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I fantasmi della foresta

luglio 19, 2011 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Per la rubrica “Racconti d’Ambiente” pubblichiamo oggi un estratto del nuovo libro “I fantasmi della foresta”, di Ian McAllister edito da Orme Edizioni (pag. 188, euro 16.00).

Il periodo di deposizione delle uova era quasi giunto al termine, e io stavo tentando di sfruttare fino all’ultimo secondo di ogni giorno per fotografare e osservare i salmoni prima della loro definitiva partenza.

Le vette delle montagne che circondavano Dean Channel, sulla costa centrale della Columbia Britannica, splendevano coperte da uno strato di neve fresca. La base dei miei stivaloni affondava nel fango, ricoprendosi di un miscuglio di pesce in decomposizione, denso limo alluvionale, squame di pesce e ossa. Il tanfo nauseante di decine di migliaia di uova di salmone impregnava la vallata. Aghi di pino e coriacei lembi di pelle di salmone galleggiavano nelle acque color tannino. I vermi, sommersi dalla marea, rotolavano come chicchi di riso, divorando il limo grigio che solo qualche settimana prima era un salmone argentato nel pieno delle sue forze. Ho provato a non pensare che qualche volta in altri periodi dell’anno avevo bevuto da questo fiume.

Circa cinquanta metri più su, un vecchio amico era impegnato a succhiare carogne in decomposizione come un bambino troppo cresciuto circondato da gelato Häagen-Dazs. Solo che il commensale in questione, con la mascella inferiore tutta imbrattata di polpa biancastra, era un grosso e vecchio grizzly, dal mantello principalmente nero e una stazza di trecento chili, probabilmente il 25 per cento in più di quando lo avevo visto per la prima volta in primavera. Il suo stomaco era così espanso che strusciava perterra. Una volta ho sentito dire che gli scienziati, analizzando i campioni di tessuto degli orsi in questo periodo dell’anno, trovano più tracce di salmone che di orso.

Era un pomeriggio pigro. Avevo contato in tutto una dozzina di grizzly nelle settimane precedenti, inclusa una madre che nutriva tre dei suoi cuccioli vicino al corso inferiore del fiume. Trovavo spesso orme di orsi neri, ma raramente ne vedevo uno in carne e ossa. Gli orsi neri preferivano nutrirsi di notte o nei punti di pesca meno allettanti, lontani dai grizzly. Si erano nutriti di salmone per quasi quattro mesi, ultimamente per quasi venti ore al giorno, ed erano molto vicini allo zen calorico che gli orsi hanno bisogno di raggiungere appena prima di inoltrarsi nelle montagne innevate per ibernarsi.

Anch’io mi sentivo in qualche modo in uno stato zen e sedevo nel fango, con la testa poggiata contro un legno di cedro zuppo di pioggia. Proprio mentre stavo per chiudere gli occhi, vidi il grizzly irrigidirsi all’improvviso e alzarsi sulle zampe posteriori, lasciando cadere il suo salmone senza testa. Dilatò le narici ed emise un verso acuto simile a un latrato. Seguii il suo sguardo fino all’altra sponda dell’estuario. Come un’apparizione, un torrente di lupi emerse dal limite della foresta. Quando arrivai a contarne tredici, il branco aveva già attraversato un quarto dell’estuario. Con le teste e le code alzate e le orecchie in avanti, si sparsero a ventaglio sulla piana di fango avanzando veloci e risoluti verso il grizzly. Il loro intento era chiaro. Ed erano belli. La famiglia era nel pieno delle sue forze, prima che l’inverno, le malattie, la vecchiaia, un cervo errante o lo zoccolo di una capra di montagna uccidesse alcuni dei suoi membri, e prima dell’arrivo di una nuova cucciolata.

Il branco si muoveva in modo coordinato, correndo a ritmo, con disciplina, sicurezza e un pizzico di fierezza. Gli adulti erano al comando e i lupacchiotti, con le loro zampe sproporzionate da clown e le orecchie troppo grandi, un po’ come i teenager di oggi, rimanevano leggermente indietro.

Poco dopo si tuffarono nell’acqua bassa e scattarono in una corsa compatta, schizzando via corvi e gabbiani. Arrivati a una distanza di sessanta metri, il grizzly saltò sulle sue quattro zampe e partì a tutta velocità come un cavallo da corsa all’apertura del cancello. Il gigantesco orso galoppò oltre il fiume, dondolando la sua pancia gonfia di salmone.

