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Perchè ci si ricorda dei fiumi solo quando esondano?

novembre 7, 2011 Idee
C’è forse un’analogia, tutta italiana, tra coloro che vengono ascoltati solo quando urlano e i fiumi, che destano un sensazionale interesse solo quando inquietano con le loro piene? Mi pongo questa domanda non come direttore di Greenews.info, ma nei panni di presidente di un circolo di canottaggio, che del Po porta l’antico nome latino di Padus e che, da 82 anni, ne condivide le piene, le secche e i mutamenti dell’alveo.
Nel 2009, per gli ottant’anni del circolo, ho voluto raccogliere, in un video, le testimonianze dei soci più anziani che, significativamente, ruotano tutte intorno al fiume come filo conduttore dei ricordi: la storica piena del 1949 e il nuovo corso preso dal Po nei pressi di Carignano, le esondazioni dalle quali i soci dovevano difendere le barche accorrendo – qualche volta in piena notte – per trarle in salvo, le “vacanze” estive in riva al Po (al posto delle mete esotiche), quando l’Italia era ancora un paese di gente umile (chissà che non si ritorni ad esserlo…).
Insieme ai soci anziani ho voluto però intervistare anche quelli più giovani, fino ai ventenni che, più delle parole, hanno preferito lasciare una testimonianza per immagini e suoni. Nel microcosmo del circolo sono attualmente presenti almeno tre generazioni, che rappresentano, in tutto e per tutto – per età, professione e condizione economica – uno spaccato della composizione sociale, dei vizi e delle virtù del Paese. Queste persone convivono (non sempre pacificamente) grazie a una buona disponibilità di spazi dedicati a ciascuno, ma soprattutto grazie alla varietà delle attività che si possono svolgere in un circolo di poco meno di due ettari lungo il fiume: andare in barca o in kayak, giocare a tennis o beach volley, nuotare in piscina, leggere il giornale sotto un albero, correre o fare esercizi a corpo libero – in un ambiente salubre, immerso nella campagna che circonda il Po.

Non è banale avere a portata di mano questa fortuna, che il nostro circolo condivide con migliaia di alti simili lungo le rive dei principali fiumi italiani e dei loro affluenti. Eppure la sensazione è che oggi, la maggior parte dei cittadini, ignori i fiumi, non li conosca, sia diffidente nei loro confronti e li scopra solo in occasione di piene ed esondazioni spettacolari (spettacolarizzate dai media). Il fascino di essere “spettatori di un naufragio” è innegabile, ma bisognerebbe anche ricordare – come ha fatto Mario Tozzi su La Stampa di sabato –  che la natura, in sè, non è né buona né cattiva, ma fa il suo corso – come i fiumi. Ad essere “killer” e “assassini” non sono dunque i corsi d’acqua (come molti giornali hanno titolato in questi giorni), ma l’uso distorto e criminale che facciamo noi del suolo, del cemento e delle canalizzazioni.

Ieri il Po ha invaso (con qualche inevitabile danno economico) i nostri campi da beach volley e da calcetto, ma non per questo ho intenzione di dargli del “ladro”. Siamo noi che li abbiamo realizzati lungo le sue sponde, consapevoli che “può succedere” e che, in questo caso (non essendo aree abitate), non è comunque una tragedia – come purtroppo è invece accaduto a Genova e a Napoli per l’incapacità di alcuni amministratori di “ascoltare” il territorio (e la voce dei suoi cittadini più attenti alle trasformazioni).
Se riacquistassimo la capacità di vivere il fiume e i suoi affluenti con rispetto, ma anche con spirito di positiva convivenza e fruizione, penso che si vedrebbe più gente lungo le sponde tutti i giorni e non solo in occasione delle piene (proprio quando, invece, bisgonerebbe starsene alla larga). E più gente che monitora, che si prende cura, che conosce il fiume è una garanzia di maggiore sicurezza per tutti.
Da troppi anni, ormai, le madri hanno esageratamente paura quando i figli si avvicinano al Po, quasi fosse un “mostro” vorace, i ragazzi più giovani lo schifano, come fosse una discarica a cielo aperto e chi non l’ha mai frequentato semplicemente lo ignora, se non quando gli viene presentato nella sua veste peggiore, nei giorni di piena. Il nostro motto sociale (lo dico con un pizzico di orgoglio) è Nauta in flumine et in adversitatibus (“Navigatore sul fiume e nelle avversità”). Lungi dall’abbattermi, mi auguro dunque – e farò il possibile perché - un giorno il Po diventi di nuovo una risorsa e non un nemico e ci aiuti - insieme a un nuovo modo di vedere la natura, il turismo e lo sport - a uscire da questa crisi, che non è solo economica, ma anche (e soprattutto) ambientale e culturale.

Andrea Gandiglio*
*Presidente Associazione Canottieri Padus
 

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