoli ecologici, tra la nostalgia del legno e i nuovi materiali</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 17:04:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Quest’anno, un po&#8217; per crescente sensibilità ambientale, un po&#8217;per necessità di riciclo, aumentano sul mercato i giocattoli ecologici, fatti con materiali di recupero e privi di sostanze derivate dal petrolio. E sono sempre di più i genitori che li scelgono: così che i bambini possano giocare più sicuri e divertirsi, toccare e avvicinare al viso i loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Alicucio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26647" title="Giocattoli in legno riciclato di Alicucio, Courtesy of Greencommerce.it" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Alicucio-291x300.jpg" alt="" width="291" height="300" /></a>Quest’anno, un po&#8217; per crescente sensibilità ambientale, un po&#8217;per necessità di riciclo, aumentano sul mercato i giocattoli ecologici, fatti con materiali di recupero e privi di sostanze derivate dal petrolio. E sono sempre di più i genitori che li scelgono: <strong>così che i bambini possano giocare più sicuri e divertirsi, toccare e avvicinare al viso i loro oggetti preferiti, dalle bambole ai trenini.</strong> Un aspetto non di poco conto, considerando anche l’importanza che i giocattoli rivestono per lo sviluppo del bambino.</p>
<p>«Il gioco in generale, e soprattutto il gioco simbolico o di finzione, che compare entro i due anni di vita, permette al bambino di esprimere fantasie, emozioni, desideri e conflitti e di elaborarli attraverso l&#8217;immaginazione», spiega <strong>Antonella Marchetti</strong>, professore ordinario di Psicologia dello Sviluppo e Psicologia dell&#8217;Educazione all’<strong>Università Cattolica di Milano</strong>. «I giocattoli in generale potenzialmente stimolano la creatività infantile e molto spesso sono studiati con tale obiettivo. <strong>Ciò che conta è che il gioco, qualunque esso sia,  sia vissuto come tale, nel contesto di relazioni affettive ed educative con adulti, </strong>che sappiano monitorare se e quanto il bambino sia in grado di tenere distinta la realtà dalla fantasia», continua l’esperta.</p>
<p>La preoccupazione per la sicurezza dei giochi, vista appunto la loro straordinaria importanza per i piccoli, è condivisa dall’Unione Europea, che proprio in questo periodo ha lanciato una campagna sul tema.<strong> Il marchio CE è la garanzia che il giocattolo soddisfa tutti i requisiti di sicurezza europei</strong>. La nuova <strong>Direttiva sui giocattoli 2009/48/CE, </strong>che sostituisce quella del 1988, recepita in Italia a marzo scorso, inoltre, rafforza gli standard di sicurezza, stabilendo che le sostanze cosiddette <strong>CMR</strong> (<em>Carcinogenic, Mutagenic or toxic for Reproduction</em>) non siano più ammesse nelle parti accessibili del giocattolo. <strong>E sono vietate tutte le fragranze che hanno un forte potenziale allergenico</strong>; per quelle meno dannose, ne deve essere specificata la presenza sull’etichetta del giocattolo. Qualche sostanza potenzialmente tossica, però, è permessa: <strong>alcune categorie di ftalati </strong>(famiglia di composti chimici usati nell&#8217;industria delle materie plastiche come agenti plastificanti) che non rientrano tra i CMR, per esempio,  sono vietati solo nei giocattoli che possono essere messi in bocca dal bambino.</p>
