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Bellavista: all’ombra dei pannelli in fiore

maggio 4, 2011 Campioni d'Italia, Rubriche

Con la puntata di oggi la rubrica ”Campioni d’Italia“ estende la propria collaborazione al Premio Innovazione Amica dell’Ambiente di Legambiente, che dal 2001 seleziona, sul territorio nazionale, le più interessanti innovazioni tecnologiche e gestionali, di prodotto, di processo, di servizi e di sistema, volte a ridurre l’impatto ambientale delle imprese. Il progetto di agricoltura biologica e sociale in un parco fotovoltaico RenTREE, a Bellavista, ha ricevuto una segnalazione nell’edizione 2010 del Premio, come innovazione di sistema nella categoria Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita

Mentre apre a Verona la 12°edizione del Solar Expo, la più grande fiera italiana della generazione distribuita, gli operatori delle rinnovabili attendono ancora la firma del decreto che definirà gli incentivi del Quarto Conto Energia. Quel che è già sicuro è che a uscirne penalizzati saranno gli impianti a terra. Ma veramente è impossibile far convivere, in maniera sostenibile, agricoltura e fotovoltaico?

Qualcuno, nella località Bellavista del comune romano di Lanuvio, ci ha provato, dando vita a un innovativo progetto che estende il concetto e la pratica della permacoltura e dell’agricoltura sociale ad un campo fotovoltaico. Si tratta di RENtree, l’intervento ideato dall’agronomo Gianluca Ciampi per conto dell’azienda 9REN, con l’obiettivo di massimizzare l’integrazione degli impianti fotovoltaici sul territorio, mettendo a frutto le peculiarità locali. E in questo caso, fuor di metafora, proprio di frutta stiamo parlando. Due dei 14 ettari interessati dall’installazione sono stati infatti coltivati a frutteto biologico, utilizzando varietà autoctone, che consentano di preservare la biodiversità del luogo attraverso la piantumazione di quasi 300 alberi da frutto di grandi dimensioni, 800 di medie dimensioni, 1600 di piccole dimensioni, 2400 cespugli e arbusti, 100 rampicanti e un’asparageta – secondo un concetto di armonia tra le varie componenti del progetto.

A gestire la coltivazione, che consente inoltre di minimizzare l’impatto visivo e paesaggistico del parco fotovoltaico, sarà la cooperativa sociale Agricoltura Capodarco di Grottaferrata, che opererà, insieme all’Assessorato per le Politiche Sociali del Comune di Lanuvio, per concedere alle persone svantaggiate dei centri di assistenza locali l’opportunità che il lavoro agricolo offre in termini di reintegrazione sociale. Un risultato reso possibile dal “protagonista” del progetto, l’impianto da 6 MW, in grado di produrre energia pulita per 2400 famiglie, evitando l’immissione in atmosfera di 6000 tonnellate di CO2.

Ci siamo fatti raccontare da Gianluca Ciampi, l’agronomo ideatore e progettista, come è nata questa idea.

D) Dott. Ciampi, pensa che questo progetto possa dimostrare la possibilità di convivenza tra agricoltura e fotovoltaico?

R) In primo luogo è necessario chiarire che la critica al fotovoltaico di essere conflittuale con l’agricoltura, andrebbe anche considerata in relazione alle urbanizzazioni, alla costruzione di infrastrutture, alle aree industriali, che corrodono da anni la SAU (Superficie Agricola Utilizzabile) del nostro Paese, e a cui siamo ormai abituati, mentre  nel caso del fotovoltaico, per mancanza di abitudine, la nostra percezione è maggiore. Va poi ricordato che, mentre quel tipo di insediamenti permane nel lungo periodo, non è così per il fotovoltaico, che dopo 20 anni o poco più se ne va, lasciando i campi all’attività preesistente. Proprio sul ripristino dell’attività preesistente, con 9REN, stiamo studiando soluzioni piuttosto innovative.

