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La donna nel frigo

aprile 5, 2011 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Per la rubrica “Racconti d’Ambiente” publichiamo oggi un estratto del nuovo romanzo “La donna nel frigo” di Gunnar Staalesen (Iperborea, pag. 198, 15.50 euro), padre del giallo norvegese.

L’immaginazione assurda di qualche urbanista aveva deciso che i tre grandi fabbricati di Ullandhaug sorgessero a poca distanza dalla zona archeologica protetta, affacciata sullo Hafrsfjord. O forse si trattava soltanto di uno scherzo del destino: nessuno ci aveva pensato prima che i tre parallelepipedi di cemento si ergessero all’improvviso a ghignare verso il cielo, come gli unici tre denti di una bocca semiaperta.

Salimmo in silenzio con l’ascensore. Lasciai che mi precedesse, nel caso qualcuno ci stesse aspettando sul pianerottolo. Entrammo nel suo appartamento e lei accese subito le luci. Dentro era tiepido e tranquillo. Nessuno ci stava aspettando e nulla accadde. La mia angoscia cominciò a poco a poco a dissolversi. Il salotto era arredato con bassi divani cromati forniti di morbidi cuscini di velluto. Alle pareti beige, quadri a colori dorati; le grandi finestre che davano sul fiordo sembravano fenditure nere aperte nell’infinito. Mi accostai a una vetrata e guardai fuori, provando un senso di vertigine. A sudest si vedeva l’Hafrsfjord, e il piatto paesaggio costiero che si estendeva fino a Jæren. A ovest, il Mare del Nord, immenso e nero. Luci lontane mi fecero pensare a diamanti che galleggiano sull’acqua: così appaiono le piattaforme petrolifere di notte, quando le si guarda da una nave o da un aeroplano.

L’Hafrsfjord e il Mare del Nord: come essere di fronte a due elementi essenziali del nostro piccolo globo: la Storia e il Mare. Al nono piano, i fiocchi di neve acquosa apparivano più bianchi, per poi mutarsi in pioggia quando battevano contro i vetri.

Lei si muoveva alle mie spalle. Nel riflesso del vetro la vedevo posare sul tavolino piccoli vassoi di salatini e dolci, bicchieri da vino, piattini, forchette e coltelli. Poi sparì.

Quando ritornò era diversa, e dovetti voltarmi per osservarla meglio. Si era messa un paio di pantaloni di velluto marrone e un comodo pullover di felpa. Ed era miope, scoprii. Aveva grandi occhiali con lenti leggermente sfumate e montatura nera. Il nuovo abbigliamento la faceva sembrare una simpatica massaia intenta a preparare uno spuntino un po’ speciale per il marito stanco e stressato, come io mi sentivo.

“A cosa pensi?” domandò.

“È una sensazione che mi prende ogni volta che mi trovo in alto, vicino al mare. Quando si domina una striscia di costa e ci si rende conto dell’immensità del mare. Mi fa pensare a quanto in realtà siamo piccoli. È come vedere la crosta terrestre, sezionata. Siamo così insignificanti, su questa sottile membrana che separa il fuoco dall’infinito.”

“Sei un filosofo, tu”, disse lei sorridendo.

Alzai le spalle. “No, ho soltanto visto troppi film di Woody Allen.”

“E non è grandioso?” La guardai interdetto.

“Il panorama, intendo.”

“Ah, sì, certo, il panorama…”

“Accomodati, Varg. Togliti la giacca, siediti.” Aveva stappato una bottiglia e riempito un bicchiere di vino rosso.

“Ecco, rilassati un po’ qui, mentre io preparo due belle bistecche con l’insalata. Poi parleremo con calma.”

Ubbidii meccanicamente. Mi sedetti, sorseggiai il vino guardando dai vetri la distesa d’acqua scura, la Storia e il Mare, e cercando di sciogliere i muscoli delle spalle e calmare lo stomaco. Cominciava a funzionare. Tornò, silenziosa come una geisha; aveva ai piedi pantofole di pelle. La bistecca era squisita, proprio come mi aspettavo.

Mentre mangiavo mi sentivo invadere dalla calma. Parlammo di cibo, di come fossero cari gli affitti a Stavanger, di quanto il petrolio avesse significato per quella città, nel bene e nel male. Discutemmo della destinazione degli introiti del petrolio e dei vantaggi che ne aveva ricavato il cittadino norvegese. Era una conversazione ordinaria, di quelle che si fanno ogni giorno, senza il minimo cenno alle sinistre avventure che avevo appena avuto o alla vita che lei doveva condurre tutte le altre sere.

