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Vado a vivere in montagna: quando le start up puntano in alto

marzo 7, 2018 Campioni d'Italia, Rubriche

D’abitudine quando si presenta un progetto di sviluppo locale dedicato alle zone interne o montane si fa leva sulla medicina che cura i mali classici: spopolamento, senilizzazione, decremento demografico, chiusura dei servizi pubblici e privati, abbandono delle attività primarie, degrado del territorio…. e la lista potrebbe essere molto più lunga. Oggi vi presentiamo un caso che rovescia la logica: la montagna non è più un problema, ma un’opportunità di sviluppo; la montagna è un desiderio, un’aspirazione per i nuovi montanari che vogliono piantare le loro tende nei piccoli borghi delle Terre Alte. Non solo per respirare aria fine e buona, mangiare i prodotti dell’orto, bere acqua direttamente dalla fonte, ma per fare impresa, sviluppare business e creare lavoro.

Il fatto è che c’è domanda di montagna e per rispondere a questa esigenza ha preso forma, in Piemonte, il progetto “Vado a vivere in montagna“, idea originale fermentata all’interno del progetto InnovAree, promosso da Accademia Alte Terre, Collegio Carlo Alberto, Uncem e SocialFare con l’obiettivo di offrire servizi gratuiti di mentorship, networking e matching con enti di micro-credito e finanza etica a chi vuole sviluppare un progetto di impresa nei paesi in vetta del Piemonte. Insomma si è partiti dall’offerta di credito per rendere reale il desiderio d’impresa in altitudine.

Azzurra Spirito, responsabile comunicazione di Social Fare ci ha raccontato qualche dettaglio di questo innovativo piano di sviluppo locale e rurale, a partire dal numero di persone che, ad oggi, si sono rivolte allo sportello: “In meno di un mese abbiamo ricevuto più di 40 richieste d’incontro, un’occasione fondamentale per mappare le idee e le proposte di questi aspiranti imprenditori che vogliono cambiare, voltare pagina. Questo progetto evidenzia l’esigenza di questo nuovo stile di vita“.

Già vent’anni fa, tra i sociologi francesi e poi italiani, si parlava di “nuovi rurali“, ora è il turno dei “nuovi montanari” ovvero persone mediamente ben istruite e spesso con esperienze di lavoro in aree urbane, che hanno molte idee d’impresa da realizzare in un contesto diverso da quello di provenienza. Ma è complesso rinchiuderle in una categoria demografica, sociale, culturale: “Il panorama è eterogeneo, sono persone accomunate dal desiderio di cambiare e di avere un business plan ben strutturato”.

Tensione etica, dunque, e ricerca di una autentica sostenibilità ecologica e sociale, ma i promotori del progetto hanno ben chiaro che va curata anche la sostenibilità economica perché “non è sufficiente la buona idea. Collaboriamo con istituzioni, con fondazioni bancarie, con banche come enti di supporto per agevolare e sostenere la capacity building dei nuovi montanari”. Insomma per resistere in montagna servono competenze economiche utili a far sviluppare radici profonde alle imprese che si vogliono creare. Tutti ci possono provare: neo-laureati, liberi professionisti, associazioni, organizzazioni non profit, imprese già costituite o costituende, imprese sociali che hanno sviluppato progetti per i settori agro-silvo-pastorale, servizi alla persona, turismo sostenibile, agricoltura sociale, energie rinnovabili, cultura e promozione del territorio, recupero dell’edilizia dismessa a fini produttivi e comunitari.

L’8 maggio prossimo, ci anticipa Azzurra, la grande uscita pubblica: “Stiamo lavorando ad un importante evento per il quale saranno coinvolti scrittori, imprenditori, personalità del mondo della montagna. Sarà una panoramica sul cosa significa vivere in montagna e verranno presentati i primi progetti selezionati. Si tratta di un’ulteriore occasione per sviluppare relazioni. Siamo partiti dalla mancanza di credito, ma ci siamo accorti che oltre l’esigenza finanziaria tra i nuovi montanari c’è la necessità di un network, di una comunità. In altri termini sapere che ci sono altre persone che si stanno muovendo in quella direzione, ovvero possibili compagni di progetto o collaboratori, aiuta”.  L’ottica del distretto e del “fare squadra”, ma ad alta quota e circondati dai boschi.

Gian Basilio Nieddu

 

 

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