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La rivoluzione delle api

luglio 12, 2011 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Per la rubrica “Racconti d’Ambiente” pubblichiamo oggi un estratto del nuovo libro “La rivoluzione delle api”, un noir di Serge Quadruppani, edito da Edizioni Ambiente nella collana VerdeNero(pag. 176, euro 15.00).

Salirono lentamente nell’immenso abbraccio delle montagne che aprivano le loro braccia dietro Pinerolo, attraversarono ponti sopra torrenti, ci furono prospettive verticali, brume luminose, creste lontane, ombrosi tunnel di conifere e panorami improvvisi. Poi camminarono sul prato dietro la casa di Minoncelli e a Simona tornarono in mente alcune frasi: Primavera. Dall’al di là del Muro Verde, dalle selvagge pianure invisibili, il vento porta il polline giallo e melato di non so quali fiori. A causa di questo polline dolce le labbra si seccano– vi passi sopra la lingua ad ogni istante – e probabilmente tutte le donne che si incontrano hanno le labbra dolci (e anche gli uomini naturalmente). Ciò disturba un po’ il pensare logico.

Oltre la nube giallastra che fluttuava sul prato, le arnie rovesciate e il loro contenuto sparso sull’erba. Il commissario, che sino a quel giorno mai si era interessato di apicoltura, provò un sentimento di desolazione davanti a quello spettacolo. Una scena del tutto simile alle rovine di una città dopo un terremoto. Qualcos’altro la turbava, qualcosa che mise alcuni secondi a identificare: il silenzio. Gli uomini della Scientifica facevano i loro rilievi e fotografavano senza dire una parola, Calabonda e i suoi uomini li osservavano, a braccia incrociate. Ma non c’era un solo ronzio d’api. Né dal lato del tetto in cui, il giorno prima, le bottinatrici si affaccendavano, né dal lato delle arnie. Dov’erano andate?

Avvicinandosi in compagnia del procuratore, Simona distinse quel che doveva essere il cadavere, più per la maniera in cui i tecnici gli giravano intorno fotografandolo, che per le sue forme. Ad alcuni metri di distanza, non era facile identificare in quel fagotto una figura umana. Un braccio spariva sotto un ammasso di cornici, di alveoli mielosi e di zolle di terra, mentre dall’altra manica della t-shirt spuntava un braccio violaceo tumefatto pieno di rigonfiamenti irregolari. Le gambe, nascoste a metà dai detriti delle arnie, erano gonfie come quelle di un annegato rimasto parecchi giorninell’acqua. Il viso…

«Cos’è questo?» s’interrogò ad alta voce il commissario. Aveva già visto alcuni cadaveri di mafiosi sfigurati dalla lupara o dal Kalashnikov, ma questo, questa specie di zucca rossa schiacciata a metà…

«Questa è una testa di cui una metà è stata attaccata dalle api e l’altra strappata da una pallottola di grosso calibro» disse una voce dotata di forte accento siciliano che aggiunse: «Non posso dirlo con certezza, ma scommetterei su un 12,7, un proiettile capace di attraversare due vetri blindati di un ingresso di banca, sparati forse dal pgm Hécate II, un’arma da guerra utilizzata dai tiratori scelti…»

Simona si era voltata per vedere chi avesse parlato e aveva scoperto un ometto grassoccio, dalle sopracciglia aggrottate che gli davano un’aria di perenne furore, cosa che probabilmente corrispondeva al vero, poiché aggiunse: «E non venite a scassare i cabasisi a chiedermi di più perché non sono dell’umore e non ho ancora neanche finito l’autopsia dell’altro cadavere che già mi fate domande su questo. Ma che vi prende in mezzo a ’ste montagne? Peggio che da noi! Mangiate catafero a colazione, o cosa?».

Ciò detto, l’uomo si diresse a lunghi passi verso un’utilitaria di marca tedesca parcheggiata alla meno peggio vicino al padiglione di degustazione. «Dottor Pasquano!» gli gridò dietro il procuratore. «Il rapporto…?»

L’interpellato salì in macchina e prima di sbattere la portiera gridò: «Stasera l’avrà sulla sua scrivania. Ne avrà due al prezzo di uno. Ma non mi scassate a chiamarmi prima di allora». E partì in quarta, con le ruote posteriori che fecero schizzare terra ed erba.

«Le presento il dottor Pasquano» disse il procuratore con un sorrisetto. «Un eccellente professionista e un carattere spaventoso: ieri sera avrà perso a poker.»

«Ho l’impressione di averlo già incontrato» disse Simona. «È possibile, se ha già indagato in Sicilia. Ha fatto tutta la sua carriera tra Agrigento e Porto Empedocle. Ha chiesto il trasferimento qui un anno fa, con un colpo di testa, dopo aver litigato con il questore. Secondo me non aspetterà a lungo per tornare nella sua terra…»

«I miei rispetti signor procuratore.»

Il maresciallo dei carabinieri si era avvicinato e aveva portato la mano al berretto, con lo sguardo fisso sul magistrato, ignorando deliberatamente il commissario.

«Buongiorno, maresciallo. Si è fatto un’idea di cosa sia successo?»

Il carabiniere passò rapidamente il pollice sui baffi e con l’indice sistemò gli occhiali da sole.

«Come da dovere, ci siamo astenuti dall’avvicinarci al corpo in attesa che la Scientifica faccia il suo lavoro. Ma da un rapido esame del luogo, sembra che la vittima si sia dedicata alla distruzione delle arnie con un’ascia che si può scorgere laggiù, a pochi centimetri dalla sua mano…»

Tra le cornici ammassate vicino al corpo spuntava una larga lama. «E qualcuno gli ha sparato addosso mentre devastava l’apiario? Con un’arma da guerra?»

Era il commissario che aveva fatto la domanda. Il carabiniere girò la testa per guardarla in faccia, come se scorgesse solo in quel momento la sua presenza. Sembrò esitare prima di rispondere.

«L’ascoltiamo» disse Evangelisti, e l’utilizzo del plurale non sembrò piacere al carabiniere, perché i suoi baffi risalirono verso le narici: «A quanto pare» mormorò.

Fece una pausa, si raschiò la gola e abbassò la testa verso la cartella che teneva in mano.

«C’è qualcos’altro…» disse come controvoglia. «Un’altra specie di rivendicazione… l’abbiamo trovata sotto una pietra, tra l’apiario e il margine della foresta.»

Tirò fuori dalla tracolla un foglio conservato in un sacchetto di plastica sigillato. Vi era impressa una frase in rosso, a grossi caratteri: “La rivoluzione delle api è cominciata”.

Serge Quadruppani*

*Serge Quadruppani, scrittore francese, vive tra Roma e Parigi, dove dirige la collana della casa editrice Metailié dedicata al noir italiano. Tra i suoi romanzi tradotti in Italia ricordiamo: L’assassina di Belleville, La breve estate dei colchici, La notte di Babbo Natale, pubblicati nei Gialli Mondadori. Per Marsilio sono usciti In fondo agli occhi del gatto (2007), Y (2008) e Rue de la Cloche(2009). Collabora con diversi quotidiani e riviste, tra cui Il Secolo XIX, la Repubblica, il manifesto, L’Unità, Le Monde diplomatique e il settimanale satirico Siné Hebdo, che ha ospitato il romanzo-feuilleton Le furiose (DeriveApprodi, 2010).

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