<p>Per chi vuole cercare di evitare anche i pericoli più nascosti, una strada può essere quella di <strong>ricorrere a giocattoli con più componenti naturali possibile</strong>, <strong>dai giochi in legno a quelli in cotone biologico</strong>. I serviti da tè di <strong><a href="http://www.greentoys.com" target="_blank">Green Toys </a></strong>, per esempio, sono prodotti in California con le bottiglie del latte riciclate e non contengono ftalati, mentre <strong><a href="http://www.ecotoys.it " target="_blank">Ecotoys</a> </strong>produce i famosi <strong>Happy Mais</strong>, i mattoncini ricavati dall’amido di mais e colorati con coloranti alimentari atossici. E non mancano le bambole e i pupazzetti in cotone biologico, prodotte da diversi marchi. «Quando parlo ai miei clienti di questi giocattoli – racconta <strong>Kendra Vittorini</strong>, proprietaria del negozio torinese <strong><a href="http://www.fiordibimbobio.com/Fior_di_Bimbo_Bio/homepage.html" target="_blank">Fior di Bimbo Bio </a></strong>– rimangono sempre molto colpiti, sia per la maggiore sicurezza del bambino, sia anche per gli aspetti ambientali».</p>
<p>Per i più nostalgici ci sono poi i giocattoli in legno, che in Italia hanno una vera e propria tradizione. <strong>Alcune fabbriche, come <a href="http://www.illeccio.com/" target="_blank">Il Leccio</a>, sono riuscite a sopravvivere alla delocalizzazione e alla concorrenza dei giochi in plastica da pochi euro</strong>. E non mancano giovani designer come <strong>Arcangelo Favata</strong>, che con il marchio <strong>Alicucio</strong> crea giocattoli in legno di recupero acquistabili sul portale di e-commerce <strong><a href="http://www.greencommerce.it/it/shop.html?page=shop.product_details&amp;flypage=flypage.tpl&amp;product_id=255&amp;category_id=18" target="_blank">Greencommerce.it</a></strong>. Macchine fotografiche, cavalli a dondolo, camioncini nati, spiega lui, «da un ricordo nostalgico del passato, quando da piccolo insieme ad altri bambini giocavo con delle macchinine trasformate appositamente per essere spinte su di una pista disegnata con il gesso sul asfalto. I primi lavori che ho realizzato sono i ri-tagli, utilizzando lo scarto di complementi d&#8217;arredo realizzati sempre all&#8217;interno del laboratorio: quindi lo scarto dello scarto, successivamente ho realizzato <strong><a href="http://www.greencommerce.it/it/shop.html?page=shop.product_details&amp;product_id=256&amp;flypage=flypage.tpl&amp;pop=0" target="_blank">Lallo</a></strong>, il cavalluccio che si ribalta divenendo un piccolo piano da disegno ed un contenitore porta-giochi <strong>attraverso l&#8217;utilizzo di un pallet</strong>, e poi è stata la volta dellle <strong>Wood Machines </strong>e della collezione dei camioncini <strong>Sannaka</strong>, che hanno riscosso un certo interesse sia da parte dei bambini che dai più grandi. Attualmente sto lavorando ad una nuova collezione, gli <strong>Ali-cucio</strong>, la prima compagnia aerea ad emissioni zero&#8230;».</p>
<p>E per quelli che considerano i giocattoli una vera passione, al <strong>Gran Palais di Parigi </strong>è in corso addirittura <strong><a href="http://www.rmn.fr/francais/les-musees-et-leurs-expositions/grand-palais-galeries-nationales-9/expositions/des-jouets-et-des-hommes-2244" target="_blank">una mostra </a></strong>che, fino a gennaio, raccoglie <strong>mille giochi dall’Antichità ai giorni nostri</strong>. Bambole, palle, trottole, aeroplanini. Alcuni, come le pupe di pezza, sono rimaste praticamente identiche nello scorrere dei secoli, mentre altri sono cambiati adattandosi ai tempi. Una gioia per i nostalgici dei vecchi giocattoli, e l’occasione per un viaggio a ritroso nella propria infanzia.</p>
<p><em>Veronica Ulivieri</em></p>
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		<title>Agenda Greenews 2012: uno strumento per fare sistema contro la crisi</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 09:25:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Benedetta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[A]]></category>
		<category><![CDATA[Agenda Greenews.info]]></category>