Dopo cena versò altro vino, si raggomitolò sulla poltrona stringendo il bicchiere tra le mani e mi guardò. “Raccontami… di lei. Di quella a cui vuoi essere fedele.”

Non risposi subito e lei aggiunse: “Non è tua moglie?”

“No, non sono…”

“Già, perché gli uomini non sono fedeli alle mogli.”

“Appunto. Ma lei lo è. Sposata, voglio dire.”

Sorrise tristemente. “Capisco.”

“Non è una storia nuova.”

“No.”

“L’hai già sentita altre volte, vero?”

“Non questa. Tutte le storie sono nuove, quando riguardano persone nuove.”

“Be’…” Alzai le spalle.

“Come si chiama?”

“Solveig”, risposi distrattamente. Me la vedevo davanti, sempre irrequieta, attraversare spedita la piazza del mercato con il suo passo agile. Io mi alzavo dalla scrivania e andavo alla finestra, lei guardava in su e mi salutava con la mano. Io andavo ad attenderla nell’ingresso. Lei arrivava e si gettava tra le mie braccia. Lunghi baci.

“Le vuoi molto bene?”

Annuii lentamente… Ecco, avevo fatto il caffè, con una nuova caffettiera comprata in suo onore. Ci eravamo seduti vicini, con le tazze e il sacchetto delle brioches sulla scrivania. Lei aveva mezz’ora di pausa dal lavoro, ma la faceva durare tre quarti d’ora; spesso restava da me un’ora intera. Era stato dopo aver fatto l’amore per la prima volta che avevamo deciso di trascorrere nel mio ufficio la pausa pranzo. Stavo lì accanto a lei e, mentre parlavamo e sorbivamo il caffè, le accarezzavo i capelli…

“Come l’hai conosciuta?”

“Durante un’indagine, due anni fa. Ma non è successo niente allora. Voglio dire, era solo una persona incontrata per caso e che mi aveva in qualche modo colpito. È passato un anno prima che la incontrassi di nuovo, sempre per caso, e dopo… siamo diventati buoni amici, per così dire, abbiamo iniziato a vederci. Prima che… Nello stabile dove ho l’ufficio c’è una caffetteria, al primo piano; abbiamo preso l’abitudine di incontrarci là, una o due volte alla settimana, cinque o sei volte al mese, non di più. Ci sedevamo a un tavolo d’angolo a bere il caffè. Lei mangiava i panini che si portava da casa. È così che ci si conosce, no? Parlando.”

“E poi…”

“E poi cosa?”

“È successo altro?”

“Oh sì. Un giorno mi ha chiesto di mostrarle il mio ufficio.

È stato allora che ci siamo baciati per la prima volta.”

Gli occhi vivaci di Solveig erravano per tutta la stanza: pareti, soffitto, pavimento, scrivania, classificatore, lavabo nell’angolo, vetri opachi dello stipo, come per imprimere quell’immagine nella sua mente e ricordarla per sempre.

L’avevo accompagnata dolcemente alla finestra, le osservavo il volto mentre lei guardava fuori. Qualcuno avrebbe potuto dire che il suo naso era un po’ grande e il mento troppo pronunciato. Ma la nuda luce del giorno non era impietosa con lei: ne faceva risaltare la morbidezza dei tratti, il contorno sensuale delle labbra, l’azzurro intenso degli occhi, il riflesso ramato dei capelli castani. Si era voltata verso di me; per alcuni lunghi secondi eravamo rimasti così, a guardarci negli occhi. Poi io l’avevo baciata, delicatamente e con dolcezza, come se fosse stata una tela di ragno, o un fiore che si sarebbe sbriciolato al minimo tocco, o un sogno… Ma non era svanita, aveva ricambiato il mio bacio.

Gunnar Staalesen*

*Gunnar Staalesen è nato a Bergen nel 1947. Considerato il padre del giallo norvegese, dalla sua penna è nato il famoso personaggio di Varg Veum, il detective più emblematico del noir nordico, che con i suoi conflitti interiori, la sua scanzonata ironia, e il suo contrastato rapporto con le donne e la bottiglia, esplora le ferite e i vizi della società. Dei quindici romanzi della serie, tradotti in altrettante lingue e adattati per il piccolo e il grande schermo, Iperborea ha già pubblicato ”Satelliti della morte” e ”Tuo fino alla morte”.

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