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Quarantenni che non pensano al futuro. Intervista a Giuseppe Culicchia

Giuseppe Culicchia, Courtesy of Mondadori EditoreTorinese nel cuore, granata (più che verde) fino al collo, Giuseppe Culicchia è una delle penne più brillanti e prolifiche della letteratura italiana contemporanea. Uno che non tradisce mai la mentalità da scrittore, quella libertà di raccontare la società e di guardarla senza sconti, nuda e cruda per come è. Diceva George Orwell che i libri migliori sono proprio quelli che dicono quel che già sappiamo. I romanzi di Culicchia seguono questa verità. Sentono il polso del mondo che cambia sotto i nostri occhi, ma vanno sempre un po’ più in là. Buttano giù la maschera alla realtà, con un meccanismo di schietto disvelamento.

E’ il caso di “Ameni inganni”, uscito in libreria da pochi giorni per Mondadori. La storia di un quarantenne in crisi, emblema di una generazione con troppe responsabilità e poche soluzioni. Quella generazione che, dice lo scrittore, “neanche si pone il problema di quale futuro lascerà in eredità ai figli”.

D) Giuseppe, partiamo dal titolo di un suo fortunato libro: “Torino è casa mia”. Proprio su tutti i fronti? Sa che la sua è una delle città italiane con il più alto tasso d’inquinamento, seconda solo dopo Napoli per concentrazione di Pm10 nell’aria?

R) Sono dati che si commentano da soli, non c’è neanche bisogno di portare a esempio quali politiche scellerate adottiamo dal punto di vista ambientale. Il capoluogo sabaudo è in enorme ritardo rispetto ad altre realtà europee. Quache tempo fa tentavano di fare un parallelismo con Monaco di Baviera. Una cosa ai limiti del surreale: ci sono stato, lì i bus funzionano in modo capillare e sono puntuali, le piste ciclabili esistono, i cittadini hanno un atteggiamento rispettoso nei confronti del bene pubblico, dell’aria e della natura.

D) Qaul è dunque la città europea che considera come modello di riferimento per la qualità della vita?

R) Berlino. Superfici ampie in rapporto alla popolazione, un investimento serio sui trasporti che risale agli anni ’30. E si vede: dai tram, alla metropolitana leggera, alla linea sotterranea, tutto funziona a meraviglia. Ti colpisce ad esempio che sia molto difficile sentire il rumore del traffico.

D) Forse è inutile illudersi. L’Italia non è né la Germania, né la Svizzera…

R) In effetti, da questo punto di vista mi sento legato a quei paesi. Racconto un aneddoto: ero ospite da amici a Zurigo. Il giorno dopo avrei dovuto prendere il treno per l’Italia. Ho chiesto quindi come avrei potuto muovermi verso la stazione. “Semplice, domattina alle 9,12 passa il tram proprio qui sotto”, è stata la risposta. Ero sconvolto. Si erano collegati a internet e sapevano con certezza l’orario al minuto. Senza ritardi…

D) Ma lei a Torino si muove con i mezzi pubblici?

R) No, a piedi. Ho la fortuna di abitare in centro e il 95% delle volte posso dimenticare l’auto in garage. Ho un problema a un ginocchio, sennò userei molto di più anche la bici. C’è però una considerazione che voglio fare a proposito delle nostre abitudini: all’estero frequentare i mezzi pubblici non è una diminuzione dal punto di vista sociale. In Italia sembra quasi di sì. Chi va col tram viene bollato come sfigato, chi lo usa è connotato come proletario. Incredibile.

D) Che auto guida (quando guida)?

R) Una macchina politicamente scorretta. Un Defender, diesel. Ma come ho detto, lo lascio per lo più in garage. Lo metto in moto solo per la vacanza.

D) Torna, nelle sue pagine, un amore intenso per il mare, in particolare per il paesaggio siciliano. Ma è vero, invece, che d’estate si rifugia quasi due mesi a Noli, in Liguria?

R) Sono legato a Noli da un rapporto di affetto fin da quando ero bambino. Ci andavo da molto piccolo con la famiglia e non ho mai interrotto questa frequentazione. Dal punto di vista naturalistico, anche lì si è costruito parecchio. Ma sempre meno che in altre zone della regione. Riesci ancora a intravedere quella Liguria verace degli anni ’60, prima che la cementificazione iniziasse a sconvolgere la costa. Comunque, la Sicilia è il mio paesaggio di riferimento. Il luogo di casa. Quello in cui vorrei passare gli ultimi anni della mia vita. Il cimitero di Marsala, ad esempio, ha un fascino tutto particolare, con quel giallo di tufo, gli alberi rigogliosi, il vento che spazza i viali.

D) Eppure i suoi libri li scrive sempre nella fredda Torino, vero?

R) Le idee mi vengono ovunque, ma poi le metto in ordine nel mio studio. No ho mai avvertito, da scrittore, il desiderio di prendere e andarmene. Torino non è Roma. Sotto la Mole se vuoi riesci ad isolarti molto bene per trovare concentrazione.

D) In “Ameni inganni” protagonista è un quarantenne, al primo bilancio della vita e immerso nelle difficoltà. Non è che la sua generazione rischia di essere molto concentrata su se stessa e poco responsabile verso i propri figli?

R) In gran parte sì. Senza voler cadere in facili generalizzazioni, ma la mia è una generazione di egoisti che non pensano al futuro di chi verrà dopo di loro. Siamo votati al profitto e al guadagno immediato. Ci diciamo, non avremo la pensione. E poi ci risolleviamo con una pacca sulla spalla o un’amara risata. Forse non ci rendiamo conto. Probabilmente dovrebbe essere in nostro potere confrontarci di più con il panorama politico, verso cui invece risultiamo distratti.

D) Lei tempo fa ha dichiarato che la decrescita è l’unica salvezza dall’estinzione. Eppure i tempi non sembrano ancora maturi per questo tipo di politiche…

R) La parola “decrescita” è praticamente un tabù nella nostra società dei budget con molti zeri e delle politiche suicide. I singoli, da soli e se anche cambiano mentalità nel loro quotidiano, non riescono a fare un granchè. Mentre noi proviamo a rivoluzionarci, ci sono le economie orientali come la Cina che mutuano da noi i modelli di sviluppo, crescono a dismisura e poi le conseguenze le paga tutto il pianeta.

D) Una visione ultrapessimistica, la sua. Non è che qui sta facendo un po’ troppo lo scrittore e strizza l’occhio a una certa letteratura apocalittica di riferimento? Penso a McCarthy (“Non è un paese per vecchi”, “The road”)…

R) Sì, è vero, non sono molto ottimista. Ma d’altronde gli uomini sono l’unica specie vivente che è stata capace di inventare un sistema per distruggere tutto il pianeta in pochi minuti.

D) A questo punto, non le chiedo neanche che cosa pensa del ritorno al nucleare in Italia…

R) Una follia.

D) Passiamo dal macro al micro: quanti gradi ha in casa sua d’inverno?

R) Venti. Abbiamo un bimbo di due anni e mezzo, non si può abbassare troppo il riscaldamento.

D) Mangia a chilometri zero?

R) Sì, in famiglia compriamo biologico, ci serviamo dai contadini di Porta Palazzo, fidati perché sappiamo che arrivano con frutta e verdura dagli orti della collina.

D) Se fosse assessore all’ambiente, da dove comincerebbe per migliorare le cose?

R) No, per carità…non mi faccia dire. Assessore mai! Di politici ne ho conosciuti troppi e ho capito che è meglio starne lontani…

Letizia Tortello

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