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Vedogreen e Green Globe Banking: banca e finanza iniziano a vedere verde?

giugno 19, 2012 Eventi, Prodotti, Servizi

Pochi sorrisi ai vertici internazionali e listini che vanno su e giù. Mentre le Borse ballano la finanza e le banche iniziano a vedere nel “verde” l’uscita dalla crisi. Così a Piazza Affari un gruppo di società attive nelle energie rinnovabili ha deciso di aderire al progetto Vedogreen.it, un portale, ma anche un luogo di scambio per gli investitori, pensato e realizzato da Ir Top, società italiana specializzata nella consulenza in investor relations e comunicazione finanziaria, che ha presentato ieri a Milano, a Palazzo Mezzanotte, i principali risultati dell’osservatorio “Green Economy on capital markets – 2012”, realizzato su un campione di 114 aziende italiane ed europee operanti nel settore green economy.

Lo studio è stato illustrato agli operatori del settore, Family Office, Fondi di Investimento e Private Banker, che hanno seguito con un certo interesse il confronto tra società quotate “green” e professionisti della comunicazione. “La green economy europea – afferma Anna Lambiase, Amministratore Delegato di IR Top – ha proseguito la crescita anche nel 2011 sia a livello dimensionale (+23%) che di marginalità (+9%); l’Italia si è confermata come Paese in testa alla classifica europea per crescita della marginalità nel campione di aziende quotate green (+18%) generando un livello di occupazione che segna una crescita del 3% rispetto al 2010, con circa 7.000 dipendenti. L’identikit dell’azienda italiana green quotata è molto più solida e redditizia rispetto al 2010, con un fatturato medio di 112 Euro milioni e un EBITDA Margin medio del 20%. Le evidenze empiriche mostrano dunque elevate prospettive di sviluppo e internazionalizzazione, una significativa componente internazionale di investitori nel capitale, un aumento del tasso tecnologico di innovazione green in numerosi settori merceologici nonché la positiva percezione da parte degli investitori istituzionali sulle potenzialità di crescita del settore”.  ”In questo contesto – continua Lambiase – la nostra iniziativa VedoGreen risponde al forte interesse del mondo finanziario verso l’industria verde, con l’obiettivo di favorire l’incontro tra aziende quotate e investitori, nonché facilitare l’accesso a nuove fonti di capitale per le aziende non quotate”.

“Auspichiamo fortemente – ha commentato Pier Paolo Pizzimbone, Vice Presidente di Biancamanola nascita di un indice green, in quanto ciò aprirebbe le porte alla possibilità di attrarre fondi specializzati per il settore e, inoltre, incentiverebbe un forte gioco di squadra tra le aziende coinvolte che potrebbero pensare anche all’organizzazione congiunta, sotto il controllo di Borsa Italiana, di road show dedicati”. Secondo Pizzimbone si potrebbe dunque pensare a linee comuni di intervento in materia di etica, controllo di emissioni e risparmio energetico, che otterrebbero, dall’unione delle forze, più efficacia e visibilità. Contemporaneamente l’indice green potrà assumere un ruolo guida nel benchmarking delle aziende e dei settori che sono più impegnati nel migliorare servizi, prodotti e tecnologie a basso impatto ambientale, “vanificando i tentativi sempre più frequenti di greenwashing”.

“La nascita di un Green Index – ha aggiunto Stefano Neri, Presidente e Amministratore Delegato di TerniEnergia e TerniGreen - non potrà che aumentare la visibilità delle società a più alto contenuto di sostenibilità ambientale presso gli investitori. Attraverso uno strumento come quello dell’indice borsistico, già attivo in Cina e U.S.A. e in linea con la crescita prorompente della low carbon economy, sarà sempre più evidente come le attività industriali ambientali siano passate dall’essere considerate un vincolo oneroso al processo produttivo, all’essere percepite come uno stimolo per l’innovazione e l’aumento della competitività”. Il valore ambientale, ovvero, genera valore economico e i più lungimiranti nel mondo finanziario iniziano a vedere le due facce come parte della stessa medaglia.

Sotto questo stesso assunto, infatti, si è aperta, la settimana scorsa a Palazzo Corio Casati di Milano, anche la sesta edizione del Green Globe Banking. Nella Sala delle Colonne della sede storica di Banca Popolare di Milano i protagonisti della finanza green hanno parlato non solo di responsabilità sociale d’impresa, ma anche della trasformazione che la cultura di impresa dovrebbe compiere per stare al passo con i tempi. Certo, sempre di business si tratta, ma di business “virtuoso”, come alcuni lo definiscono. Una Conference, un Award,  un Premio Ad Honorem, un Sito web come riferimento per la community degli operatori bancari), una Executive School (la prima specializzata in Green Business), sono gli elementi che gli organizzatori hanno ideato per arricchire un esperimento indubbiamente ambizioso, in un settore poco malleabile e non sempre innovativo come quello bancario.

