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Prodi: serve un approccio sistemico alle questioni ambientali Top Contributors

ottobre 14, 2010 Rubriche, Top Contributors

Su gentile concessione dell’autore ripubblichiamo l’articolo dell’On. Vittorio Prodi, parlamentare europeo del Partito Democratico, “La compatibilità e l’applicazione delle direttive europee in materia ambientale“, sul quale abbiamo chiesto una replica all’On. Stefano Saglia, Sottosegretario allo Sviluppo Economico.

Vittorio Prodi, Courtesy of Provincia.Bologna.itLe questioni ambientali non possono che essere affrontate con un approccio sistemico, che consideri le interdipendenze tra i diversi settori (ad esempio tra quello energetico e quello di tutela del paesaggio o tra quello agricolo e quello di manutenzione del suolo). Il 23 gennaio 2008 l’Unione Europea ha approvato un pacchetto energia per ridurre le emissioni di CO2 e aumentare le energie rinnovabili e l’efficienza. Gli obiettivi di queste misure si sintetizzano con la sigla “20-20-20“, ovvero il raggiungimento del 20% della produzione energetica da fonti rinnovabili, il miglioramento del 20% dell’efficienza e un taglio del 20% nelle emissioni di anidride carbonica. La consegna assegnata all’Italia è di tagliare del 13% i gas nocivi e aumentare del 17% i consumi energetici “puliti”. Traguardi da raggiungere tutti entro la data del 2020.

Si è trattato di una prima tappa che ha portato poi a una serie di decisioni e politiche di finanziamento per intervenire sui diversi aspetti della riduzione delle emissioni per tutelare l’ambiente, mentre si è continuato a lavorare (non senza difficoltà) alla creazione di una comunità energetica europea. Tra le varie misure sono stati ad esempio definiti nuovi target e nuovi standard per lo smaltimento dei rifiuti elettronici ed elettrici, con un obiettivo di riciclaggio dell’85% che diventerà effettivo nel 2016. Altri interventi legislativi sono stati il Regolamento che impone un’etichettatura dei pneumatici in base alla loro performance energetica, il rumore emesso e l’aderenza sul bagnato (a partire dal dato che il 20-30% del consumo di carburante e quindi delle emissioni di CO2 dipende dallo stato dei pneumatici), la direttiva sull’efficienza energetica degli edifici (approvata in via definitiva il 18 maggio 2010) e valida per gli edifici di nuova costruzione a partire dal 2020, la sostituzione delle vecchie lampadine a incandescenza con le nuove a risparmio energetico, la revisione della Direttiva sull’etichettatura energetica degli elettrodomestici (approvata in via definiva il 19 maggio 2010).

Sempre quest’anno ho presentato al parlamento europeo il Libro Bianco Adattamento ai Cambiamenti Climatici: verso un quadro d’azione europeo, di cui sono relatore, votato nel corso della plenaria del 6 maggio.

Si tratta di un documento di indirizzo per integrare l’adattamento al cambiamento climatico con le altre politiche UE. Ribadendo l’importanza di consolidare le conoscenze di base favorendo la ricerca scientifica, il documento affronta i diversi ambiti in cui è necessario intervenire per affrontare efficacemente le conseguenze del cambiamento climatico. Innanzi tutto la necessità di una gestione più efficace dell’acqua, visto che il cambiamento avrà un forte impatto sia sulla quantità che sulla qualità delle risorse idriche.

Considerando poi il ruolo fondamentale dell’agricoltura nell’adattamento al cambiamento climatico, il documento sottolinea la necessità di accrescere la resilienza dell’ecosistema agricolo attraverso un uso più sostenibile delle risorse naturali, in particolare acqua e suolo.

Nel documento accogliamo la proposta della Commissione di sviluppare entro il 2011 linee guida e meccanismi di vigilanza delle conseguenze del cambiamento climatico sulla salute pubblica, anche considerando che i maggiori impatti sulla salute graveranno presumibilmente su settori della popolazione più poveri o comunque già svantaggiati.

Altro punto importante del documento è quello delle infrastrutture, la cui progettazione deve necessariamente tener conto dei cambiamenti climatici: i permessi di costruzione e i piani urbanistici dovrebbero favorire infrastrutture “climate-proofing”.

Infine nel documento invitiamo a tutelare i siti di Natura 2000, uno dei pilastri della politica europea di tutela degli ecosistemi, con appropriati finanziamenti, per consentire alle specie di migrare e sopravvivere anche in occasione di cambiamenti nelle condizioni climatiche.

Ovviamente le misure di adattamento non possono trascurare il patrimonio culturale e monumentale europeo.

