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A Bali, ospiti dell’avveniristica Green School

Il cartellino che indica il mio stato di “ospite” mi penzola al collo mentre mi aggiro nell’ingresso  open-air della Green School aspettando che cominci il tour guidato. La fama della scuola eco-sostenibile per eccellenza richiama così tanti visitatori che è stato necessario pianificare le visite: un appuntamento bi-settimanale introduce  curiosi o interessati, aspiranti genitori di studenti e qualche turista alla scuola dove ogni classe ha il suo orto, nessun’aula ha le pareti e dove  non esistono spigoli. La struttura e le aule sono  interamente costruite in bamboo e materiali naturali e la scuola occupa ettari e ettari di terreno nella foresta tropicale all’interno di Bali.

Solo arrivare è stata un’avventura; abbandonata all’inizio di un sentierino tortuoso e fangoso, ho seguito a piedi indicazioni vaghe segnate su pali di bamboo, per poi scoprire un parcheggio proprio di fianco all’entrata, ma riservato a genitori e insegnanti.

Nell’attesa esploro il bagno, ecologico a due gabinetti, uno per i liquidi e uno per i solidi, e segatura ecologica al posto dello sciacquone. Mi guardo intorno. Sono le tre del pomeriggio, orario di uscita dei ragazzi, dai 3 ai 17 anni, che vedo sciamare tra il baretto biologico che serve solo alimenti naturali e a Km Zero e l’enorme campo da calcio di fianco alle gigantesche strutture di bamboo che formano la segreteria e la reception della scuola. Bambini dai lunghi e fluenti riccioli biondi corrono tra le braccia di genitori di mezza età dai capelli bianchi e la schiena dritta o scaricano la cartella alla governante di turno venuta a prenderli. Bellissime ragazzine campur (etnia mista) sghignazzano a lato del campo da basket, dove i ragazzi piu’ grandi infilano canestri dopo canestri nello spazio coperto dal tetto di bamboo e le pareti aperte.  Il vociare di ragazzi e genitori, comunque educatamente moderato, si mischia al rumore del fiume che scorre giusto sotto la scuola. L’aria è fresca; nonostante sia già stagione secca,  qui nella giungla appena sotto Ubud l’umidità tropicale è presente tutto l’anno e piove spesso.

Mentre ci avventuriamo verso le casette dal tetto di ylang-ylang che ospitano le classi, il valido e carismatico accompagnatore dall’inconfondibile accento americano ci informa che, per ovviare al caldo afoso e alle intemperie della stagione delle piogge, quando necessario un sistema di aria condizionata portatile inserito all’interno di una copertura di lattice removibile viene “zippato” con una cerniera lampo intorno alle aule, tutte rigorosamente open-air, cosí da permettere a studenti ed insegnanti di mantenere la concentrazione senza sprecare energia. Altrimenti, le varie strutture che compongono il complesso scolastico sono concepite in modo da sfruttare al massimo il passaggio di aria e di luce e non ci sono altri tipi di raffreddamento o riscaldamento artificiale. L’arredamento delle aule è in bamboo e legno riciclato e si è stati attenti ad evitare che ci fossero angoli o spigoli, mantenendo sempre forme dolci e arrotondate in ogni oggetto;  sedie, banchi e librerie comprese.  Le lavagne sono state ricavate da finestrini riciclati e l’aiuola di fronte ad ogni bungalow adibito ad aula rivela il pollice verde  della classe.

Le meraviglie sperimentali ed ecologiche continuano man mano che ci avventuriamo tra i sentieri fangosi alternati a ponticelli, scoprendo  giardini di fiori e piante tropicali, parchi giochi in bamboo e una sala computer immersa nella giungla (ovviamente c’è wireless dappertutto…) la cui struttura attira architetti e designer da tutto il mondo. Il tutto si sviluppa intorno a un punto centrale, dove prima dell’inizio dei lavori di costruzione un “guru” (che tra l’altro in indonesiano significa “insegnante”) ha individuato l’incrocio di linee e campi energetici. Qui è stato collocato un enorme cristallo proveniente dal Brasile, che sacralizza il luogo e lo ufficializza centro dell’ healing circle, dove  gli studenti si riuniscono per meditare, riflettere e discutere nel corso di alcune lezioni.