L’attenzione all’ambiente del sistema bancario è un impegno molto giovane, ma in veloce crescita”, racconta il fondatore di Green Globe Banking,  Marco Fedeli. “Siamo qui per capire cosa dobbiamo intendere per responsabilità sociale d’impresa, quanto il Green Banking entri in questa responsabilità e soprattutto chiarire come non sia una moda”, conclude Fedeli. “Sono felice dell’anima verde assunta dalla nostra banca”, testimonia Iacopo De Francisco, direttore mercato di Banca Popolare di Milano. “Dalle fonti rinnovabili ai bicchierini di carta, dalla riduzione della carta fino al rinnovo del parco macchine è evidente il nostro impegno quotidiano”. Ma come si percepisce l’impulso alla responsabilità sociale? “Nasce dall’esigenza di primari desideri: respirare aria pulita, mantenere atteggiamenti trasparenti e rapporti di lavoro sostenibili” aggiunge Gianluca Manca, in rappresentanza delle Nazioni Unite (Unep-FI) e manager del gruppo Intesa Sanpaolo. “Il Pil misura tutto tranne quello per il quale vale la pena vivere”, ironizza Manca. “E l’economia deve trovare un giusto ponte tra i calcoli e l’umano”. E per chi vuole mettere al posto giusto i propri soldi, quali sono i consigli per interpretare correttamente le informazioni, talvolta troppo complesse delle banche? “La trasparenza – continua Manca – è fondamentale, chi investe ha bisogno di informazioni chiare. E’ un valore che agevola il business. Per questo è fondamentale il processo di analisi sugli  investimenti per predire più accuratamente il rendimento finanziario, necessario per tutelare gli azionisti”, conclude il manager. Ma allora, lo incalziamo, perché molte imprese riducono in questo periodo di crisi la responsabilità sociale? “Io penso – aggiunge, un po’ sibillino, Manca – che ci sia un problema di comunicazione”.

Per Andrea Brumgnach, membro del consiglio direttivo di Gifi - il Gruppo delle Imprese Fotovoltaiche Italiane aderente a ANIE Confindustria – la questione è più concreta e banale: “mancano le competenze, per questo non tutti si impegnano nella responsabilità sociale”. “Noi oggi ci troviamo davanti a una grandissima possibilità. Oggi il nostro sistema economico è in crisi e abbiamo la possibilità di ripensarlo, visto che fa acqua da tutte le parti”, dice Valter Serrentino, responsabile unità CSR – di Banca Intesa Sanpaolo. “Lo fa anche la Cina. Noi occidentali stiamo rischiando di rimanere indietro, siamo noi i timidi sperimentatori che rimarranno fuori dallo sviluppo e sempre più in balia dei rischi finanziari”.

Crisi, appunto. Il mondo delle banche è causa, per molti, del dissesto del sostrato economico delle piccole e medie imprese italiane. Ma allora come si può conciliare la responsabilità sociale con l’operatività della banca? “Siamo sicuri che le banche siano la causa del disastro sociale ed economico? Siamo sicuri che non diano i soldi alla piccola e media impresa e che preferiscano investire in fondi?” domanda provocatoriamente Serrentino. “In questo momento la cultura governativa dominante è quella che stabilisce che bisogna mettere le banche al primo posto, ma non sono le banche che lo chiedono. Io sono convinto che all’interno delle banche ci sia molta più concretezza di quanto appare. Siamo sicuri che la stessa coscienza appartenga anche ai governi? Oggi c’è un’insufficienza culturale e politica”, semmai.

A difendere, con orgoglio, il ruolo degli istituti di credito si schiera anche Romano Stasi, managing director di ABI Lab: “Le banche hanno una seria politica di responsabilità sociale e ormai esistono anche delle competenze specifiche”. Eppure non sembra che i top managers siano sempre così green oriented… “Ancora no – ammette Andrea Nacci, tutor della Green Business Executive School – è una questione di cultura e di competenze. Il Green Banking è una struttura complessa, che pervade l’intera società, non può essere vista come un travestimento verde, con bilanci sociali che non vede nessuno e piani industriali dove non si accenna neppure alla parola green. In questo Paese non abbiamo capito che il green è un investimento”. “Non lo vediamo come un investimento – prosegue Nacci – perché ha un costo subito e un guadagno non immediato. Questo crea non pochi problemi ai direttori di banca, soprattutto quelle piccole, che devono presentare un bilancio a fine anno – non fra quattro anni – e se non si ottengono i risultati, finiscono la carriera all’interno di quella banca…”. Onore alla sincerità. Non fare un feticcio del Pil sarebbe però già un grande passo avanti.

Francesca Fradelloni

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