D) Ma quanti sono gli impianti messi a terra in Italia?

R) I dati dicono che dei 4.860 MWp installati ad oggi, circa la metà proviene da impianti a terra, il restante 50% da coperture. La superficie degli impianti che si trovano a terra, quindi, è di circa 5.000 ettari che a fronte dei 13 milioni di ettari di terreni agricoli nel nostro paese – dei quali un milione non coltivati – rappresenta una percentuale minima del totale dei terreni coltivati. Senza contare che molte campagne sono oggi in semi abbandono e l’Unione Europea offre contributi per inserire giovani e persone socialmente deboli nel comparto agricolo.

D) Come nasce dunque l’idea del progetto RENtree?

R) Dalla volontà di unire tutti questi punti apparentemente disconnessi in un progetto in sinergia,  rispondendo inoltre, in maniera intelligente, alle prescrizioni date dagli enti locali per la mitigazione visiva a verde dell’impianto. In questo caso, anziché procedere con una semplice copertura verde di alberi ed arbusti, abbiamo progettato un frutteto biologico che facesse da cornice all’impianto e ospitasse un’attività di agricoltura sociale. Così, al tempo stesso, si recupera e migliora una parte della superficie ad uso agricolo.   

D) Quali sono i benefici per il territorio, dal punto di vista agricolo ed economico, di un impianto progettato in questo modo?

R) Generalmente queste aree sono dei seminativi. Ora è pur vero che un 70/75% della superficie del seminativo passa a fotovoltaico, ma il restante 25% si trasforma in frutteto biologico e dopo due-tre anni di impianto le redditività di questo frutteto biologico è pari circa alla redditività di tutto il seminativo convenzionale. Sempre in un concetto di multifunzionalità si possono poi utilizzare galline ovaiole ruspanti per la pulizia di insetti, frutta caduta ed altro, all’interno della cornice del frutteto, creando un’altra fonte di reddito; si possono infine intramezzare, all’interno del frutteto, piante che attraggono insetti utili o piante che allontanano insetti dannosi, piante che migliorano la fertilità del suolo, si possono costituire degli orti, alveari per il miele (nonché l’impollinazione) e qualora tutti questi fattori fossero compresenti, l’area avrebbe anche una valenza didattica per le scuole dei comuni limitrofi, per visite tra agricoltura ed ecologia (FV, frutteto biologico, orto, piccoli allevamenti ecc..).

D) Ma come si progetta un frutteto del genere per essere realmente in sintonia con l’ambiente circostante?

R) E’una realtà molto complessa, che non ci permette di rimanere vincolati agli impianti classici di frutticoltura, anche se molte di quelle conoscenze sono utilissime: dobbiamo conoscere il clima nel dettaglio (ad esempio i venti, specialmente tramontana o di mare), le qualità del terreno, la presenza di sostanza organica, (che generalmente va reintegrata), la presenza di acqua (è necessario un impianto perimetrale a goccia); la scelta varietale. Evitando la monocoltura a favore di più varietà, preferibilmente autoctone,si crea quella complessità ecologica che è la prima rassicurazione di durata del frutteto biologico. Senza contare che, per l’economia di una cooperativa sociale, è più gestibile: diverse piante, diversi periodi di maturazione e maggiore possibilità di gestire i lavori in conduzione semifamigliare. Se ci sono anziani ex-frutticoltori della zona è inoltre buona norma acquisirne i consigli, che saranno utili sia per la scelta varietale che per problematiche storiche del terreno, da tenere in considerazione. Un frutteto così costituito ha, non ultima, una certa valenza estetica, con un lungo periodo di fioritura disomogenea, molto gradevole anche alla vista. E poi potremo finalmente riassaporare le tanto decantate qualità di frutti che abbiamo conosciuto solo nei racconti dei nostri nonni!

 Francesca Fradelloni

Segnalato da:  Premio Innovazione Amica dell’Ambiente

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