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Basta con le ipocrisie. Intervista a Luca Rastello

Il mondo lui sembra averlo veramente vissuto. L’ha calcato, passo dopo passo, dai deserti più sperduti alle montagne più alte. E l’ha incontrato, popolo dopo popolo. Senza smettere di raccontarlo, a voce, con gli occhi, nei reportage sui quotidiani, nelle sue meraviglie naturalistiche e nei suoi drammi tutti umani. Luca Rastello, scrittore e giornalista, è soprattutto un instancabile osservatore. Da La guerra in casa, il romanzo sulle contraddizioni della cooperazione internazionale nelle guerre jugoslave degli anni Novanta (definito da Roberto Saviano «il più bel libro sulla bestialità umana»), a  Piove all’insù,La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani sui diritti calpestati dei rifugiati, o “Io sono il mercato” sul narcotraffico, le sue storie parlano sempre di uomini “normali”. Moderni eroi e vittime al tempo stesso del presente, o del recente passato.

D) Luca, tra le tue varie qualifiche, ti consideri anche un ambientalista?

R) Mi definirei un credente non osservante. O meglio, male osservante. Sono convinto che uno stile più compatibile sia indispensabile. Il mio, tuttavia, non è sempre così coerente.

D) In che senso? Guidi un suv, inquini e sprechi, non differenzi i rifiuti?

R) In città mi muovo in bici, ma per ragioni di viabilità, non certo per motivi ambientali. A margine devo dire che le piste ciclabili di Torino sono una truffa: chi le progetta non ha idea di cosa significhi la sicurezza stradale. Le due ruote sono un modello di mobilità alternativa, non un trastullo. Le disegnano sui marciapiedi, in modo che travolgi i pedoni che non sanno di calpestare una pista speciale; più spesso finiscono contromano, o sui binari di svolt adi un tram; cambiano corsia, vanno nel senso inverso nelle strade a doppio senso; la maggior parte finisce nel nulla, perpetrando ogni giorno numerosi tentativi di omicidio. Tornando alla mia educazione ambientale, faccio la differenziata, come un bravo cittadino, accendo la lavatrice di sera, uso tenere in casa la “temperatura Andreotti”, 18 gradi, come obbligò a fare l’allora Presidente del Consiglio.

D) Dove sta dunque il punto debole?

R) Ad esempio nell’uso domestico dell’acqua. Quello è un terreno in cui la mia qualità della vita risente un po’ dei troppi sforzi: non faccio la doccia, ma il bagno. Sto in ammollo, con tanto di libro in mano, anche due ore. A questo rito non rinuncio nemmeno se crolla il pianeta. Ma a dirla tutta, non penso che possa essere la rinuncia a questa mia pratica a salvare eventualmente il pianeta. Lo stile sostenibile non può essere troppo distante dalla convenienza personale, altrimenti diventa insostenibile per definizione. Finchè non si interviene a livello planetario, i finti cambiamenti di abitudini sono solo esercizi consolatori, per nulla efficaci.

D) Che cosa intendi?

R) Dovremmo avere il buon senso critico per capire che il vero modello eco-compatibile di vita è arretrare sui consumi, non illuderci di cambiarli, per esempio sostituendo il cibo qualunque con il cibo biologico, o a chilometri zero. Non è andando da Eataly, per fare un esempio per tutti, che ci si sottrae a un sistema economico e sociale che ci stritola e ci assedia con un mercato onnidivorante. Stile di vita uguale meccanismi di consumo. E invece bisogna imparare a consumare di meno.

D) Qual è il luogo più incontaminato che hai visto nei tuoi viaggi?

R) Il villaggio di Xinaliq, nelle montagne dell’alto Azerbaijan, al confine col Daghestan. E’ un centro molto piccolo, a 4000 metri, sotto i monti alti 5000, in cui c’è un matriarcato rigorosissimo: le donne tengono il villaggio, mentre gli uomini si occupano dei pascoli. Parlano due lingue differenti, una per sesso, e gli uomini, quando devono rivolgersi alle donne, devono farlo nel loro idioma. Sono regioni di barbarismo, ma io ci sto da dio come se fosse l’Eden. Oppure l’Abkhazia, stretta tra una parte più alta del Caucaso e una costa marittima subtropicana, dove trovi solo felci giganti, alberi di banane, palafitte vecchio stile russo, in legno e vetro, e dietro l’Himalaia. E’ uno dei posti più belli del mondo, devastato dalla guerra contro la Georgia. Sono anche luoghi benedetti da Dio per la frutta e la verdura.

D) Dopo i Balcani, perchè hai spostato in Oriente il tuo interesse?

R) Ci trovo tutte le contraddizioni del mondo occidentale, ma non i movimenti di liberazione. Eppure, c’è un legame umano pazzesco, basato sul concetto inviolabile del dono e dell’ospitalità, leggi legate al mito, che noi abbiamo completamente rinnegato. Costruiamo i Cie, mettiamo ovunque le telecamere. Invece laggiù puoi partire dalla Moldavia e arrivare in Cina senza portarti dietro un soldo, andando straniero di casa in casa. Un esempio per tutti, nella Valle di Pankisi, fra Georgia e Cecenia, ci sono gli ultrà ortodossi georgiani che forniscono retrovia agli islamici ceceni con le armi, contro i fratelli ortodossi russi, perché esiste comunanza, nelle montagne, di riti sacrificali legati alla paganità delle foreste, che sono più forti della fratellanza religiosa.

D) Ti sei mai speso per battaglie a favore dell’ambiente?

R) Ho votato sì al referendum contro la privatizzazione dell’acqua, per razionalità: basta guardare tutte le precedenti privatizzazioni di servizi per capire quanto hanno reso dipendenti i consumatori e peggiorato la qualità, con un rincaro mostruoso delle bollette. Per certe risorse fondamentali preferisco la totale trasparenza democratica. E’ una questione di pragmatismo economico, oltre che di ideologia e di principio.

Letizia Tortello

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