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AILATI: l’Italia al contrario alla Biennale di Architettura

agosto 26, 2010 Eventi

La Biennale di Venezia, Courtesy of labiennale.orgAILATI. Riflessi dal futuro è l’esposizione ideata da Luca Molinari per il Padiglione Italia alla dodicesima Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, che inaugura il 29 Agosto e sarà visitabile dal pubblico fino al 21 Novembre 2010.

Il titolo scelto per questa edizione, curata dal premio Pritzker (il Nobel dell’architettura) Kazuyo Sejima, People meet in Architecture, è stato di indubbia ispirazione per la realizzazione del progetto Ailati – azzeccato calembour con la parola “Italia”, che nasconde un percorso espositivo articolato in tre sezioni tematiche ripartite tra passato, presente e futuro.

La prima parte, Italia 1990-2010, con le parole del curatore Molinari è “una riflessione per immagini che costruisce delle famiglie tematiche, un primo tentativo di ricostruire questi ultimi vent’anni [dell'architettura italiana, N.d.R.], in cui tante cose sono successe e che facciamo fatica a ricordare”.

La sezione centrale, Laboratorio Italia, contiene soltanto opere costruite negli ultimi tre anni, senza l’intento di creare un’antologia, ma divise per grandi temi, tra cui: come stanno cambiando gli spazi pubblici, il rapporto con gli edifici storici, il recupero dei beni confiscati alla mafia.

La terza sezione, Italia 2050, è nata invece con l’idea di “costruire un luogo dove gli architetti possano fare sperimentazione libera”, ispirati dall’inedita collaborazione con la rivista Wired Italia: 14 visionari, tra scienziati, pensatori, film-maker e ricercatori sono stati invitati a indicare le priorità per il nostro Paese nei prossimi decenni, lavorando fianco a fianco con altrettanti progettisti, a cui Molinari ha affidato la creazione di installazioni.

Greenews.info vi presenta in anteprima il frutto delle tre collaborazioni dedicate all’ambiente : New Eden / Nature 3.0, Demolire /Rottamare la Periferia ed Energia Pulita e Diffusa.

Schermata 2010-08-24 a 17.27.46Partiamo da quest’ultima. Energia pulita e diffusa, è una collaborazione tra l’architetto Marco Navarra dello Studio Nowa e l’ingegnere Emilia Visconti, project manager presso EDF Italia. L’idea della Visconti è che nell’Italia del 2050 l’organico, inteso soprattutto, ma non soltanto, come scarti alimentari, la farà da padrone: per il riscaldamento delle case (insieme a energia solare, eolica e geotermica), ma anche come combustibile sperimentale per le automobili da affiancare alle vetture a idrogeno ed elettriche – dotate di un pannello solare. Le metropoli, ormai costituite quasi più soltanto di edifici environmentally friendly, si svuoteranno, perché grazie alla possibilità di lavorare da casa tramite reti informatiche sempre più efficienti le campagne si ripopoleranno e tutti avranno il proprio orto, da cui ricavare cibo ma anche energia per l’uso quotidiano.

Su questa visione, Marco Navarra ha realizzato l’installazione P2P (peer to peer) Energy, dove il corpo umano e le alghe si rivelano un’interessante risorsa energetica inesplorata che, con le parole dell’autore, “definiscono l’unità minima dell’architettura attraverso un nuovo innesto di artificio e natura”. L’installazione attiva un’interferenza continua tra il mondo complesso ed evoluto dell’uomo e quello semplice e primordiale delle alghe. Otto grandi vetri ospiteranno, nel loro spazio interno, il ciclo di vita di una colonia di alghe, che sarà alimentata e tenuta in vita dagli input dei visitatori. Ogni impulso proveniente dal pubblico è legato a un movimento capace di generare energia direttamente dal corpo umano in forme diverse (camminare, sedersi, salire le scale, attraversare una porta). Un computer registrerà gli input misurando la loro energia potenziale e invierà il segnale ai dispenser che alimenteranno il ciclo vitale delle alghe.

 

Il visitatore, salendo la scala interna all’installazione, si immerge in un mondo di acqua dentro una piccola stanza che evoca insieme il sarcofago e la casa. Attraverso la pelle dei grandi vetri, disegnati dalle trame variabili delle alghe, si osserva il panorama del futuro in sovraimpressione con lo scorrere di immagini: “il cinema come inconscio collettivo, attivato dalla presenza del visitatore, si sovrappone e si intreccia all’ordito delle alghe generando imprevedibili tessiture”.