La Green School vuole rappresentare un modello di scuola innovativa; un prototipo da esportare, sviluppare e reinventare per contribuire alla formazione degli adulti di domani. Idealmente,  tramite il recupero del senso di connessione al mondo naturale sia dal punto fisico (gli spazi) e intellettuale (le materie di studio), le nuove  generazioni avrebbero gli strumenti per trovare una soluzione alla crisi ambientale mondiale. L’esposizione agli agenti naturali e l’interazione continua degli studenti con la natura circostante li rende infatti particolarmente sensibili alle tematiche ambientali, fungendo da anello di ri-connessione con la natura, ormai perso.

Il corso di studi segue il sistema anglosassone con influenze statunitensi e australiane, mentre il programma e le materie, tutte obbligatorie, cercano di coniugare nuovi concetti con antichi pilastri della conoscenza e attuali necessità di mercato. Molte attività outdoor e pratiche, un focus particolare sui Green Studies (scienze naturali e ambientali, ecologia, etc.),  ma anche matematica e inglese, economia, arte e educazione civica,  qui chiamata “consapevolezza globale”. Un mix difficile, che valuterà i risultati per la prima volta quest’anno, quando per la prima volta gli studenti uscenti dalla Green School si confronteranno con gli esami di ammissione alle università del mondo.

Il carattere  innovativo del corso di studi ha posto anche problemi nel reperire gli insegnanti. Una delle difficoltà è sicuramente l’adattamento di materie tradizionali all’approccio educativo della Green School, oltre che alla pianificazione di programmi scolastici totalmente nuovi. Tuttavia, vengo a sapere che, nonostante arrivino continuamente curriculum da tutto il mondo, molti neo-assunti si ritirano dopo pochi mesi perchè incapaci di adattarsi agli spazi  aperti, al coinvolgimento degli studenti nelle attività outdoor e all’uso massiccio  di metodi di insegnamento informali. Insegnare in un ambiente cosí alternativo dal punto di vista dell’approccio educativo e dello spazio fisico circostante non è facile, anche se stimolante e affascinante.

La scuola è aperta a tutti, ma i costi piuttosto proibitivi (circa 12,000 Us$ l’anno) la rendono una scuola elitaria anche all’interno della comunità di espatriati che risiedono a Bali. Borse di studio permettono a studenti locali di accedere al corso di studi ma la percentuale di studenti indonesiani rimane limitata rispetto alle nazionalità (oltre 40 da 5 continenti) che rispecchiano il carattere cosmopolita della scuola.

Il tour si conclude dopo circa un’ora e mezza nella gigantesca struttura di bamboo a piú piani che ospita la reception e l’aula studio della scuola. Tetti altissimi, scale che si intrecciano e livelli  sovrapposti , il tutto sorretto da enormi pali di bamboo che recano incisi i nomi dei benefattori che hanno contribuito e contribuiscono al finanziamento della scuola. I livelli superiori hanno una vista a 360 gradi sulla giungla circostante, dando un effetto tangibile e una funzione pratica all’architettura ecologica e sostenibile.

Bocca secca, in silenzio torno verso il parcheggio dall’altra parte del terreno, mentre la pioggia comincia a battere incessantemente e a farsi sempre piu’ violenta come nei piu’ tipici acquazzoni  tropicali. Giro l’angolo e la scuola scompare dalla vista, cosi che mi sembra quasi di essermela sognata. Edifici dal design architettonico visionario e il carattere estremamente elitario del progetto mi fanno apparire questa realtà nient’altro che un’utopia o comunque una possibilità concessa a troppo pochi di approcciare il mondo nel rispetto della natura. Ma poi, mi dico, da qualche parte bisognerà pur cominciare…

Marcella Segre

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