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Bio-on: in arrivo la rivoluzionaria bioplastica di zucchero

dicembre 7, 2011 Campioni d'Italia, Rubriche

Il conto alla rovescia è già iniziato. Gli appassionati di sostenibilità e innovazione, gli esperti di settore e gli eco-curiosi aspettano aprile 2012, quando sarà presentata per la prima volta la bioplastica di seconda generazione. Tecnicamente si chiama Polyhydroxyalkanoato o PHA. La Bio-on di San Giorgio Di Piano (Bologna) che l’ha inventata, l’ha brevettata come MINERV-PHATM . Un poliestere lineare prodotto in natura da una fermentazione batterica di zucchero, biodegradabile in acqua in dieci giorni. Eppure con prestazioni che lo rendono paragonabile alle plastiche derivate dal petrolio. Una scoperta che potrebbe portare a una vera e propria rivoluzione e dare il via a una nuova chimica verde.

I presupposti per una svolta ci sono tutti. La concorrenza è forte, gli investimenti ingenti, le aspettative molte, il riserbo da tenere è strettissimo. Le scorte di petrolio sono in esaurimento e quello delle bioplastiche è un terreno su cui si gioca una partita di prim’ordine. L’amministratore delegato Marco Astorri pesa le parole:  per adesso, non può specificare chi sono i clienti di Bio-on («grandi aziende italiane ed estere a capo di marchi molto riconoscibili di tutti i settori»),  né quale sarà il primo oggetto realizzato in questa nuova bioplastica. Non viene rivelato neanche dove si trovano i laboratori di ricerca: «In Italia e in Europa», si limita a dire.

Se la scoperta desta curiosità, anche il modo in cui tutto è iniziato è abbastanza inconsueto: «Io e il mio socio eravamo a capo di un’azienda che produceva badge. Per caso, uno dei nostri clienti ci chiese se c’erano dei materiali biodegradabili con cui realizzare gli skipass, perché quando il ghiaccio si scioglieva, per terra ne rimanevano tanti abbandonati nella neve in inverno. Questa richiesta ci ha aperto un mondo. Nel 2006 abbiamo lasciato l’elettronica per dedicarci alle bioplastiche». L’azienda è nata nel 2007, con le idee molto chiare: «Allora, nel settore c’erano imprese che utilizzavano prodotti food, piante Ogm e tanti additivi chimici, ma questo tipo di modello non ci piaceva.  Abbiamo scelto da subito di utilizzare solo scarti vegetali e non coltivazioni alimentari. Prima gli scarti della barbabietola e poi anche della canna da zucchero. Non abbiamo mai usato Ogm e solventi chimici, e abbiamo voluto realizzare un prodotto biodegradabile al 100%». Oggi in Bio-on sono stati investiti 12 milioni di euro. Ci lavorano 42 persone, di cui 30 fanno ricerca.

Le prestazioni dei PHAs sono del tutto paragonabili a quelle delle plastiche “tradizionali” altamente inquinanti come PET, PP, PE, PVC, HDPE, LDPE. Si tratta di materiali resistenti, flessibili, elastici, con ottime proprietà termiche, impermeabili ai gas e ai liquidi . Caratteristiche che rendono questa plastica una materia prima adatta anche per costruire componenti di auto e aerei, oltre che per l’elettronica, l’arredamento, i giocattoli, gli imballaggi alimentari e non e le buste per la spesa. «Le prestazioni sono decisamente superiori a quelle delle bioplastiche oggi in circolazione», sottolinea Astorri, che però preferisce non fare confronti diretti con i prodotti di altre aziende: «Il nostro è il miglior biopolimero, ma non mi piace dare addosso ai concorrenti, alla fine è un atteggiamento che va a scapito dei clienti finali».

Innovativo anche il modo di operare di Bio-on: «Noi non proponiamo ai clienti una cartella di prodotti-base, ma creiamo bioplastiche sulla base delle esigenze delle diverse aziende. Inoltre, offriamo la licenza tecnologica per produrre questi biopolimeri. Perché tutti possano usare il PHA, infatti, pensiamo sia importante che ci siano più impianti possibili». Un grande impianto sarà realizzato a Minerbio (Bologna), nell’ambito di una partership con la Cooperativa Produttori Bieticoli, a cui è stato concesso in licenza il brevetto, e altri saranno costruiti in Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. «L’obiettivo è aprire almeno sette impianti entro i prossimi cinque anni e arrivare a produrre almeno 10.000 tonnellate di bioplastica all’anno entro il 2012. E poi continueremo a fare ricerca e a studiare altri tipi di scarti da utilizzare come materia prima».

Veronica Ulivieri

 

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