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Acqua, il libro blu dello spreco

luglio 24, 2012 Recensioni

In America è stato Safran Foer con il romanzo “Se niente importa” a descrivere la cultura del consumo inutile e le azioni che generano un impatto ambientale malato.

In Italia, abbandonando il racconto romanzato e utilizzando la saggisitica, il gruppo di lavoro di Last Minute Market con “Il libro blu dello spreco in Italia: l’acqua” di Andrea Segrè e Luca Falasconi (collana Tascabili di Edizioni Ambiente; pag. 208, euro 14,00) sposta la propria analisi sul legame profondo che esiste tra lo spreco di cibo e quello di acqua. Ogni giorno utilizziamo l’acqua per bere, cucinare e lavare, ma quella che impieghiamo per produrre il cibo di cui ci nutriamo è molta di più. Dietro ai pasti che consumiamo quotidianamente, infatti, ci sono enormi quantità di acqua: circa 3.600 litri per un’alimentazione a base di carne e 2.300 litri per una dieta vegetariana.

E così, buttare via 200 grammi di carne rossa equivale a sprecare 3.000 litri di acqua che sono stati impiegati principalmente per nutrire l’animale; gettare una tazzina di caffè è come buttare in pattumiera 140 litri di acqua. Un vero spreco nello spreco. “In Italia, nel 2012, abbiamo sprecato 12,6 miliardi di metri cubi d’acqua, pari a 1/10 del Mar Adriatico, per produrre 14 milioni di tonnellate di prodotti agricoli abbandonati nei campi. Un paradosso che si inserisce in quel 70% di consumi di acqua dolce impiegato, a livello planetario, nel settore agricolo (poco meno del 40% nei Paesi industrializzati, poco più dell’80% in quelli in via di sviluppo)” ricorda Segré.

La crescita della popolazione mondiale, dell’industrializzazione, della produzione complessiva e dei bisogni (anche se enormemente differenziati) dei popoli ha comportato in questo ultimo secolo ad un aumento incontrollato del fabbisogno d’acqua. Proprio l’integrazione mondiale di società differenti per cultura e struttura politico-economica, richiede che si definiscano oggi i profili di una gestione oculata di questa risorsa. Tale politica dovrebbe basarsi sulla salvaguardia sia delle acque dolci, in particolare quelle potabili, sia di quelle marine, con le loro sterminate riserve alimentari minacciate dall’inquinamento dovuto all’antropizzazione delle coste, agli scarichi delle petroliere e ai disastri ecologici (naufragi, eventi bellici, rifiuti tossici o radioattivi).

Un tema attuale visto che il 20 luglio scorso la Corte Costituzionale ha confermato l’assenza della privatizzazione di acqua e dei servizi pubblici locali. La Consulta ha così salvato il referendum, lo ha fatto raccogliendo il ricorso presentato dalla Regione Puglia. E dichiarando inammissibile l’articolo4 del decreto legge 138 del 13 agosto 2011 con il quale il governo Berlusconi aveva aggirato il risultato referendario. La sentenza della Corte ha bloccato anche tutte le modifiche successive, comprese quelle del governo Monti.

Francesca Fradelloni

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