Rottamare / Rigenerare la periferia diffusaIl secondo progetto vede la compartecipazione di due visioni più prettamente “creative”: l’artista Nico Vascellari e lo studio di architettura torinese MARC di Michele Bonino & Subhash Mukerjee. Vascellari dice che non riesce “a immaginare il futuro senza pensare al passato. Il tempo si accatasta, sedimenta come humus, piuttosto che svilupparsi in una retta”. Immagina di “poter costruire sopra il passato. “Guardando alle nostre periferie, estese senza tregua attraverso le campagne, credo sia fondamentale, piuttosto che una possibilità. Quelle orrende palazzine abusive o le case del dopoguerra dovrebbero essere ricoperte non solo dalla vergogna ma da qualcosa di nuovo. Magari solo dalla vegetazione”. Ecco allora il progetto Demolire /Rottamare la periferia, che si concretizza nell’installazione Meno Italia o Less is a Must, in cui il tema principale è quello della periferia diffusa, dove “appare chiaro che nel 2050 dovremo vivere.”

 

Gli architetti di MARC, tuttavia, alla periferia diffusa che conosciamo oggi propongono un’alternativa: una periferia piccola e compatta, “multipiano: fatta solamente di solai e contenitori. Come un edificio, è interamente pedonale e non ha bisogno di strade. Senza più facciate, riduce gli strumenti di ostentazione.” Come mostra l’immagine, ne risulta così un luogo nel quale molte distinzioni si riducono: un  “luogo di vicinanza fisica dove soddisfare il crescente bisogno di rapporto umano.”

La collaborazione tra Alessandro Galli del Global Footprint Network e gli architetti e designer di EcoLogicStudio, invece, è stata alla base di New Eden /Nature 3.0. Nei mesi scorsi, il Global Footprint Network ha partecipato alla stesura del documento Vision 2050 per conto del World Business Council for Sustainable Development, individuando alcuni scenari ipotizzati per il prossimo futuro e valutandone le conseguenze in termini di impronta ecologica. Considerando che nei prossimi 40 anni vi sarà una crescita e una stabilizzazione della popolazione mondiale intorno ai 9 miliardi di individui, una riduzione del 50% delle emissioni di CO2, un aumento della produttività delle foreste e dei terreni agricoli e dei grandi cambiamenti nel regime alimentare medio mondiale, è emerso che nel 2050 l’umanità starà ancora richiedendo (e consumando) le riserve di 1,1 pianeti: una Terra non basterà, anche se rispetto ai dati del 2006 si sarà scesi leggermenti (oggi infatti stiamo sfruttando i servizi ecosistemici di quasi 1,5 pianeti).

New EdenTuttavia, non siamo di fronte ad un’apocalisse inevitabile: lo scopo del Global Footprint Network consiste proprio nel portare il tema della limitatezza delle risorse al centro dell’agenda e del dibattito politico, perché, come dice Galli, “non si salva il pianeta piantando un albero, ma si può contribuire alla soluzione del problema se anche dall’alto esiste una volontà di cambiamento. E’ inutile che un’amministrazione comunale incoraggi all’utilizzo dei mezzi pubblici e poi costruisca un’autostrada a quattro corsie…” Se infatti si dovesse proseguire con la filosofia del business as usual, entro il 2040 avremmo bisogno delle risorse di due pianeti!

Su questa scia del coinvolgimento “dal basso” si è sviluppata l’installazione New Eden Utopia degli architetti di EcoLogicStudio; nella prima parte dell’installazione alcuni dati (sulla base dei quali si ipotizza vengano effettuate le scelte politiche) sono rappresentati da “un soffitto con struttura a grotto: maggiore la corrugazione, maggiore il credito”.

 

L’utente potrà interagire con il Data Grotto esprimendo un primo giudizio sui Paesi rappresentati, causando un’intera riorganizzazione del “sistema mondo”. Nella seconda parte dell’installazione, attualizzata in cinque piccoli schermi, il visitatore entrerà in contatto con la narrazione di un suo concittadino del 2050, che gli racconterà come “l’uomo nel 2050 ha imparato a intuire e comprendere la complessità del mondo in modo molto approfondito; non cerca più risposte certe e sicure alle sue domande e curiosità, non è più facile preda delle ansie fabbricate dai media, non cerca più rifugio e conforto nella tecnologia. [...] il concetto di natura come piano di riferimento etico e culturale è scomparso ed è stato sostituito da un nuovo Eden, fondato su una nuova idea di materialità indefinibile.”

Eva Filoramo

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