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Sei Equo o sei Bio? Differenze, scandali e certificazioni di due visioni del mondo

febbraio 6, 2012 Prodotti, Prodotti

In base alle rilevazioni dell’Ismea, nel primo quadrimestre del 2011, nonostante la crisi, i consumi di prodotti biologici sono cresciuti dell’11,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando la spesa media per il biologico in Italia ha superato i 3 miliardi di euro. Ma anche il mercato dell’equo e solidale fa registare buoni profitti. Nel 2010, i prodotti a marchio Fairtrade, una delle più importanti certificazioni a livello mondiale, hanno realizzato 49,5 milioni di fatturato. Il 2010 si è chiuso con il segno più anche per Altromercato, consorzio di botteghe eque e solidali che, a differenza di Fairtrade, fa parte dell’Associazione Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale (Agices) e commercializa anche abbigliamento, oggettistica, cartoleria, linee cosmetiche e detersivi. Contrariamente a quel che comunemente si tende a pensare, equo e bio non sono però sinonimi: cambiano gli obiettivi, la certificazione e la filosofia che ispira i due tipi di commercio, anche se possono esserci aspetti convergenti. Vediamo di fare chiarezza.

IL BIOLOGICO. L’agricoltura biologica è un metodo di coltivazione e di allevamento che ammette solo l’impiego di sostanze naturali, quelle cioè presenti in natura, escludendo quindi l’utilizzo di sostanze chimiche di sintesi (concimi, diserbanti, insetticidi). Il metodo biologico è regolamentato da vent’anni a livello europeo. Chi pratica l’agricoltura biologica vuole evitare lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, in particolare del suolo, dell’acqua e dell’aria. Per salvaguardare la fertilità naturale di un terreno, gli agricoltori biologici utilizzano materiale organico e, ricorrono ad appropriate tecniche agrarie, per evitare lo sfruttamento intensivo. Per quanto riguarda invece l’allevamento, gli animali vengono nutriti con erba e foraggi biologici; non assumono antibiotici, ormoni o altre sostanze che stimolino artificialmente la crescita e la produzione di latte; in azienda devono esserci ampi spazi perché gli animali possano muoversi e pascolare liberamente.

Mangiare bio piace agli italiani e ciò spiega perché il nostro paese sia primo in Europa per superficie e numero di produttori. Sulla base dei dati del Sinab (il Sistema d’informazione nazionale del settore), i terreni lavorati con agricoltura biologica sono aumentati, nel 2010, a 1.113.742 ettari, a fronte di 1.106.684 ettari nel 2009. Si coltivano soprattutto cereali, come grano, mais e riso, prati foraggeri, pascoli e oliveti. Anche le produzioni animali registrano un aumento generalizzato per tutti gli allevamenti, dai bovini, ai suini, a quelli avicoli e ovi-caprini. Nel 2000, l’agricoltura biologica rappresentava il 7,9% della superficie agricola utilizzabile in Italia; nel 2010 è arrivata a rappresentare l’8,6 per cento. Le aziende agricole sono passate dal 2,1 al 2,6 per cento, mentre il mercato è cresciuto dell’11,5%. “L’Italia esporta molto bio – spiega Alessandro Triantafyllidis, presidente Aiab (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) – ma ultimamente sta crescendo anche il consumo interno; lo dimostra il fatto che questo tipo di consumo è sempre più diffuso nelle mense scolastiche. Si è compreso che mangiare bio è un valore, e oltretutto è a costo zero per la società e senza impatto sui beni pubblici”. Con una metafora molto efficace, Triantafyllidis spiega: “Un coltivatore tradizionale coltiva la pianta; un coltvatore biologico coltiva il suolo”.

A livello teorico, non è detto però che l’agricoltura biologica, molto focalizzata sugli aspetti ambientali, sia necessariamente sostenibile anche dal punto di vista sociale, (per quanto, di fatto, le due cose si accompagnino quasi sempre entro una visione comune). Un’agricoltore biologico potrebbe infatti utilizzare della manodopera in nero o sottopagata, per massimizzare il proprio guadagno.  

