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Avvicinare il campo al laboratorio. All’agricoltura sostenibile serve più ricerca

Per un’agricoltura più sostenibile, investire in ricerca e innovazione è fondamentale. Legambiente, Firab e Flc Cgil sono d’accordo su questo punto: a norme che riconoscano il valore delle aziende impegnate per rendere più green la loro agricoltura, la PAC, la Politica Agricola Comunitaria dell’UE in corso di riforma, dovrà affiancare una maggiore attenzione alla ricerca. «Dobbiamo avvicinare il campo all’innovazione, rendere questi due mondi più vicini», dicono agricoltori, studiosi e ambientalisti.

«Nella definizione della PAC post 2013 – spiega Vincenzo Vizioli, presidente di Firab (Fondazione Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica e Biodinamica) – non solo bisogna promuovere, in modo deciso, i modelli agricoli sostenibili e virtuosi, come il biologico, ma bisogna rinnovare profondamente il sistema di produzione di conoscenze e innovazione, dedicandovi risorse adeguate. Di più. La PAC del futuro deve investire in reti di conoscenze capaci di premiare la partecipazione dei produttori e la specificità ecologica e sociale dei territori e di offrire idee innovative per un cambiamento di paradigma economico».

Un concetto affermato anche dalla stessa Unione Europea pochi giorni fa, quando sono stati lanciati i Parternariati europei per l’innovazione, vere e proprie «piattaforme comuni di cooperazione» dedicate a diversi settori, tra cui l’agricoltura, a cui partecipano commissari europei, rappresentanti degli Stati, membri del Parlamento, industriali, ricercatori, la società civile e altre parti interessate. L’obiettivo è «affrontare le debolezze, le strozzature e gli ostacoli nel sistema europeo di ricerca e innovazione che impediscono o rallentano lo sviluppo di buone idee e il loro sbocco sul mercato».  Uno strumento, insomma, sottolinea Aiab con soddisfazione, «per la produttività e la sostenibilità in agricoltura che apre le porte al potenziale trasferimento di conoscenze fra produttori agricoli, mondo della ricerca e le altri parti interessate della società. Uno scambio di saperi che ha un ruolo strategico, ma che è spesso poco preso in considerazione».

E proprio il coinvolgimento degli agricoltori nella ricerca è uno degli ambiti in cui c’è ancora molto da fare. «A fianco di chi coltiva la terra – racconta Vizioli – in Italia non c’è più nessuno. Sono state smantellate le agenzie governative, i tecnici si sono chiusi negli uffici a passare carte e spesso i ricercatori sono gli unici consulenti che ha un’azienda. Deve iniziare un percorso nuovo e diverso: gli agricoltori hanno bisogno di essere sostenuti e informati sulle procedure da adottare per intraprendere la strada della sostenibilità». I versanti su cui intervenire, in realtà, sono due: da una parte c’è l’agricoltore, che «da solo – sottolinea Maria Grazia Mammuccini, coordinatrice del comitato scientifico di Firab – non ce la fa, c’è bisogno della ricerca per indirizzarlo verso la sostenibilità”, e dall’altra la formazione. Nel nostro Paese, infatti, continua Vizioli, «non esiste più un corso di laurea o un master in agricoltura biologica, e spesso nei programmi accademici non c’è neanche un esame sull’argomento».

Ma qual è il modello di azienda agricola che più si adatta al nuovo corso dell’agricoltura? «In Italia – evidenzia Giorgio Zampetti della segreteria nazionale di Legambiente – si continua a perdere terreno agricolo e fertilità dei suoli, a consumare territorio e risorse idriche con gravi conseguenze ecologiche e ambientali, accentuate dai mutamenti climatici in corso. Una risposta forte a tutto questo può arrivare da un modello agricolo multifunzionale che ha un ruolo sempre più importante nella tutela del territorio dal rischio idrogelogico, nella gestione sostenibile delle risorse idriche e nella mitigazione dei cambiamenti climatici. Obiettivi da raggiungere nell’interesse, oltre che della collettività, degli agricoltori stessi». Che con questa strategia riescono anche ad affrontare meglio la crisi economica: «Le aziende più in difficoltà oggi – dice Maria Grazia Mammuccini di Firab –  sono quelle monoculturali, mentre sono più forti quelle che producono in maniera differenziata e puntano alla multifunzionalità. Quello che è meglio per l’economia, è meglio anche per l’ambiente».

Veronica Ulivieri

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