Quando realizzai di trovarmi tra l’orso e il boschetto più vicino, proprio sulla traiettoria che lui stava percorrendo per nascondersi, era già tardi: anche avessi voluto spostarmi non ce l’avrei fatta. Mi coprii il viso con le mani e sentii gli schizzi di fango arrivarmi addosso insieme all’alito dell’orso, imputridito da settimane di pasti a base di pesce in decomposizione. Mi superò e dieci metri dietro di me si fiondò di testa tra gli alberi e poi dentro i cespugli. In seguito trovai un ontano di dieci centimetri di diametro spaccato a metà e sfrondato.

Meno di un minuto prima stavo quasi dormendo. Fu un sollievo quando vidi quei 450 chili di collettivo carnivoro impegnati nell’inseguimento rallentare decisamente la corsa, apparentemente soddisfatti del proprio lavoro. Quando ripresi a respirare mi ritrovai ad assistere a qualcosa di ancora più stupefacente.

Il branco si radunò al centro della piana di fango e un maschio alfa possente e dal manto scuro, il leader, cominciò a ululare. Nel giro di qualche secondo, tutti gli altri membri del branco si unirono a lui. Il verso era come un grido di battaglia vittorioso, e sembrò azzittire qualsiasi creatura vivente nella vallata. Persino gli uccelli canterini fermarono il loro canto per ascoltare.

Penso che i lupi si stessero semplicemente assicurando che l’orso non fermasse la sua fuga, ma dubito ne avesse intenzione. Poi, con lo stesso slancio con cui erano partiti all’inseguimento, i lupi cominciarono a giocare insieme. I cuccioli subordinati si sdraiavano di schiena e i loro fratelli dominanti li scavalcavano e gli saltavano addosso. I lupacchiotti si mordicchiavano l’un l’altro orecchie e zampe, insieme a rami, alghe e altri tesori trasportati dall’estuario. Correvano in piccoli cerchi, giocando a una sorta di acchiapparella; urinavano e grattavano il terreno, inciampando sulle loro zampe goffe. Gli adulti oscillavano tra l’indifferenza e l’apprensione. Tutto ciò che stavo osservando aveva un suo significato, e tradiva l’impegno che piccoli e grandi, ciascuno a suo modo, mettevano per conquistarsi il proprio posto nel mondo fortemente gerarchico e socializzato della loro specie.

Non era un compito facile per me registrare tutte queste stranezze. Finalmente gli adulti si stesero sul terreno freddo quasi ansimando, a guardare i piccoli giocare. Era come se il recente attacco a un grizzly adulto fosse un evento tipico in una giornata della vita di questo branco. Con ben poco sforzo, avevano messo in fuga uno dei più imponenti e feroci mammiferi del Nord America. Avendo intuito cosa stava per succedere, il grizzly non aveva esitato un attimo. Evidentemente questa non era la prima volta che subiva un assalto del genere. Ero sbalordito, tanto dall’ardito e premeditato attacco dei lupi quanto dalla loro tranquillità seguente. Era chiaro che conoscevano il loro posto nella foresta.

Qualche tempo prima, all’inizio degli anni Novanta, avevo studiato la foresta pluviale della costa dalla prospettiva del grizzly. Ora mi rendevo conto improvvisamente che mi ero perso tutto un altro mondo. Del resto, potevo contare sulle dita di una mano il numero di volte che avevo incontrato dei lupi, e quegli incontri si risolvevano spesso in pochi secondi. Come poteva essere possibile dedicargli uno studio più mirato?

Quando cominciai a esplorare quella che ora è nota come la Foresta del Grande Orso, riuscii a malapena a vederne uno di lupo. Chilometro dopo chilometro, mese dopo mese, e per tutto il tempo che rimasi a studiare le sue tante valli fluviali e isole al largo, i lupi della costa rimasero nascosti. Giusto una volta a tarda sera mi era capitato di intravederne uno.

Ian McAllister*

Estratto tratto da “I fantasmi della foresta” di Ian McAllister per gentile concessione di Orme Editori, (C) 2007 Ian McAllister

*Giornalista e fotografo canadese, fondatore del Wildlife Conservation Group Pacific Wild. (www.pacificwild.org). Ha trascorso gli ultimi venti anni della sua attività professionale a documentare la vita degli animali che vivono sulla costa nord della British Columbia. I risultati delle sue ricerche sono stati utilizzati per la produzione di documentari e per la realizzazione di quattro libri fotografici premiati con il NANPA (North American Nature Photographers Vision Award). Insieme a sua moglie Karen McAllister, è stato nominato dalla rivista Time “one of the leaders for the 21st Century”. È membro della International League of Conservation Photographers e vive con la sua famiglia sulla costa della British Columbia, a Heiltsuk.

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