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		<description><![CDATA[E’ in distribuzione da oggi, sul portale di commercio ecosostenibile Greencommerce.it, l’Agenda Greenews 2012, seconda edizione del progetto curato Greenews.info per offrire, tanto agli operatori dei diversi settori della green economy italiana, quanto a cittadini e studenti sensibili ai temi della sostenibilità ambientale, un utile strumento di lavoro e di reciproca conoscenza, ricco di contenuti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Agenda-Greenews-2012_Copertina-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-26490" title="Agenda Greenews 2012" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Agenda-Greenews-2012_Copertina-1-257x300.jpg" alt="" width="257" height="300" /></a>E’ in distribuzione da oggi, sul portale di commercio ecosostenibile <strong>Greencommerce.it</strong>, l’<strong><a href="http://www.greencommerce.it/index.php?page=shop.product_details&amp;flypage=flypage.tpl&amp;product_id=39&amp;category_id=22&amp;vmcchk=1&amp;option=com_virtuemart&amp;Itemid=71">Agenda Greenews 2012</a></strong>, seconda edizione del progetto curato<strong> Greenews.info</strong> per offrire, tanto agli operatori dei diversi settori della green economy italiana, quanto a cittadini e studenti sensibili ai temi della sostenibilità ambientale, <strong>un utile strumento di lavoro e di reciproca conoscenza, ricco di contenuti e del calendario dei principali eventi “green” del nuovo anno</strong>.</p>
<p>Un percorso in senso inverso, dal web alla carta, che Greenews.info – oggi fornitore di approfondimenti anche per il canale “Ambiente” di <strong><a href="http://www3.lastampa.it/ambiente/sezioni/greenews/">LaStampa.it</a></strong> – ha voluto intraprendere, a partire dal 2011, senza rinunciare all’obiettivo di <strong>diffondere contenuti informativi attraverso supporti a bassissimo impatto ambientale</strong>. Anche quest’anno, infatti, la sfida è rimasta la stessa: <strong>dimostrare concretamente come si può produrre &#8211; con ottimi risultati e senza significativi costi aggiuntivi &#8211; entro la filiera della green economy</strong>, con materiali e modalità sostenibili, come prevede lo Statuto dell’<strong><a href="http://www.greencommerce.it/it/chi-siamo.html">Associazione Greencommerce</a></strong>, a cui è stata affidata la distribuzione.</p>
<p>La carta è nuovamente la <strong>Cocoon Offset 100% riciclata, certificata FSC e Ecolabel </strong>di <strong><a href="http://www.arjowigginsgraphic.com/">Arjowiggins Graphic</a></strong>, prodotta nello stabilimento europeo di <strong>Greenfield</strong>, specializzato nella produzione di pasta disinchiostrata senza cloro, che garantisce una qualità e un punto di bianco un tempo riservati alle sole carte non riciclate. La stampa è stata affidata a <strong><a href="http://www.grafart.it/home.html">Graf Art</a></strong>, stampatore di Venaria, in provincia di Torino, <strong>certificato FSC e dotato di macchinari ad alta efficienza energetica</strong>, per ottimizzare la produzione (inchiostri a base vegetale e brossura cucita) e ridurre l’inquinamento generato dal trasporto delle agende, salite, grazie alla richiesta, da una tiratura sperimentale di 500 a 2.000 copie. A <strong><a href="http://www.multiutility.it/content/Home?link=oln266n.redirect">Multiutility</a></strong>, operatore certificato del <strong>Gruppo Dolomiti Energia</strong>, è stato invece chiesto di verificare i consumi energetici dello stampatore, sulla base delle ore di lavoro e dei macchinari utilizzati, e di compensarli con l’annullamento di <strong>certificati RECS </strong>(illustrati in una delle schede informative interne), per garantire un supporto alla crescita delle fonti rinnovabili.</p>