L’EQUO E SOLIDALE. Il concetto di commercio equo e solidale nasce alla fine degli anni ’50 in una piccola città olandese, Kerkrade, grazie alla fondazione di Sos Warelhandel, di ispirazione cattolica, la cui prima iniziativa era quella di lanciare una campagna per la raccolta di latte in polvere a favore delle popolazioni povere della Sicilia (curioso). In seguito, questa organizzazione informale si consolidò e sempre in Olanda, nel 1969, nacque la prima Bottega del Mondo, con prodotti alimentari e di artigianato. Nel 1994 nasce invece Fairtrade, marchio internazionale con base in Germania e di cui Fairtrade Italia è l’espressione locale (ne fanno parte anche organismi del Terzo settore come Arci, Acli, Legambiente, Banca Etica, e Ong come Focsiv, Oxfam Italia). Ben 30mila sono i produttori Fairtrade nel mondo, più di 600 solo in Italia, per un fatturato mondiale pari a 4miliardi di euro.

Ma Fairtrade è solo la più nota delle associazioni (e dei marchi) dell’equo e solidale. Dall’altra parte, come dicevamo, ci sono le grandi Centrali di importazione come Ctm Altromercato, Liberomondo, Altra Qualità, Equo Mercato e Ram, riunite appunto nell’Agices: 92 soci, 269 punti vendita in 16 regioni italiane. Tutte queste organizzazioni si occupano del “fair trade”, cioè del commercio fair, giusto (dal punto di vista etico e sociale, prima che ambientale), solidale con i lavoratori. Hanno diverse filosofie ma tutte riconoscono che i prodotti devono essere valutati soprattutto dal punto di vista etico. Insomma, dalla sfera della qualità, dell’ambiente e della sicurezza a quella, considerata primaria, dell’etica tra uomini.

Il commercio equo e solidale si pone come obiettivo quello di evitare lo sfruttamento dei lavoratori, soprattutto nel Sud del mondo (e nelle ex colonie) con modalità diverse: pagare un prezzo equo ai produttori locali; attribuire un premio, cioè un sovrappezzo, che i produttori devono utilizzare in progetti di sviluppo sociale; fornire ai produttori più svantaggiati un prefinanziamento; creare una collaborazione durevole tra importatori e produttori; contrastare il lavoro minorile. “Il prezzo giusto che Fairtrade paga ai produttori – spiega Andrea Nicolello-Rossi – non è quello deciso dalla finanza, ma quello che la nostra organizzazione stabilisce, privilegiando contratti duraturi e continuativi”.

In realtà, grande attenzione viene posta anche all’ambiente: “Molti agricoltori – continua Nicolello-Rossi – utilizzano il premio per convertire la propria azienda in biologica. Bio ed equo non sono sinonimi, ma è un fatto che il 58% dei nostri prodotti equo e solidali sono anche biologici”.

LE CERTIFICAZIONI BIO – La grande differenza tra i prodotti biologici e quelli equo e solidali risiede nel metodo di certificazione. “Il marchio biologico – spiega Paolo Carnemolla, presidente di Federbio (la federazione che riunisce 34 organizzazioni di tutta la filiera) – nasce da una normativa pubblica, che in Europa esiste da vent’anni ma che si trova anche in altri paesi del mondo, seppur con alcune differenze. Al contrario, la certificazione dell’equo e solidale è un sistema privato, cioè è la singola associazione che garantisce il marchio che vende; sicuramente, si tratta di un sistema più elastico rispetto a quello del biologico, ma rischia anche di mostrarsi meno strutturato e trasparente”.

