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“Living Planet Report” 2012: l’immagine della Terra vista dallo spazio

maggio 16, 2012 Comunicati Stampa

Siamo talmente avidi che in un anno ‘divoriamo’ le risorse naturali di un Pianeta e mezzo (in parole povere utilizziamo risorse oltre la capacità che i sistemi naturali hanno di rigenerarle attraverso i loro cicli vitali). Una voracità che ha provocato, solo fra il 1970 e il 2008, la perdita del 30% di biodiversità a livello globale con punte del 60% nei Tropici, tra le aree geografiche  più colpite del mondo. Un trend di sovrasfruttamento  confermato anche dai dati sull’impronta ecologica degli ultimi anni: nel 2008, infatti, a fronte di una biocapacità (cioè della capacità che i sistemi naturali hanno di produrre risorse biologiche utilizzabili dagli esseri umani)  della Terra di 12 miliardi di ettari globali (Gha)[1], corrispondenti ad una ‘porzione’ pro capite media di 1,8 gha – che nel 1961 era di 3,2 ettari globale, quasi il triplo – si è registrata  un’impronta ecologica umana di 18,2 miliardi di gha complessivi per una quota procapite di 2,7 gha. In Italia superiamo addirittura la media mondiale con un consumo annuale di ben 2,5 Pianeti e una quota pro capite di 4,5 gha.

E’ la fotografia scattata dal WWF con l’edizione 2012 del ‘Living Planet Report, l’indagine biennale che fa il punto sulla salute della Terra, diffusa ieri dall’associazione del Panda in vista del vertice mondiale sullo Sviluppo Sostenibile ‘Rio+20’ (che si terrà a Rio de Janeiro dal 20 al 22 giugno), e nel corso della campagna Un Mare di Oasi per teper la salvaguardia delle coste italiane in occasione della Festa delle Oasi WWF 2012 (20 maggio). L’Indice del Pianeta Vivente che misura lo stato di salute della biodiversità della Terra in questo rapporto ha anlizzato 9.000 popolazioni di specie di Vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci di oltre 2.600 specie ed ha indicato una riduzione globale del 30%, dal 1970 ad oggi. Cinque sono le mosse per salvare il Pianeta indicate dal WWF, nel rapporto ‘Living Planet’, che vanno dalla protezione del capitale naturale all’orientamento dei flussi finanziari fino alla gestione equa delle risorse.

La relazione 2012 del WWF sul Pianeta, prodotta in collaborazione con la Zoological Society di Londra,il Global Footprint Network e l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), è stata lanciata oggi dalla Stazione Spaziale Internazionale grazie all’astronauta dell’ESA André Kuipers, che ha fornito una prospettiva unica, e suggestiva, dello stato del pianeta dalla sua missione dell’Agenzia spaziale europea.

“Abbiamo un solo pianeta. Da qui riesco a vedere l’impronta dell’umanità, tra cui gli incendi delle foreste, l’inquinamento atmosferico e l’erosione del suolo e delle coste – le sfide che si riflettono in questa edizione del Living Planet Report “, ha detto Kuipers nel lancio del rapporto durante la sua seconda missione nello spazio. “Mentre ci sono pressioni insostenibili sul pianeta, abbiamo la possibilità di salvare la nostra “casa”, non solo per il nostro beneficio, ma, soprattutto, per le generazioni a venire”.

“Viviamo come se avessimo un pianeta in più a nostra disposizione. Stiamo utilizzando il 50 per cento di più delle risorse che la Terra può produrre  e  se non cambieremo rotta il numero crescerà rapidamente – entro il 2030 anche due pianeti non saranno sufficienti. Nel 1970 sottraevamo annualmente materie prime dalla Terra per circa 30 miliardi di tonnellate, oggi siamo a quasi 70 miliardi. Come hanno indicato i maggiori scienziati internazionali che si occupano di scienze del sistema Terra, ci troviamo in un nuovo periodo geologico (un battito di ciglio rispetto ai 4.5 miliardi di anni di vita del nostro Pianeta) definito Antropocene perché l’intervento umano produce effetti equivalenti alle grandi forze della natura che hanno modellato il Pianeta stesso quando però non era abitato da più di 7 miliardi di esseri umani”, ha detto Gianfranco Bologna, Direttore Scientifico del WWF Italia.

Stoccaggio del carbonio, legna da ardere, flussi di acqua dolce e stock ittici: sono alcuni dei servizi ecosistemici forniti da molte aree ad alta biodiversità e messi a rischio dalle attività umane. Ecco alcuni numeri che ne descrivono la minaccia: Negli ecosistemi di acqua dolce la capacità di rigenerarsi è diminuita del 37%, a livello globale, con una riduzione del 70% nelle zone tropicali. Inoltre solo meno di 1/3 i fiumi del mondo, la cui lunghezza supera 1.000 km, che scorrono  liberamente e senza dighe sul letto principale. A questo sovra sfruttamento è legato anche il rischio di emergenza idrica: nel mondo, infatti, 2,7 miliardi di persone vivono nei pressi di bacini idrici che almeno 1 mese l’anno subiscono carenze idriche gravi. Per quanto riguarda gli ecosistemi marini, invece, l’attività di pesca mondiale, dal 1950 al 2005,  è aumentata di circa 5 volte, passando dai 19 agli 87 milioni di tonnellate e causando così il sovrasfruttamento di molti stock ittici.  Deforestazione e degrado forestale sono responsabili di circa il 20% delle emissioni globali di CO2 provocate dall’uomo, incluse le perdite dai terreni forestali. Una duplice piaga, quindi, quella della deforestazione per biodiversità e clima.  E’ stato infatti calcolato che per limitare il riscaldamento medio globale sotto ai 2°C di temperatura media mondiale rispetto ai livelli pre-industriali sarà necessaria  una riduzione delle emissioni di oltre l’80% rispetto al picco previsto; se le emissioni continueranno ad aumentare, probabilmente entro il 2040 alcune grandi regioni sperimenteranno già un aumento di oltre 2°C della temperatura media annuale.

In Italia il 50% delle coste è ormai compromesso a causa di fenomeni come cementificazione selvaggia ed erosione costiera. E’ il dato allarmante, lanciato dal WWF Italia con il dossier coste “Il profilo fragile dell’Italia” per la campagna “Un Mare di Oasi per te” in concomitanza con il ‘Living Planet Report 2012’, che fotografa uno degli aspetti più drammatici dell’impronta ecologica in Italia: il consumo del suolo. Le aree costiere, anello di congiunzione tra gli ecosistemi terrestri e  quelli marini dove si è particolarmente diffusa la presenza umana, si trovano a subire pesanti trasformazioni e profondi impatti dovuti al nostro intervento.

Ecco perché il cambiamento di uso del suolo è stato individuato come una delle nove aree problematiche che alcuni tra i maggiori esperti mondiali di scienze del sistema Terra hanno indicato come “Planetary Boundaries” (i confini planetari che l’intervento umano non dovrebbe oltrepassare, a causa degli effetti disastrosi che potrebbero scaturire per le società umane).


[1] Un ettaro globale (Gha) rappresenta la biocapacità produttiva di 1 ettaro di superficie con la produttività media mondiale

 

 

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