<p>A livello di struttura l’Agenda ripropone, come nella prima edizione, <strong>i 12 migliori articoli di Greenews.info e <a href="http://www3.lastampa.it/ambiente/" target="_blank">LaStampa.it </a></strong>dell’anno in chiusura, il <strong>calendario giornaliero e di sintesi mensile dei principali eventi fieristici, congressuali e culturali della green economy italiana </strong>e <strong>10 interessanti schede informative</strong>, realizzate in collaborazione con enti e aziende, per comprendere meglio tecnologie, servizi e modelli di business innovativi, secondo un’attitudine all’informazione, divulgativa ma precisa, che, nel 2011, è valsa a Greenews.info l’inserimento tra i 100 più interessanti progetti al mondo per la promozione della green economy, da parte di <strong><a href="http://www.greenews.info/eventi/greenews-info-tra-i-primi-100-progetti-al-mondo-per-la-green-economy-20110711/">Eubra</a></strong>, il Comitato Euro-brasiliano per lo Sviluppo Sostenibile.</p>
<p>Tra gli utili contenuti delle schede tematiche: “<strong>Che cos’è una Smart City</strong>”, “<strong>Il biogas come integrazione del reddito agricolo</strong>”, “<strong>La copertura dei tetti industriali con impianti fotovoltaici</strong>”, “<strong>L’impronta ambientale dell’agricoltura biologica</strong>”, “<strong>Rinnovabili ed efficienza energetica come fattore competitivo</strong>”, “<strong>Le opportunità del biometano per i trasporti</strong>”, “<strong>I vini da agricoltura biologicia e biodinamica</strong>”.</p>
<p>Molti di questi temi saranno inoltre approfonditi, il <strong>24 e 25 maggio 2012</strong>, in occasione del <strong><a href="http://www.workshop-image.it/">2°Workshop Nazionale IMAGE – Incontri sul Management della Green Economy</a></strong>, che la redazione del web magazine torinese ha deciso di dedicare al tema “<strong>Verso la nuova PAC: agricoltura e sistema alimentare</strong>”, in vista della riforma della <strong><a href="http://www.greenews.info/normative/normative-normative/pac-la-commissione-presenta-i-10-punti-di-riforma-dellagricoltura-europea-20111013/">Politica Agricola Comune dell’Unione Europea.</a></strong></p>
<p>L’edizione 2012 è stata resa possibile grazie agli sponsor del progetto, a partire da<strong><a href="http://www.sebigas.it/home/1371.html" target="_blank"> Sebigas</a></strong> e <strong><a href="http://www.enerray.com/home/1570.html" target="_blank">Enerray</a>,</strong> operatori delle rinnovabili del <strong>Gruppo Maccaferri </strong>che, insieme alle altre aziende, hanno compreso appieno il messaggio di cui Greenews.info intende farsi promotore nel nuovo anno, attraverso le varie declinazioni della campagna realizzata da <strong><a href="http://www.studiogreengrass.it/">Studio Greengrass</a></strong> per il network <strong><a href="http://www.greengooo.com/">Greengooo! New Media Production</a></strong>: “<strong>La crisi è un’opportunità</strong>”. <em>Per ridisegnare il paese</em>, ma anche <em>per produrre e distribuire diversamente</em>.</p>

<a href='http://www.greenews.info/comunicati-stampa/agenda-greenews-2012-uno-strumento-per-fare-sistema-contro-la-crisi-20111212/attachment/agenda-greenews-2012_copertina-1/' title='Agenda Greenews 2012'><img width="150" height="150" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Agenda-Greenews-2012_Copertina-1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Agenda Greenews 2012" title="Agenda Greenews 2012" /></a>
<a href='http://www.greenews.info/comunicati-stampa/agenda-greenews-2012-uno-strumento-per-fare-sistema-contro-la-crisi-20111212/attachment/pagina-pubblicitaria-network-greengooo/' title='Pagina Pubblicitaria Network Greengooo'><img width="150" height="150" src="http://www.greenews.info/wp-content/uploads/2011/12/Pagina-Pubblicitaria-Network-Greengooo-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="La nuova campagna 2012 del network Greengooo! New Media Production" title="Pagina Pubblicitaria Network Greengooo" /></a>
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