Per entrare nel settore biologico e commercializzare i prodotti con il marchio biologico UE (una foglia verde formata da dodici stelle tra cui una cometa, che richiamano la bandiera europea), le aziende agricole, agro-zootecniche e di trasformazione devono rispettare le norme contenute nel Regolamento Comunitario REG. CEE 2092/91 e sottoporsi, in Italia, al controllo di un ente autorizzato dal Ministero delle Politiche Agricole Forestali. “Esistono in Italia 18 enti certificatori – spiega Triantafyllidis – che possono rilasciare il logo europeo a nome del Ministero”. E Carnemolla rivela: “Da qualche anno, si sta pensando di integrare il marchio bio e quello equo e solidale, che però è diviso in molti disciplinari, ragion per cui per ora l’idea è stata accantonata”.

LE CERTIFICAZIONI EQUO E SOLIDALI – E’ obiettivamente più complessa la certificazione dei prodotti equo e solidali: sono tante le sigle che garantiscono che i prodotti commercializzati siano rispettosi delle persone che li producono. “In talia – spiega Elisa Dolci, di Altromercato – ci sono due importanti certificazioni, e quindi due loghi, per l’equo e solidale. La prima certificazione è basata sul sistema Flo (Fairtrade Labelling Organisation International), organizzazione mondiale da cui deriva Fairtrade. Poi c’è la certificazione a cui noi aderiamo e che si basa sui protocolli della World Fair Trade Organization (Wfto, la principale associazione mondiale di rappresentanza delle organizzazioni fair trade). Flo certifica i prodotti e le materia prime; Wfto le organizzazioni”. Sembra una differenza di poca importanza ma non è così. “Tutti i podotti di artigianato – rimarca Elisa Dolci – non possono essere certificati secondo lo standard Flo, perché oltre alla materia prima intervengono anche altri fattori”. Il marchio Fairtrade, infatti, si trova solo per sulle confezioni dell’alimentare. “Inoltre – aggiunge – certificando solo il prodotto e non l’organizzazione si corre il rischio che anche le multinazionali possano ottenere il marchio, anche se solo per un piccolo volume di produzione”. È il caso della Nestlè, che ha fatto molto discutere in Inghilterra, dove Fairtrade ha certificato il Kitekat, il celebre snack al cioccolato.

“Nelle Botteghe del Mondo – puntualizza Altromercato – la grande differenza la fanno gli importatori, che devono essere certificati; in Fairtrade, invece, la licenza può essere acquistata”. Punture di spillo, tra organizzazioni concorrenti. Fairtrade, dal canto suo, rimarca che laddove ci siano trasformatori nei paesi del Nord del mondo (come per il caffè, che viene lavorato nei paesi di vendita), questi vengono controllati e garantiti e che gli unici prodotti veramente certificabili, sottolinea Nicolello-Rossi “sono soltanto quelli alimentari. Ctm Altromercato non aderisce allo standard internazionale, per cui i suoi prodotti sono autocertificati”. Contrapposizioni che si riflettono anche nel mondo della Gdo italiana, dove sempre più frequentemente è possibile trovare i prodotti equo e solidali. Tuttavia, le catene di supermercati che vendono i prodotti Agices non comercializzano quelli a marchio Fairtrade, e viceversa. Ma, precisa Nicolello-Rossi, “i prodotti Fairtrade sono gli unici ad avere anche la certificazione di un ente terzo”. Altra puntura di spillo.

Intanto, nell’ultimo periodo il successo dei prodotti del commercio equo ha portato alla nascita di un fiorente mercato delle certificazioni, più competitivo di prima. Una delle prime proposte alternative è stata quella di IMQ, che nel 2006 ha introdotto la certificazione “Fair for Life“. Questa certificazione riguarda anche prodotti non alimentari. Avverte però Elisa Dolci: “Ultimamente sono nati anche altri marchi per l’equo e solidale, come Rainforest: il fenomeno va attentamente monitorato”.