L’Unione Europea accompagna l’azione legislativa con un importante stanziamento di fondi per la tutela dell’ambiente e la promozione di progetti innovativi nel settore delle rinnovabili. Il programma europeo di finanziamento per l’ambiente è LIFE+.

Il governo italiano sembra invece procedere a tentoni sul terreno ambientale, con un’azione che tralascia completamente quella visione d’insieme indispensabile per interventi efficaci (quando non minaccia direttamente patrimoni insostituibili come quello dei Parchi Naturali con tagli incondizionati). Un esempio tra tutti è quello del settore energetico.

Il comparto delle energie rinnovabili nel 2009 in Italia ha garantito 66.018 GWh di produzione di energia elettrica e 0,15 Mtep di energia termica dalle biomasse. Inoltre, l’impiego di biomasse agricole e forestali permette la tutela e la cura dei territori dove hanno sede gli impianti, creando un indotto significativo e nuovi posti di lavoro in ambiti rurali e montani a bassa intensità abitativa, realizzando quell’approccio sistemico di cui parlavo sopra.

Il governo italiano ha invece deciso di intraprendere la via del nucleare, che nel nostro paese, non è conveniente né dal punto di vista economico né tantomeno da quello ambientale.

Sono infatti ancora molteplici i punti interrogativi, a cominciare dal fatto che l’uranio è una risorsa finita e le stime sulle riserve presenti sono contrastanti, per passare alla questione dell’ipoteca dell’impiego militare sull’uso civile. E poi l’aspetto non trascurabile della presa in carico degli impianti da parte delle compagnie di assicurazione (si noti che finora le garanzie sono state coperte dai governi nazionali, con costi non ancora internalizzati nel sistema nucleare). Senza considerare che i tempi di realizzazione di un impianto nucleare sono lunghi, tra gli 8 e i 10 anni nelle stime più rosee, comunque un’eternità rispetto alle urgenze poste dal fabbisogno energetico e dal riscaldamento globale. Per non parlare poi del problema dello smaltimento delle scorie e dell’individuazione dei relativi siti di stoccaggio. Vale la pena ricordare che per lo smaltimento di quelli passati l’Italia ha stipulato contratti con altri paesi europei (ad es. la Francia) in base ai quali le scorie potranno restare stoccate per una ventina di anni, per un costo che è stato stimato in centinaia di milioni di euro. Ma il tempo per il decadimento radioattivo è dell’ordine di migliaia di anni. Si comprenderà facilmente la questione ambientale legata al rischio radioattivo e alla scelta del luogo isolato e sicuro in cui depositare le scorie. Senza voler entrare nell’inquietante scenario del traffico illegale di rifiuti tossici, sul quale sono in corso indagini approfondite.

È invece possibile adottare un approccio sistemico che combini le applicazioni energetiche (inclusi gli aspetti relativi al risparmio e all’efficienza energetica) e la cura del territorio. Il potenziale di energia insito nelle fonti solari, fotovoltaico, termico geotermico, termodinamico, eolico, moto ondoso, idraulico e biomassa è enorme e disponibile in tempi brevi, ma è cruciale un investimento adeguato in ricerca e sviluppo. Investendo nella tecnologia, ad esempio, le fonti di energia rinnovabili potrebbero costituire la base per un sistema di produzione distribuita di energia elettrica in cui l’efficienza energetica sia incentivata mediante impianti di cogenerazione e tri-generazione. Se la rete elettrica funziona anche come collettore della produzione diffusa, si può arrivare a utilizzare fino al 90% del contenuto energetico dei combustibili (del contenuto energetico dell’uranio, per varie ragioni, sfruttiamo solo il 30-35% sprecando letteralmente il restante 65-70%!).

Non solo la rete elettrica, ma anche la rete gas potrà funzionare nei due sensi, in particolare raccogliendo il gas da trasformazione di biomasse (compreso l’idrogeno). Entro il 2025 in tutti i paesi membri potrebbe esserci un’infrastruttura a idrogeno decentralizzata e griglie di energia “intelligenti e indipendenti” in modo che le regioni, le città, le PMI e i cittadini possano produrre e condividere l’energia “con lo stesso accesso aperto che esiste attualmente per quanto concerne Internet”.

È questo il modello al quale lavorare, con una responsabilizzazione più diffusa nella produzione e nell’impiego dell’energia da parte di tutti e con una ricaduta diffusa sul territorio. È in questa direzione che gli investimenti per l’indipendenza energetica possono promuovere la crescita e creare posti di lavoro. È questa la scommessa verso cui i legislatori e gli organi di governo dovrebbero indirizzare politiche e investimenti per rilanciare l’Italia verso il futuro e verso un nuovo sistema energetico, che funga da volano per l’economia e la ricerca.

Vittorio Prodi

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