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Green Public Procurement: a che punto siamo?

Green public procurement, Courtesy of dottorini.com, Flickr.comSviluppo e sostenibilità: nella corsa per la difesa del Pianeta anche le amministrazioni pubbliche devono fare la loro parte. A cominciare dal controllo delle emissioni climalteranti.

Ad esempio, quanta Co2 si può risparmiare riconvertendo gli uffici pubblici di una provincia italiana con tecnologia a basso impatto ambientale? Il calcolo è stato fatto: 47.000 tonnellate, con soli interventi energetici, sugli autoveicoli e sulle attrezzature informatiche. Promuovere, anche per i Comuni, acquisti e investimenti sempre più “verdi” si può. Ma Come? Comprando meglio e secondo criteri di razionalizzazione dei consumi. Obiettivo: trasformare i bilanci del settore ineco-bilanci”.

Senza più scuse, anche l’Unione Europea invita a farlo: attraverso un Programma di Azione Ambientale (siglato nel 2002), la Commissione ha tracciato le linee guida: i comuni devono rivolgersi verso politiche più eco-friendly. Il protocollo si chiama Green Public Procurement, cioè gestione ecologica degli acquisti pubblici. E consiste nella possibilità di inserire criteri di qualificazione ambientale nelle ordinarie procedure di acquisto di beni e servizi delle pubbliche amministrazioni.

In Italia, la sottoscrizione definitiva risale al 2008. Già dal 2003 però, in attesa di precise indicazioni normative, il Piemonte si è aggiudicato il titolo di regione più “verde”. In collaborazione con l’Arpa, la Provincia di Torino si è infatti impegnata in un piano strategico per la sostenibilità, nel contesto della “Agenda 21. Un protocollo d’Intesa, che già conta 40 amministrazioni locali (ed è sempre aperto a nuove adesioni), attraverso il quale gli aderenti decidono le regole pubbliche di gestione per minimizzare gli impatti ambientali: riduzione dell’uso delle risorse naturali (adesempio risparmio dell’acqua), sostituzione delle fonti energetiche non rinnovabili con fonti rinnovabili, riduzione della produzione di rifiuti e delle emissioni inquinanti, riduzione dei rischi ambientali nell’uso di materiali impattanti.

Cosa significa più in concreto? La scelta, ad esempio, di usare in ufficio carta riciclata, mobili fabbricati con truciolati e senza solventi dannosi da smaltire o da respirare, apparecchiature elettriche ed elettroniche a consumi ridotti, non lasciare i pc accesi in ufficio, una volta terminato l’orario di lavoro, servizi di pulizia che limitano il consumo di sostanze chimiche e nocive, flotte di autoveicoli con carburanti alternativi (anche se qui, a differenza che in Germania e nel Nord Europa, dove le certificazioni già esistono, la strada è ancora lunga e i costi di sostituzione, anche parziale, del parco macchine sono per ora difficilmente sostenibili). E poi ancora, marchi e pratiche ecologiche nella progettazione, ristrutturazione e costruzione di edifici (isolamento termico, caldaie con sistemi di termo regolarizzazione, bioedilizia), nella scelta degli alimenti nei servizi di ristorazione, nella fornitura di energia elettrica. Un ente pubblico, insomma, a prova di “bio-tagliando”. Il passo non è immediato, ma è l’imperativo morale minimo per una pubblica amministrazione che voglia dare il buon esempio.

Prima di tutto, insegna il Protocollo, occorre programmare a lunga distanza, gare d’appalto che valorizzino le capacità e le competenze tecniche in materia di prevenzione della produzione di rifiuti. In secondo luogo, monitorare di anno in anno i risultati, nell’ottica di migliorare le soglie di risparmio.

In questo modo, una parte sempre più corposa del bilancio verrà investita in acquisti “verdi”. Come impone la UE: entro la fine del 2010 dovrà essere destinato il 50% di tutte le proprie gare di appalto a soggetti in grado di soddisfare dei precisi criteri ecologici.

Guardiamo intanto, a titolo di esempio virtuoso, i risultati piemontesi: nel 2009 è quadruplicata la spesa dalla rete APE (Acquisti Pubblici Ecologici) della Provincia di Torino, che ammonta a 65 milioni di euro, con un incremento di quasi il 400% rispetto all’anno precedente (48 milioni di euro in più). La rete dei soggetti che aderiscono al progetto conta oggi 37 tra comuni e comunità montane, l’Università di Torino, enti parco, consorzi di servizi pubblici, agenzie per lo sviluppo del territorio, associazioni culturali, una Camera di Commercio, una scuola e un presidio sanitario (anche se il 95% di questa spesa si concentra su 11 enti aderenti al protocollo). Tutti s’impegnano a utilizzare criteri ecocompatibili nell’acquisto di diversi beni e servizi per i propri uffici. Hanno “comprato ecologico” per il 55% dei beni e servizi citati sopra: un risultato che va oltre a quanto richiesto dalla Commissione Europea. Con un lodevole impegno per quanto riguarda i servizi di fornitura di energia elettrica, prodotti con fonte rinnovabile per il 49,87% (oltre 40 milioni di euro di spesa complessiva) e la ristorazione, gestita con prodotti biologici e stagionali, stoviglie riutilizzabili e acqua da rubinetto per il 29,14%.

Il Protocollo APE della Provincia di Torino è l’unico progetto in Italia ad aver attivato un sistema di monitoraggio che consente di verificare le reali ricadute ambientali ed economiche degli acquisti verdi effettuati. Soltanto per le categorie energia elettrica, autoveicoli e attrezzature informatiche è stato però possibile quantificare i benefici ambientali, calcolando la riduzione di emissioni di gas climalteranti per oltre 47.000 tonnellate di CO2. “Queste regole autoimposte”, ci spiega l’Assessore all’Ambiente della provincia di Torino Roberto Ronco, “contribuiscono non solo al risparmio, servono anche ad orientare il mercato verso la produzione di beni a basso impatto ambientale”.

Giorgio Gollo, dirigente del servizio con Valeria Veglia, conferma: “Siamo stati i precursori della normativa nazionale. Incorporare rigidi criteri di selezione degli appalti pubblici e di acquisto dei prodotti nella macchina burocratica del pubblico non è certo cosa facile, ma con il monitoraggio stiamo rilevando come, di anno in anno, la spesa si stia ritoccando sempre di più verso la sostenibilità ambientale, con una sempre crescente responsabilizzazione dei Comuni”. Come i privati sono stati invitati a fare già da anni, è giusto che anche le amministrazioni pubbliche vadano a lezione di ecologia domestica dai più virtuosi.

Letizia Tortello

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