UNA GRANDE TRUFFA “BIO”. La più grande truffa sul biologico degli ultimi tempi è quella avvenuta all’inizio dello scorso mese di dicembre. Una “banda” tutta italiana ha spacciato per biologiche 700.000 tonnellate di prodotti alimentari. Farina, soia e frutta secca per un valore di 220 milioni di euro sono state esportate in numerosi paesi d’Europa, tra cui anche la Germania. Esponenti del mondo biologico hanno tenuto a precisare che questa truffa è solo un episodio, dichiarando che il marchio bio è il più sicuro di tutti. Tuttavia il sistema, in particolare all’estero, non è perfetto. Nella truffa, ad esempio, ispettori corrotti hanno concesso il marchio bio senza che fossero rispettate le condizioni necessarie. Secondo i detrattori del biologico, questa è la prova che occorre prestare maggior attenzione al comportamento degli enti di certificazione.

STRANA EQUITA’. Ma il 2 Gennaio 2012 è il quotidiano Repubblica a far scoppiare lo ‘scandalo’ anche nel campo dei prodotti solidali. Riporta a titoli cubitali una notizia – nell’articolo Equo Solidale o multinazionale?”, di Angelo Aquaro - relativa alla nuova strategia dell’ente di certificazione di Fairtrade Usa, e al conseguente divorzio da Fairtrade International (l’associazione mondiale che sovrintende alla certificazione Fair Trade). Secondo Aquaro, l’equo e solidale deve scegliere se “aprire al mercato scendendo a compromessi col capitale, o rimanere puro ma di nicchia”. “Si tratta – spiegano dal direttivo di Agices – di una chiave di lettura sicuramente accattivante, ma vecchia tanto quanto il commercio equo. Certamente la scelta di Fairtrade Usa è una novità di rilievo, e segnala un punto di rottura interno al movimento. Ma quanto rappresenta la tendenza generale del settore e quanto inciderà sul suo futuro? Noi crediamo molto poco”.

La bagarre nasce da un’intervista rilasciata al New York Times da Paul Rice, amministratore delegato di Fairtrade Usa, che aveva denunciato come l’equo e solidale nel mondo fosse dominato da “duri e puri”. “Strano modo – commentano ad Agices – di rapportarsi ad un’attività da oltre 6 miliardi di dollari, che nei peggiori anni della crisi economica occidentale ha visto i suoi fatturati crescere del 27% all’anno, e ha continuato ad espandersi in tutto il mondo, dalla Nuova Zelanda alla Mongolia”. Tutavia, la dichiarazione di Rice nasceva da una precisa motivazione: modificare unilateralmente (abbassandoli visibilmente) i criteri fair trade, al fine di coinvolgere le grandi imprese mondiali, le transnazionali, i proprietari di piantagioni… “Noi crediamo – specificano ancora i dirigenti Agices – che se da un lato la scelta fatta da Fairtrade Usa rende evidente il rischio di una deriva puramente mercantilistica del fair trade, dall’altro lato è isolata e non rappresenta affatto la stragrande maggioranza mondiale. La scelta americana è il risultato di un commercio equo che dimentica i suoi obiettivi di riforma delle regole del mercato e del consumo, della sua azione educativa e di lobby verso cittadini e istituzioni, una scelta che abdica al coniugare parte economica e parte sociale”. Come che sia, Fairtrade Usa ha deciso di modificare i criteri e di creare un proprio marchio autonomo. Una scelta che rappresenta certamente un problema che potrà indurre confusione e dubbi ma, assicura Agices, “non è rappresentativa della realtà attuale del fair trade e non produrrà alcun cambiamento nel contenuto etico e valoriale dei prodotti e delle organizzazioni riconosciuti in Italia ed Europa come giustamente e pienamente equi e solidali”.

Ecco, a grandi linee, lo stato dell’arte e le differenze tra Bio ed Equo, senza celebrare uno e demonizzare l’altro, ma perchè il conusmatore possa esercitare, sempre, una scelta consapevole e informata.

Agnese Pellegrini

E’notizia di oggi che Federbio, la Federazione Italiana Agricoltura Biologica e Biodinamica, per tutelare gli interessi del comparto, si è costituita parte civile nel procedimento relativo alla frode penale e fiscale emersa dall’Operazione “Gatto con gli Stivali“.

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