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Costa Concordia: l’Università di Siena avvia il monitoraggio dei danni ambientali

giugno 29, 2012 Progetti

Sarà il Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Siena a fare un’attenta valutazione dei danni ambientali causati dal naufragio della Costa Concordia presso l’Isola del Giglio. La Regione Toscana, infatti, ha affidato ai ricercatori dell’Ateneo senese, guidati dal professor Silvano Focardi, il compito di allestire un progetto di ricerca finalizzato alla stima del potenziale danno ambientale causato  all’ecosistema dell’Arcipelago Toscano.

Il dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Siena è all’avanguardia in questo genere di attività: proprio lo scorso 21 giugno sono state presentate le attività di ricerca attualmente svolte e i metodi più innovativi per il monitoraggio dell’ambiente marino. Sono stati presentati, inoltre, i risultati del progetto, finanziato dalla Regione Toscana, per la  “definizione di specifici bioindicatori per la valutazione dello stato di salute dell’ambiente marino e costiero nell’ambito della valutazione ambientale strategica correlata agli atti di governo del territorio”. Già ad inizio anno, inoltre, erano stati presentati i primi risultati degli studi eco-tossicologici sullo stato di salute dei grandi vertebrati marini, considerati delle sentinelle della salubrità dell’ambiente marino.

I ricercatori, dunque, monitoreranno, fino al 31 dicembre, lo stato di salute degli organismi marini che vivono in prossimità del relitto della Costa Concordia e in altre aree dell’Arcipelago Toscano, cercando di individuare l’eventuale presenza e l’accumulo di agenti contaminanti o tossici nella flora e nella fauna marina, valutando anche gli indicatori di stress e di danno, così da avere un quadro delle conseguenze del naufragio. L’attività di ricerca, cofinanziata dalla Regione Toscana e dal dipartimento senese di Scienze Ambientali  sarà svolta in collaborazione con l’A.R.P.A.T. della Toscana e potrà essere prolungata qualora si protraessero le attività di rimozione del relitto.

Sempre durante il seminario del 21 sono stare presentate, dall’Università, le ultime tecniche per prelevare i campioni utili alle indagini chimiche e biologiche senza danneggiare gli animali, come ad esempio la biopsia cutanea. Nel caso delle balene viene usata una piccola freccia che preleva un campione esiguo di pelle e grasso sottocutaneo, senza provocare effetti negativi. L’ateneo senese, avviando anche collaborazioni internazionali, ha poi studiato il rischio ecotossicologico nella tartaruga Caretta Caretta e nei cetacei, valutando il rischio di contaminazione da agenti come il bisfenolo e l’assunzione di microplastiche da parte degli animali, riscontrate nelle feci del 50% degli esemplari di Caretta Caretta, che si nutrono di molluschi, crostacei e piccoli pesci.

Di recente è’ stato avviato anche  un Master, la cui prima edizione si sta svolgendo presso il Polo Universitario Grossetano, in “Valutazione integrata della qualità dell’ambiente marino e costiero, gestione e conservazione”. Tra le materie di studio i cetacei e le tartarughe marine, considerati indicatori del cosiddetto “GES”  (Good Environmenetal Status), che costituisce l’obiettivo della normativa europea “Marine Strategy Framework Directive“. La professoressa Maria Cristina Fossi, del dipartimento di Scienze Ambientali dell’Ateneo, si è occupata proprio dei grandi vertebrati che popolano il Mediterraneo, un mare che, nonostante occupi solo lo 0,7 per cento della superficie degli oceani del mondo, è un importante serbatoio di biodiversità in cui, tuttavia, almeno 306 specie animali e vegetali sono a rischio. Più di altri tratti di mare, infatti, il Mediterraneo è soggetto all’inquinamento da metalli pesanti o da inquinanti organici persistenti, a causa del minore ricambio di acqua. Dagli studi guidati dalla professoressa Focardi è emerso che gli animali al vertice della catena alimentare (pesci predatori di grandi dimensioni e cetacei, ma anche rettili e uccelli marini) sono i più esposti alla contaminazione. Pertanto, per migliorare le strategie di conservazione e sottoporre i risultati ai decisori politici, sarà cruciale utilizzare come sentinelle dello stato di salute del Mediterraneo i grandi vertebrati più longevi, come la balenottera, i predatori come i cetacei odontoceti (ad esempio la stenella striata), e il pesce pelagico, come il pesce spada e il tonno pinna blu.

Andrea Marchetti

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