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Malati di schizofrenia. Il futuro sostenibile secondo il Wuppertal Institut Top Contributors

giugno 9, 2011 Rubriche, Top Contributors

Pubblichiamo un estratto dell’introduzione di ”Futuro Sostenibile“, il rapporto del Wuppertal Institut appena pubblicato in Italia da Edizioni Ambiente, a cura di Wolfgang Sachs e Marco Morosini .

Sachs e l’équipe da lui coordinata al Wuppertal Institut analizzano lucidamente i principali fattori della crisi ecologica e sociale globale e propongono ai paesi industrializzati un’agenda concreta per riformare la società, l’economia e le tecnologie, le istituzioni internazionali e le relazioni economiche Nord-Sud, gli stili di vita e la partecipazione politica dei cittadini-consumatori.

La marea si è invertita. Ai vertici della politica e dell’economia hanno cominciato a vacillare certezze di lunga data. Sono finiti i giorni d’euforia neoliberista e di trionfante globalizzazione. Una rimozione durata anni sembra terminare. L’uragano Katrina, gli iceberg che si sciolgono, le ondate di caldo ricorrenti e gli uccelli migratori disorientati sembrano suggerire ai popoli e ai loro leader: la natura restituisce i colpi che subisce.

Fino a quando sembrava che l’economia mondiale minacciasse soltanto la stabilità del clima, si poteva lasciare questa preoccupazione agli ambientalisti. Quando però nel 2006 il “Rapporto Stern”, commissionato dal governo britannico, spiegò che i cambiamenti climatici minacciano anche la stabilità dell’economia mondiale, i primi campanelli di allarme hanno iniziato a squillare.

Eppure, finito il tempo della rimozione collettiva, sembra però propagarsi ora una schizofrenia collettiva. Molti segnali indicano che siamo davanti a un periodo di ambiguità: siamo provvisti di conoscenze, ma incapaci di agire. Da un lato la società si è risvegliata alla consapevolezza che la minaccia del caos climatico richiede un’inversione di marcia. D’altro canto, molto va avanti come al solito. Gli aeroporti prevedono un aumento di traffico e si espandono, alcune imprese ferroviarie mirano a diventare imprese di logistica globale, le grandi compagnie elettriche vogliono costruire decine di nuove centrali a carbone o atomiche, le compagnie aeree a basso costo si rafforzano fondendosi con altre e si attrezzano per il traffico intercontinentale, davanti ai ristoranti proliferano le stufe a gas all’aperto, sulle strade di uscita dalle città fioriscono discount e outlet. Di fronte alla decrescita causata dalla crisi finanziaria si moltiplicano le sollecitazioni ai cittadini perché consumino di più e la logica intrinseca di ogni singolo settore vanifica quello che dovrebbe essere l’obiettivo comune.

Ciò che tutt’al più finora procede bene, è una diversificazione dell’offerta per corrispondere all’emergente sensibilità ecologica: in qualche aeroporto circolano i primi autobus a idrogeno, le compagnie elettriche vendono in segmenti di nicchia anche elettricità “verde”, alcune compagnie ferroviarie noleggiano biciclette, le compagnie aeree a basso costo fanno pubblicità di vacanze ecologiche, d’inverno, sotto le stufe a fungo sui marciapiedi, vengono serviti alimenti dell’agricoltura biologica. Ma nel complesso domina la schizofrenia: nel dibattito pubblico e nei media quasi tutti sembrano favorevoli a una politica per il clima; nel mondo della produzione materiale, però, l’uso di energia e combustibili fossili continua ad aumentare.

Eppure non solo la natura, ma anche la globalizzazione si ritorce contro di noi. La crescita delle economie emergenti, specialmente di Cina e India, è un grande evento storico. Con ciò si compie per queste nazioni quella promessa che aveva accompagnato per più di mezzo secolo il Sud del mondo: raggiungere un giorno i paesi occidentali. Tuttavia all’esultanza della sbornia segue ben presto il mal di testa, perché la rincorsa allo sviluppo aumenta ulteriormente la pressione sulla biosfera. L’atmosfera, che già trabocca delle emissioni climalteranti dei paesi ricchi, viene ulteriormente appesantita dalle galoppanti emissioni dei paesi emergenti.

Mentre la retorica ufficiale è piena di preoccupazioni, i paesi industrializzati continuano a essere tra le principali minacce per l’ambiente globale. Negli anni della rimozione, infatti, le loro élite economiche si sono date abbondantemente da fare per espandere a livello mondiale un’economia di rapina ecologica. Supportate dalla locale ambizione allo sviluppo, le imprese dei paesi dell’Ocse hanno aiutato la Cina e altre nazioni emergenti a conquistare un posto nella serie A dei paesi che minacciano il clima. Quando nelle nazioni emergenti ci sono lavoro a basso costo e nuovi mercati, gli azionisti sperano in forti guadagni. E i consumatori sono felici di dover spendere molto meno per tanti loro acquisti. Inoltre i governi favorevoli alla liberalizzazione hanno impostato le condizioni economiche mondiali in modo che l’economia basata sui combustibili fossili – per esempio l’edilizia, l’agroalimentare e l’industria automobilistica – goda in tutti i paesi delle massime facilitazioni. In confronto con la reale globalizzazione praticata dai paesi ricchi, sono lacrime di coccodrillo quelle che vengono versate sui crescenti carichi ambientali causati dalla Cina.

L’ascesa delle economie emergenti ha reso drammaticamente visibile l’incompatibilità tra l’integrità della biosfera e il modello di sviluppo tradizionale. “Che succede se tutti i cinesi vogliono l’automobile?”. Mentre alcuni decenni fa solo una minoranza d’ecologisti bisbigliava questa domanda, oggi essa è divenuta l’incubo dell’intera élite globale più istruita. Nessuno vuole negare agli abitanti del Sud l’uscita dalla povertà, ma al tempo stesso tutti temono le imminenti crisi ambientali. Anno dopo anno il conflitto tra speranze di sviluppo e limiti ecologici si inasprisce, ma poiché i limiti della natura non sono eliminabili, il modello di sviluppo dominante giunge al capolinea.

Che la rincorsa allo sviluppo non contribuisca a una maggiore giustizia nel mondo era chiaro da tempo. Ma è con l’incipiente caos climatico che a ciò si aggiunge la minaccia di un aumento della povertà. Sono in particolare i paesi dell’emisfero Sud del mondo, e al loro interno soprattutto gli strati più poveri, quelli che toccano con mano le dure conseguenze del cambiamento climatico. Proprio gli innocenti saranno le prime vittime. Questa è non solo una clamorosa ingiustizia, ma anche un attacco all’obiettivo più sacro nella retorica della comunità internazionale: la sconfitta della povertà. Decenni di campagne contro la povertà, compresi gli ultimi “Obiettivi di sviluppo del Millennio” (Mdg) delle Nazioni Unite, diventano cartastraccia, se a causa del riscaldamento globale centinaia di milioni di poveri devono lottare contro nuove alluvioni e siccità, mancanza di cibo o malattie. Quindi una politica di sviluppo per il Sud è in primo luogo una politica del clima nel Nord. Cercare di mitigare la povertà senza voler mitigare la ricchezza non è altro che ipocrisia.

Wolfgang Sachs, Marco Morosini

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